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Pnrr, Italia in affanno ma gli altri Paesi non stanno meglio

16 Dicembre Dic 2022 0816 16 dicembre 2022
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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza mostra già le crepe ma, sorpresa, l'Italia è in buona compagnia: buona parte dei Paesi europei lamenta gli stessi problemi. È il momento di riprogrammare e correggere gli errori, prima che sia troppo tardi. Ieri a Roma sono stati presentati i risultati delle prime analisi, realizzate con il progetto Recovery Watch della Feps, con la partecipazione del Forum Disuguaglianze diversità. Le proposte degli esperti

Si lavora da tempo, ormai, al Piano nazionale di ripresa e resilienza – Pnrr. È giunto il momento di riprogrammare, perché l’Italia si è accorta di essere indietro nei tempi e di aver parecchi errori, alcuni gravi ma comunque correggibili. La vera sorpresa è che la maggior parte degli altri Paesi europei non sta meglio di noi. Ora sono arrivati i risultati delle prime analisi, realizzate all’interno del progetto Recovery Watch della Fondazione per gli studi progressisti europei - Feps, con la partecipazione del Forum Disuguaglianze diversità. Ieri al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro - Cnel, a Roma, sono stati illustrati alcuni dati comparati con i relativi provvedimenti adottati in altri Paesi europei.

Nessuna illusione: c’è parecchio da fare per migliorare la qualità degli interventi e le effettive ricadute per cittadini e imprese. In Italia c’è stata una scarsa consultazione, sicuramente inferiore ai vicini Paesi iberici, e poi una forte centralizzazione anche a causa dei tempi ristretti. Si è scelto di assumere nuovo personale nella pubblica amministrazione per aiutare a far viaggiare il Pnrr (in buona parte a tempo determinato) ma, dei 24mila dipendenti complessivi, soltanto 2.800 saranno destinati agli enti locali, cioè là dove c’è il vero gap di competenze. Spenderemo il 49,55% delle risorse richieste all’Europa per la coesione sociale e territoriale (la Spagna investirà in questa direzione il 55,94% del totale, il Portogallo invece il 46,64%), tuttavia soltanto il 40% delle complessive risorse del Pnrr italiano, pari a 82 miliardi di euro, sarà impiegato al Sud. Ecco perché diventa fondamentale aprire un autentico dibattito pubblico almeno in questa fase.

Il presidente del Cnel, Tiziano Treu, ha ricordato che «quella che comincia ora è una fase ancora più delicata della precedente. Il monitoraggio da parte della pubblica amministrazione è complesso, se si vuole farlo continuo e partecipato: non è quello che fa la Ragioneria generale, per intenderci. È tempo di passare alla valutazione per correggere il tiro e gli errori».

«Non vogliamo sostituirci al ruolo degli organi preposti dello Stato», ha subito chiarito David Rinaldi, direttore del centro di Studi e politiche pubbliche della Feps. «I Piani sono stati lanciati lo scorso anno, mentre ora comincia la fase dell’implementazione. Ad oggi, dunque, possiamo studiare solo l’impatto potenziale sulla base della modalità di governance e delle strategie proposte. Oggi presentiamo quattro studi rappresentativi di ciò che sta accadendo nel territorio italiano su diversi aspetti di decisiva importanza per la giustizia sociale e ambientale: le politiche di cura e la dimensione di genere; le politiche per la prima infanzia; l’impatto delle misure per il clima sul mercato del lavoro; l’attenzione riservata nella governance alle specificità dei luoghi e al dialogo con parti sociali, società civile e amministrazioni locali».

Alessandra Faggian, direttrice per le Scienze sociali del Gran Sasso Science Institute, ha introdotto la ricerca incrociata condotta sui Pnrr di Italia, Spagna e Portogallo. «Abbiamo cercato di dare una risposta alla domanda: quanto sono efficaci le politiche per le persone nei luoghi in cui esse risiedono? Aiuteranno la coesione territoriale? Abbiamo analizzato tre fattori: la dimensione territoriale, la partecipazione al dibattito pubblico, la governance multilivello e il rinnovo della pubblica amministrazione. L’Italia, tra i Paesi europei, è quello che ha deciso di indebitarsi di più. Abbiamo chiesto molte risorse che, in buona parte, dovremo restituire. Eppure, sembra che il divario tra Nord e Sud sia destinato a permanere. Da anni esiste la Strategia nazionale per le aree interne – Snai, tuttavia viene citata in rari passaggi del Pnrr. Assistiamo a una grande frammentazione degli interventi e della definizione stessa di “aree marginali”. È legittimo chiedersi se sia accaduto per il ruolo dei diversi gruppi di interesse».

Laeticia Thissen, analista politica per la parità di genere della Feps, ha ricordato che «la pandemia ci ha fatto cambiare il nostro modo di percepire il ruolo della “cura” e dell’assistenza sociale nella nostra vita quotidiana, dando al termine cura il significato più esteso possibile. Essa varia parecchio in base al genere: non è un caso che le donne abbiamo sostenuto in modo sproporzionato gli impatti socioeconomici del Covid. La crisi del sistema sociosanitario era già in atto da prima, perciò bisogna comprendere quanto aiuterà il Pnrr. Abbiamo fatto una comparazione tra Italia, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Finlandia, Germania, Lettonia e Spagna».

Un momento dell'evento al Cnel per la presentazione delle analisi sul Pnrr

Francesco Corti, ricercatore del Centro per gli studi politici europei - Ceps, ha parlato della ricerca condotta sulle misure che puntano a rafforzare le politiche per l’infanzia. «In Italia gli interventi non si differenziano soltanto tra Nord e Sud, da regione a regione, ma persino tra un singolo territorio e l’altro, e spesso creano disparità a seconda delle fasce di reddito. Il Veneto, per esempio, punta moltissimo sui servizi del settore privato mentre l’Emilia Romagna si conferma un’eccellenza a livello mondiale per le prestazioni erogate dalla pubblica amministrazione. Abbiamo carenze anche nella qualità dei servizi, ma non siamo gli ultimi in Europa. Si prevedono 264.480 nuovi posti di lavoro tra asili nido e scuole dell’infanzia entro la fine del 2025, con un investimento pari a 4,6 miliardi di euro, di cui 3 messi a disposizione dal Pnrr. Però occorrono molti educatori, dunque bisogna fare la formazione. Per i progetti in essere, si parla di 1,6 miliardi e 42mila nuovi educatori da assumere tra le scuole e i servizi per l’infanzia. Il bando per questo settore ha subìto tre volte una deroga perché ha mostrato delle pecche, soprattutto al Sud: qui più che altrove si sono mostrati i limiti dei Comuni nella progettazione, e i mille esperti messi a disposizione con il Pnrr si sono rivelati insufficienti. Tra le regioni più in affanno sicuramente Basilicata, Molise e Sicilia. Va poi sottolineato che Campania e Sicilia non raggiungeranno l’obiettivo del 33% dei servizi dedicati all’infanzia».

Maria Enrica Virgillito, professoressa associata in Economia politica della Scuola superiore “Sant’Anna”, ha presentato l’analisi dei dati di Germania, Slovacchia, Italia, Spagna e Svezia in materia di transizione ecologica e giustizia ambientale, ricordando tra l’altro che «l’Italia è l’unico dei tre principali Paesi produttori di autoveicoli (gli altri sono Germania e Francia, ndr) che ancora non si è dotata di un Piano dell’Auto».

«Il Pnrr prevede due grandi canali di lavoro nell’ambito sociale», ha detto nel suo intervento Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum del Terzo settore. «Uno è quello dell’innovazione (faccio su tutti gli esempi di cohousing e Case di cura), l’altro è quello delle riforme strategiche, come la norma sulla non autosufficienza. Le criticità che abbiamo riscontrato sono: l’attribuzione delle risorse attraverso i bandi, che mette in rilievo la fragilità amministrativa rispetto all’abito sartoriale che richiede il nostro settore; la genericità dei bandi rispetto ai territori; la complessità amministrativa e la difficoltà nella fase di realizzazione: il nostro slogan è “meno burocrazia, più coprogettazione”; la fragilità dell’istruzione e il fenomeno dei Neet; il monitoraggio per correggere il tiro, se e quando occorre: condividiamo i dati, servono per capire se si va nella direzione giusta; la necessità di integrare i fondi strutturali».

«Il Recovery non è un grande programma per scavare buche e riempirle, e così dare modo di creare un po’ di salari, un po’ di profitti e soprattutto tante reddite», ha ammonito il co-coordinatore del ForumDD, Fabrizio Barca, nel tirare le somme della giornata. «Dovrebbe essere un programma per rispondere in tutta l’Europa in modo coordinato al succedersi drammatico delle crisi, per cambiare rotta e avere uno sviluppo sostenibile e inclusivo che utilizzi le nuove tecnologie per ridurre assieme le disuguaglianze ambientali e sociali. Solo se questo sarà percepito dal popolo europeo, giustificherà l’accumulo di debito pubblico. L’analisi delle regole e delle attuazioni del processo ci indicano forti criticità in tutti i Paesi, non solo in Italia. L’Italia è più interessata a correggere il tiro per tre ragioni: 1) perché ha richiesto più risorse degli altri Paesi; 2) perché sono stati commessi gravi errori nel disegno del Pnrr dai due governi precedenti; 3) perché abbiamo maturato un ritardo straordinario nella spesa».

«Provo a fare sintesi di quanto è emerso oggi e a lanciare alcune proposte operative», ha proseguito Barca. «Bisogna intervenire per ridurre alcuni squilibri territoriali, come invece si sta prefigurando: sappiamo già che molti asili non verranno mai aperti. Il miglioramento del monitoraggio serve perché la gente ha diritto di arrabbiarsi quando ancora si può correggere la rotta. Bisogna formare gli educatori, decidere come le Case della salute si inseriranno nel sistema, rafforzare dal centro l’accompagnamento dei territori. E ancora: potenziare i servizi di cura secondo una logica di sviluppo e in un’ottica di genere; rafforzare i piani di intervento per gli anziani non autosufficienti; attribuire più poteri ai Comuni anziché alle Regioni, perché la regionalizzazione non è altro che lo scaricamento di ciò che lo Stato non ha saputo disegnare. Sfruttiamo i poli di aggregazione dei Comuni, nelle forme che sono state già decise e non con nuove soluzioni che richiederebbero tempi lunghissimi. Anche a causa di un abbassamento degli standard pretesi dall’Ue, c’è il rischio in tutta Europa che la Recovery non rappresenti un cambio di rotta, ma sarebbe bello se tra un anno l’Italia indicasse agli altri come correggere il percorso».

Quanto sono place-sensitive i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza?

Link all’executive summary in italiano: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/quanto-sono-place-sensitive-i-piani-nazionali-di-ripresa-e-resilienza/

Link allo studio integrale in inglese: https://feps-europe.eu/publication/how-place-sensitive-are-the-nrrps

Verso una ripresa basata sulla cura? Un’analisi femminista dei piani nazionali di ripresa e resilienza

Link all’executive summary in italiano: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/verso-una-ripresa-basata-sulla-cura-unanalisi-femminista-dei-piani-nazionali-di-ripresa-e-resilienza/

Link allo studio integrale in inglese: https://feps-europe.eu/publication/towards-care-led-recovery-for-the-european-union/

Il ruolo della Recovery and Resilience Facility nel rafforzamento delle politiche per l’infanzia

Link all’executive summary in italiano: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/il-ruolo-della-recovery-and-resilience-facility-nel-rafforzamento-delle-politiche-per-linfanzia/

Link allo studio integrale in inglese: https://feps-europe.eu/publication/the-role-of-the-recovery-and-resilience-facility-in-strengthening-childcare-policies/

Sfide strategiche e politiche pubbliche per una transizione giusta verso la neutralità climatica: cinque piani per la ripresa a confronto

Link all’executive summary in italiano: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/sfide-strategiche-e-politiche-pubbliche-per-una-transizione-giusta-verso-la-neutralita-climatica-cinque-piani-per-la-ripresa-a-confronto/

Link allo studio integrale in inglese: https://feps-europe.eu/publication/policy-challenges-and-policy-actions-for-a-just-climate-transition/

In questo video la presentazione dei dati alla sede del Cnel

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