Cop27 Clima

Cosa ha funzionato, e cosa no alla Cop27

22 Novembre Nov 2022 0729 22 novembre 2022

Se alla conferenza mondiale sul clima numero 27 è stato trovato un accordo per un fondo di compensazione per i paesi in via di sviluppo, gli impegni presi dagli stati sui combustibili fossili sono ancora molto (troppo) vaghi. Anche per via del paese ospitante, l’Egitto. I pro e i contro della Cop27 e il commento degli esperti del clima di WWF Italia, presenti a Sharm el-Sheikh

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Cop 27 Egipto Sharm El Sheij 1
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Se alla conferenza mondiale sul clima numero 27 è stato trovato un accordo per un fondo di compensazione per i paesi in via di sviluppo, gli impegni presi dagli stati sui combustibili fossili sono ancora molto (troppo) vaghi. Anche per via del paese ospitante, l’Egitto. I pro e i contro della Cop27 e il commento degli esperti del clima di WWF Italia, presenti a Sharm el-Sheikh

A Sharm el-Sheikh, in Egitto, le delegazioni da ogni parte del mondo hanno ormai tutte lasciato la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (Cop27), terminata ufficialmente domenica 20 novembre con due giorni di ritardo rispetto al previsto, a causa del protrarsi delle trattative per approvare il documento finale dell’incontro.

A) I successi della Cop27

1) Le compensazioni

La COP27 era iniziata un paio di settimane fa con un invito del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, rivolto sia ai paesi sviluppati sia a quelli in via di sviluppo per evitare ulteriori divisioni e collaborare a un piano comune per contrastare il riscaldamento globale e mitigare i suoi effetti, ormai inevitabili e in parte già in corso. Nonostante le dichiarazioni di buoni intenti, fino da subito erano emersi contrasti sulla istituzione di un fondo finanziato dai paesi ricchi per aiutare i paesi poveri, che spesso devono confrontarsi con eventi meteorologi estremi legati al cambiamento climatico, pur non essendo i principali responsabili delle emissioni di gas serra che rendono sempre più caldo il pianeta.

Stati Uniti e Unione Europea erano inizialmente contrari al nuovo fondo, ritenendo che ci fosse già un numero sufficiente di strumenti di finanziamento tramite organizzazioni e istituzioni internazionali e nazionali. L’Unione Europea aveva cambiato il proprio approccio negli ultimi giorni a patto che contribuisse anche la Cina, ancora inquadrata come un paese in via di sviluppo, nonostante sia uno dei più grandi produttori di gas serra al mondo.

Il cambiamento di approccio dell’Unione Europea ha contribuito a sbloccare la situazione. Il denaro accumulato nel fondo potrà essere utilizzato per finanziare attività di gestione delle emergenze e messa in sicurezza dei territori nei paesi più poveri interessati da alluvioni, oppure da periodi di prolungata siccità.

2) La fiducia

Se l’accordo raggiunto è vago su numerosi dettagli, a cominciare da quali dovranno essere i criteri che porteranno all’erogazione dei fondi e non è chiaro come saranno raccolti i fondi e se ce ne saranno a sufficienza, considerato che in questi anni praticamente nessun paese sviluppato aveva mantenuto i propri impegni nel finanziamento di altre iniziative comuni, mirate più in generale a sostenere attività per ridurre gli effetti del cambiamento climatico, questo fondo serve per ristabilire un certo livello di fiducia tra i paesi in via di sviluppo e quelli più ricchi, dopo quasi tre anni di pandemia nei quali si erano accentuate le differenze e le disparità di trattamento, per esempio sulla gestione e la distribuzione dei vaccini contro il coronavirus.

3) I piccoli passi, non le rivoluzioni

Difficilmente la Cop27 passerà alla storia. È quindi stata un fallimento? No e sì. Ma più correttamente sarebbe da dire: non necessariamente. I temi su cui gli sherpa climatici dei governi - viceministri e sottosegretari in primis - hanno faticato: la costituzione di un fondo per compensare i paesi maggiormente colpiti dal cambiamento climatico e la condanna definitiva dei combustibili fossili.

Ma è bene ricordare che al “grande” traguardo della Cop21 di Parigi del 2015 - che tutti ricordiamo per l’impegno di ogni paese a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, e a cui giustamente anche Papa Francesco fa riferimento nella sua enciclica Laudato Si, contribuirono i piccoli passi e i traguardi ottenuti nella dimenticata Cop del 2009 a Copenaghen.

B) Le sconfitte della Cop27

1) Temperatura media globale

Le delegazioni alla Cop27 si sono nuovamente impegnate a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1.5 °C rispetto al periodo preindustriale. Con le attuali politiche adottate dai vari paesi, si stima che l’aumento della temperatura media globale sarà di 2,1-2,9 °C per questo secolo, sempre rispetto ai livelli preindustriali. Per rimanere sotto di 1 grado °C e mezzo sarebbe necessario dimezzare le emissioni di gas serra entro questo decennio, un obiettivo improbabile se non impossibile da realizzare.

Il documento prevede un impegno senza che siano forniti dettagli su come mantenerlo, come già avvenuto in passato con le altre conferenze sul clima. Ormai da anni gli scienziati segnalano come un aumento fino a 2 °C potrebbe avere effetti gravi per molti ecosistemi, con una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.

Le ultime ricerche indicano che c’è un 50 per cento di probabilità di superare la soglia degli 1,5 °C nei prossimi cinque anni, seppure temporaneamente. Con gli attuali andamenti, il superamento potrebbe essere annuale a partire dall’inizio dei prossimi anni Trenta. L’attuale testo, che di fatto non introduce impegni concreti e più drastici sulla riduzione del consumo dei combustibili fossili, non è ritenuto sufficiente per evitare gli scenari più pessimistici.

2) La love story con il carbone, continua

L’Unione europea, in primis, insieme ad altri stati, avrebbe voluto che nel documento finale della Cop27 di Sharm el-Sheik fosse inserito anche il 2025 come anno in cui si sarebbe dovuto raggiungere il picco delle emissioni a livello globale e un chiaro riferimento a un calo, se non addirittura a un abbandono di tutti i combustibili fossili e non solo del carbone. Senza questi riferimenti espliciti diventa difficile rispettare l’obiettivo del contenimento del riscaldamento globale [vedi punto 1]. Una posizione condivisa anche dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che non ha mai usato parole moderate per chiedere maggiore azione alla comunità internazionale da qui alla prossima Cop.

Un successo parziale perché la presidenza egiziana non avrebbe fatto abbastanza per portare avanti anche il tema della mitigazione, cioè del taglio delle emissioni di CO2. Un punto cruciale questo, su cui l’Unione europea ha alzato la voce nelle ore precedenti al raggiungimento dell’accordo. Fondamentale perché se non si tagliano le emissioni, le strategie di adattamento e di compensazione dei danni diventano impossibili da gestire perché diventerebbero sempre più gravi.

Il commento

«L’accordo sulle perdite delle persone e i danni alle cose provocati dagli impatti della crisi climatica è un passo positivo, ma rischia di diventare un 'fondo per la fine del mondo' se i Paesi non si muoveranno molto più velocemente per ridurre le emissioni e limitare il riscaldamento al di sotto di 1.5°C – afferma Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, di ritorno da Sharm El-Sheikh – Non riuscendo a inserire nessun riferimento nelle decisioni finali della Cop27, i leader hanno perso l'occasione di accelerare l'eliminazione dei combustibili fossili: così continueremo ad andare dritti contro il muro delle conseguenze più catastrofiche della crisi climatica. Senza tagli rapidi e profondi alle emissioni non potremo limitare l'entità delle perdite e dei danni, che deve essere il nostro primo obiettivo. Non possiamo permetterci un altro vertice sul clima come questo. È inaccettabile che i Governi non si muovano e che i negoziatori non siano riusciti a raggiungere un accordo più ambizioso di quello concordato a Glasgow lo scorso anno. Le future presidenze della COP non possono ancora sprecare questa opportunità. Ora i governi devono raddoppiare gli sforzi per ridurre le emissioni e intraprendere la necessaria azione di trasformazione per mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C. Il vertice COP28 del prossimo anno deve essere la COP della credibilità climatica. Questo senza minimizzare le responsabilità dei Governi, tutti, che devono prendere e mantenere i loro impegni. I Governi a oggi sono come dei condomini che, mentre il palazzo brucia, lo osservano parlando di quote condominiali: la crisi climatica deve essere la priorità, solo affrontandola davvero, fermandone la progressione, tutto il resto ha un senso».

Questa doveva essere una “Cop africana”, ma non è riuscita a soddisfare le esigenze e le priorità del continente. Anche per colpa dell’organizzatore egiziano che ha tutelato sopra ogni altra cosa la conservazione dei suoi nuovi contratti di fornitura di fonti fossili - gas - verso l’Europa. L’Africa però resta in prima linea nella crisi climatica ed è altamente vulnerabile alle sue conseguenze. Stiamo già assistendo a terribili impatti, perdite e danni in tutto il continente.

In un rapporto reso noto durante la Cop27, il WWF ha rilevato che la natura ha finora assorbito il 54% delle emissioni di anidride carbonica dell'umanità negli ultimi 10 anni. È quindi positivo vedere che, nelle decisioni finali della COP27, i Paesi abbiano riconosciuto l'importanza delle soluzioni basate sulla natura. Ma ricordiamoci che se la Natura ci può aiutare a riassorbire le emissioni già prodotte, non possiamo assolutamente più permetterci di aggiungerne altre, dobbiamo abbattere le emissioni di gas climalteranti nel più breve tempo possibile.

«Nonostante l'esito di questo vertice, dovremmo tutti trarre ispirazione dai potenti messaggi e dalla determinazione dimostrata dagli attivisti, dalle popolazioni indigene, dalla società civile e dai giovani che hanno fatto sentire la loro voce nonostante le condizioni difficili, rendendo ancor più evidente l’inadeguatezza dell’azione dei Governi – sottolinea Midulla - La crisi climatica colpirà persone e luoghi diversi in modo disomogeneo, e quindi è probabile che porti a ulteriori disuguaglianze e ingiustizie all'interno e tra le nazioni. Ogni azione per il clima deve andare di pari passo con il miglioramento dei diritti umani e dell’equità».

Cosa succede ora

Spesso le conferenze sul clima si concludono con l’impressione è che i partecipanti facciano promesse che non vengono poi rispettate, o che i tempi di reazione non siano adeguati per affrontare l’emergenza climatica. Mettere d’accordo tutti i paesi del mondo su politiche per il medio-lungo termine non è semplice, anche se negli ultimi anni il senso di urgenza è aumentato, con azioni necessarie nel breve termine per evitare conseguenze disastrose per la sopravvivenza di milioni di persone.

I prossimi mesi saranno importanti per verificare quanto sia credibile e attuabile l’accordo sul fondo per le compensazioni, mentre non ci si attendono molti progressi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Complice la guerra in Ucraina e la situazione economica internazionale, molti paesi hanno aumentato il consumo di combustibili fossili molto inquinanti, come il carbone, o stretto accordi decennali con nuovi fornitori di gas naturale che dovranno essere mantenuti. I maggiori costi delle materie prime e l’inflazione che sta interessando Europa e Stati Uniti potrebbero complicare i progressi nella produzione e nell’installazione di sistemi sostenibili per la produzione di energia elettrica.

La Cop28 dell’anno prossimo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, sarà una prima occasione per verificare l’implementazione del fondo di compensazione, ma anche per fare il punto sull’andamento delle emissioni di anidride carbonica.

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