Anteprima magazine

Il co-housing si tinge d'argento

16 Dicembre Dic 2022 0814 16 dicembre 2022

È una soluzione intelligente ed efficace per gli anziani che non hanno la necessità di una struttura residenziale, ma solo di appoggiarsi a qualche servizio. Diffusissimo nel nord Europa, da noi la coabitazione tra anziani stenta a decollare, pur essendo sperimentata in nove regioni

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Anziani Civitas Vitae3
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È una soluzione intelligente ed efficace per gli anziani che non hanno la necessità di una struttura residenziale, ma solo di appoggiarsi a qualche servizio. Diffusissimo nel nord Europa, da noi la coabitazione tra anziani stenta a decollare, pur essendo sperimentata in nove regioni

C’è spazio per il co-housing nelle politiche regionali per la terza età? Chi lo gestisce? Che tipo di servizi offre? A chi si rivolge? A che punto, soprattutto, è la sperimentazione? Prova a rispondere a queste domande la prima ricerca (finanziata dalla Fondazione Cariplo) sulle politiche territoriali in materia di condivisione abitativa per gli anziani. Una pratica ancora poco conosciuta in Italia che combina alloggi privati e servizi in comune senza soffocare l’esigenza di privacy, come può avvenire nelle strutture protette tradizionali. Le Regioni, questa la sintesi dello studio pubblicato sulla Rivista di politiche pubbliche del Mulino, hanno mosso i primi passi ma faticano a trasformare le iniziative frammentarie nate dal basso in politiche organiche e strutturate. Finora infatti il co-housing ha visto impegnato in prima fila più il terzo settore che il decisore pubblico regionale o nazionale. Dallo studio, basato sugli ultimi Piani sociali o sociosanitari disponibili e altri atti regionali come ad esempio linee guida ad hoc (i dati sono aggiornati a luglio 2021), emerge il ritardo rispetto ai Paesi europei. Le politiche regionali di condivisione abitativa infatti sono ancora in una fase di studio o di approvazione in quattro regioni (Abruzzo, Campania, Molise e Valle d’Aosta) mentre sono oggetto di formale invito alla sperimentazione in altre nove (Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria). Quattro le aree che possono contare invece su una regolamentazione più dettagliata relativa ad esempio alla riconversione di strutture già esistenti o alla costruzione di nuove (Basilicata, Sardegna e le due Province autonome di Trento e Bolzano). Rappresenta un caso a sé il Veneto: prima Regione a sperimentare il cohousing nel 2013 con 1,2 milioni di euro, secondo quanto risulta a Vita non ha più proseguito l’esperienza. La ricerca, infine, non ha prodotto risultati per Sicilia e Liguria.

Il co-housing insomma, pur delineato, è ancora sulla carta in non pochi territori. «È uno strumento che offre diversi benefici. Migliora la qualità della vita degli anziani, accresce l’autonomia funzionale, riduce gli accessi inappropriati al pronto soccorso e le ospedalizzazioni», spiega Federico Pennestrì, coautore del lavoro insieme a Rebecca Sergi (entrambi studiosi dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) e al professor Nicola Pasini, associato di scienza politica della Statale di Milano. Peccato, osservano i ricercatori, che la traduzione italiana di quest’esperienza sconti ancora non poche difficoltà a partire da quelle terminologiche. Le disposizioni regionali raramente distinguono fra coabitazione e co-residenza. La prima consiste nella condivisione di servizi e spazi domestici nella medesima unità, in altre parole “dietro la stessa porta”; la seconda nella condivisione di servizi comuni, mantenendo invece unità abitative e spazi domestici privati, in altre parole “dietro porte diverse”. Quanto ai gestori e agli attori coinvolti, nella maggior parte dei casi è prevista la concertazione fra erogatori locali pubblici e privati. Un raccordo più snello laddove è richiesta la sola autorizzazione regionale per operare (Abruzzo, Basilicata, Piemonte, Puglia, Sardegna), meno invece laddove stabilisce un coordinamento continuativo e soggetto a verifiche periodiche della appropriatezza del servizio erogato (Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Toscana). Un passaggio necessario, quest’ultimo, nelle regioni che prevedono l’inserimento del servizio di co-housing nel budget integrato per la cura della salute della persona (Toscana e Lombardia).

Quanto ai destinatari, solo Emilia Romagna e Provincia di Bolzano estendono il servizio ai non autosufficienti mentre solo il Piemonte prevede la possibilità di convivenza anche intergenerazionale. «Il cohousing è un servizio per persone autodeterminanti più che autosufficienti. Ha senso se gli appartamentini sono realizzati in edifici accanto a strutture assistenziali per anziani, pensiamo a una Rsa, in modo da poter beneficiare del contatto diretto con la centrale dei servizi in caso di bisogno. Per l’anziano sarebbe uno stress inutile trasferirsi prima in un appartamento in co-housing e poi, quando le condizioni si aggravano, in una struttura protetta in tutt’altra parte della città», suggerisce Fabio Toso, direttore generale della Fondazione “Opera Immacolata Concezione” di Padova, ente che dal 1996 gestisce 70 appartamenti in co-housing a cui se ne sono aggiunti 28 nel 2016. Come convincere gli anziani? «L’anziano va rassicurato perché l’abitazione è l’ultimo baluardo di risparmio. Purtroppo le incertezze del welfare inducono a preferire di morire da soli in casa propria piuttosto che in un posto che oggi funziona e domani chissà se funziona e chi lo gestirà», commenta Maurizio Trabuio, direttore della Fondazione “La Casa”, una onlus che gestisce 14 alloggi per anziani nella cintura urbana padovana. «In Italia gli anziani sono meno propensi a vivere con altri anziani non familiari», fa eco Pennestrì, autore di Eppur si Muore. Vivere di più o vivere meglio? per Mursia. Altro punto critico le risorse. «Si tratta di riqualificare la spesa, non di aumentarla. Spendere più per la prevenzione che per l’istituzionalizzazione», ragiona Trabuio. Costa più un’ora di un fisiatra che insegna a fare ginnastica pelvica a dieci anziani in co-housing o un giro di pannoloni? Alle Regioni la sentenza (non) ardua.

In sintesi

Sono 9 le Regioni in cui le politiche di co-housing sono oggetto di formale invito alla sperimentazione: Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria
4 le Regioni in cui le politiche di co-housing sono ancora in una fase di studio o di approvazione: Abruzzo, Campania, Molise e Valle d’Aosta
2 le Regioni che non hanno disciplinato il co-housing, Sicilia e Liguria
2 le Regioni che prevedono l’inserimento del servizio di co-housing nel budget integrato per la cura della salute della persona: Toscana e Lombardia
1 Regione prevede la possibilità di co-housing anche intergenerazionale: il Piemonte

Foto del Villaggio Airone all’interno del Centro servizi Civitas Vitae Angelo Ferro di Padova