Violenza contro le donne

Una mattina come tante, in pronto soccorso

24 Novembre Nov 2022 1659 24 novembre 2022

In occasione della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, un'assistente sociale racconta "il suo" 25 novembre Una storia come tante altre, che mostra una quotidianità che si ripete troppo spesso. Il presidente dell'Ordine regionale del Piemonte: «Importante parlare al cuore delle persone ed educare alla non violenza»

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In occasione della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, un'assistente sociale racconta "il suo" 25 novembre Una storia come tante altre, che mostra una quotidianità che si ripete troppo spesso. Il presidente dell'Ordine regionale del Piemonte: «Importante parlare al cuore delle persone ed educare alla non violenza»

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte prova ad andare al di là dei numeri. Perché per educare, bisogna parlare non solo alla mente delle persone ma anche al cuore. «Abbiamo chiesto a una collega di raccontarci il suo 25 novembre e il significato che ha per lei. Ha scritto queste righe, che ci mostrano una quotidianità che purtroppo si ripete ancora troppo spesso ogni giorno», dice il presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte Antonio Attinà. «Crediamo che condividerle possa essere utile per prevenire la violenza, per favorire la formazione e la cultura tra i più giovani e trasmettere l’importanza del valore della vita. Come Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte sentiamo forte la responsabilità del nostro ruolo e speriamo di fare un passo avanti per provare a prevenire e ridurre con sempre maggior convinzione il fenomeno della violenza».


Il telefono squilla, come ogni altra mattina. È una comunicazione veloce, quasi affrettata: «Puoi scendere? Ti aspetto giù». Frasi abituali in cui non è necessario spiegare oltre. Appena arrivata in pronto soccorso m’investe l’umanità sofferente che si riversa in ospedale e tende le mani verso il camice bianco, ognuno cerca un aiuto, chi per togliere la flebo finita, chi per essere sollevato un poco sulla barella, chi per non sentirsi solo di fronte al dolore.

Cerco di sottrarmi, scherzando: «Se vuole un aiuto, guardi che non è il mio mestiere». Entro nell’ultima sala e vengo accolta dal sorriso stanco e gli occhi affossati di Milena, il medico di Pronto Soccorso che, con il capo, fa un cenno verso l’angolo. Il mio sguardo si volge e la vedo lì ripiegata su sé stessa ed accasciata sulla sedia. Quando mi avvicino non alza neppure lo sguardo. Alessandra (nome di fantasia) è molto giovane e bella, i capelli disordinati, i vestiti strappati. Mi piego in basso, cerco d’intercettare i suoi occhi, offro un sorriso. Mi guarda appena, accenna un sorriso che subito si spegne tra le lacrime, che rotolano pesanti dagli occhi, rigando le guance e raccogliendosi agli angoli della bocca. Il viso in alcuni punti è tumefatto, non sono ancora presenti i lividi, ma il gonfiore è innaturale e le escoriazioni sanguinanti si vedono nonostante le medicazioni. Piange sommessamente, quasi non si riesce a sentire.

Prendo una sedia e mi sistemo di fronte a lei, provo a parlarle con voce calma, a chiederle come sta. Il pianto si fa più forte, prova a parlare senza riuscire a prendere fiato, sovrastata dalle lacrime. Le porgo le mani, lei allunga le sue appoggiandole e stringendole forte. Un semplice contatto fisico da cui nasce un’intesa che non ha bisogno di parole. Un incontro di anime chiuse in una bolla di silenzio, nel rumore assordante del pronto soccorso.

Piano piano la voce si fa parola ed Alessandra inizia a raccontare di come la sua storia d’amore si sia trasformata in un incubo, di come i mazzi di rose siano divenuti insulti, pugni, calci. Di come quel ragazzo timido ed introverso, conosciuto alcuni mesi prima, abbia trasformato le sue attenzioni in ossessiva ricerca e bisogno di controllo, così forte ed accecante da entrare dentro e non lasciare più alcuno spazio ad una vita felice. Ed allora anche la casa familiare è diventata una prigione, perché purtroppo la violenza di genere coinvolge tutti gli affetti più cari, la famiglia, le amicizie e nessun luogo noto è sicuro.

«Con mia madre è inutile parlarne. Mi dice che gli uomini sono fatti così, che ha preso botte per tutta la sua vita, perché mio padre arrivava a casa ubriaco e ci picchiava sempre». Gli occhi si perdono nei ricordi e riprende a piangere sommessamente, le labbra contratte in un ghigno. Inizio a parlare con voce tranquilla e sicura, piano e con calma. La rassicuro dicendole che quello che sta accadendo è normale in certe situazioni, che occorre un aiuto specifico e professionale, le offro la possibilità di accoglienza preso una casa rifugio dove potrà riprendersi la sua vita un pezzo alla volta e capire com’è stato possibile che tutto questo sia accaduto.

Mi ascolta, a volte solleva un sopracciglio e le labbra s’increspano ma poi non riescono a trovare le parole. Il respiro si fa più tranquillo, i singhiozzi più rari. Cosa posso fare per contrastare questo dolore? Offrire la mia disponibilità con un ascolto attento e competente, senza giudizio, accogliendo la sua sofferenza ed a volte aiutandola a trasformare in parola quei pensieri che riescono ad uscire solo come lacrime dagli occhi, rigando silenziosamente le guance. Sono un’assistente sociale ed il mio 25 novembre è tutti i giorni, quando, con il mio lavoro silenzioso d’accompagnamento, aiuto Alessandra ad immaginare un nuovo futuro.

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