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Rossi Doria: «Il tutor? A viale Trastevere continuano a pensare che la scuola basti a se stessa»

10 Gennaio Gen 2023 1649 10 gennaio 2023
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Un tutor di classe per gli alunni difficili? Non si capisce di cosa si parla, dire tutor è tutto e niente. Per Marco Rossi Doria, già maestro di strada e ora presidente dell’impresa sociale Con i Bambini contro la dispersione scolastica «serve costruire un patto territoriale, che dettagli in maniera molto fattuale cosa fare per ciascun alunno fragile. Invece anche nelle nuove indicazioni per l'uso dei 500 milioni del Pnrr l’idea di villaggio educativo non è entrata»

Di cosa parliamo quando parliamo di un tutor di classe per gli alunni difficili? Non lo sappiamo. Dire tutor è dire tutto e niente. È questa la premessa di Marco Rossi Doria, già maestro di strada, esperto di dispersione scolastica e ora presidente dell’impresa sociale Con i Bambini, soggetto attuatore del fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile. Rossi Doria in passato è stato sottosegretario a viale Trastevere e ha coordinato ben due cabine di regia sulla dispersione scolastica, una nel 2017 su nomina della ministra Valeria Fedeli e poi nel 2022 un gruppo di lavoro voluto dal ministro Patrizio Bianchi in vista dell’utilizzo delle risorse stanziate dal Pnrr: in entrambi i casi, sostanzialmente rimasti vox clamans in deserto. Quando gli chiediamo di commentare l’idea del ministro Giuseppe Valditara, per come è uscita sui giornali, glissa: «Per persone come me che si occupano da anni di questi ragazzi e di questi temi, è impossibile fare un ragionamento compiuto su dichiarazioni così generiche. Siamo in un territorio strano della comunicazione: ci sono delle dichiarazioni, la ripresa di alcuni elementi nelle linee attuative del Pnrr, ma non si capisce esattamente cosa intenda il ministro. Non c’è un luogo di dibattito pubblico».

Il tutor, insieme alla personalizzazione degli apprendimenti, lo ritroviamo in molte esperienze di successo, penso per esempio a “Provaci ancora Sam”, a Torino, che inserisce un educatore in ogni classe. Cosa serve perché questa idea – al momento poco più che un’etichetta – concretamente funzioni?

La condizione – lo diciamo da mesi – è che a monte vi sia un patto territoriale, circoscritto a un territorio omogeneo (per esempio si può fare come è stato fatto un patto per Napoli, ma poi si deve estrinsecare in un patto rione per rione, che hanno caratteristiche diverse). Nel patto c’è la scuola, il sindaco, la Asl, i servizi sociali, il Terzo settore… e si definisce chi fa cosa. L’insegnante deve essere salvaguardato nella sua funzione di insegnamento: ovvio che ha anche una funziona educativa, ma sta insegnando matematica. Se il ragazzino ha un deficit di motivazione, chi lo va a recuperare, d’accordo con quell’insegnante, il dirigente, l’assistente sociale? Un educatore del Terzo settore che ha l’esperienza, che sa rimotivare con il teatro, lo sport, tante cose, che sa fare l’informale fuori da scuola accompagnando anche il consolidamento delle conoscenze. Bisogna lavorare su un programma fatto sul singolo bambino, che ha un nome, un cognome e una storia precisa. Dentro un’alleanza con la scuola e con la famiglia. Il tutor poi deve fare cose diverse a seconda dell’età dell’alunno. Forse deve anche essere una persona diversa, perché è vero che ci sono educatori che sanno trattare sia bambini sia gli adolescenti, ma si tratta tendenzialmente di due mestieri diversi. Questo è il lavoro che va fatto e va descritto così, nel dettaglio, in maniera molto fattuale: non basta dire “ci sarà un tutor in classe”. Una cosa è fare un’intervista e un’altra cosa è fare programmazione territorio per territorio, mettendo insieme tutti, pur nella distinzione dei ruoli, tutti coinvolti nel fare programmi mirati bambino per bambino. Dobbiamo evitare il generico “faccio gente, vedo cose”.

Marco Rossi Doria, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini

Il problema è che il tutor deve essere un educatore, per avere uno sguardo diverso e per portare competenze diverse?

Non necessariamente, può essere anche insegnante ma con la consapevolezza chiara – che deve esplicitare e comunicare ai ragazzi – di avere un’altra funzione. Può essere anche la stessa persona, ma assolutamente non deve fare le stesse cose. Deve vestirsi di un altro abito e deve saperlo far capire. Io ho fatto per anni l’insegnante e l’educatore: la mattina andavo a scuola in giacca e cravatta e il pomeriggio incontravo i ragazzi in tuta. Facevo cose diverse, con linguaggi diversi e comportamenti diversi. La mattina ero l’insegnante, il pomeriggio ero Marco. I ragazzi questa differenza la devono vedere e vivere: non si possono fare le stesse cose la mattina e il pomeriggio, lo abbiamo fatto per 20 anni con i Pon e questo disastro è il risultato.

Il 5 gennaio il ministero ha inviato a tutte le 3.198 scuole interessate le istruzioni operative per la gestione dei finanziamenti del Pnrr per il superamento dei divari territoriali e la lotta alla dispersione scolastica, 500 milioni di euro già assegnati alle scuole. La linea di investimento 1.4 prevede un altro miliardo per questo obiettivo, che deve essere ancora assegnato. Entro il 28 febbraio le scuole dovranno caricare i progetti. In realtà, pur avendo le risorse dall’estate, poco si è mosso finora.

I dirigenti attendevano queste indicazioni operative, che finalmente indicano le procedure contabili e prevedono anche un percorso di semplificazione. Dicono che ci sarà un monitoraggio e che bisognerà indicare chi sono i destinatari, non basterà dare dei numeri: questo comporta tutta una gestione non semplice della privacy su cui le indicazioni un po’ glissano, ci sono delle ha fattispecie tecniche che vanno superate e che sono più complesse di quanto emerga.

L’Italia ha fatto la scelta di incardinare tutto sulla scuola. Già nei mesi scorsi lei stesso ha evidenziato come punto dolente il fatto che non si siano date indicazioni su come fare i partenariati, ma solo una indicazione generica, «così che le scuole rischiano di comportarsi come con un PON, senza fare un partenariato a monte. Ci doveva essere un vincolo a costituire la comunità educante per poter utilizzare quei soldi».

Su questo non ci sono particolari novità. Evidentemente il ministero continua a pensare che la scuola ce la possa fare da sola. Il Terso settore è previsto ma come un’aggiunta, il patto territoriale non è certo la base che consente di raggiungere l’obiettivo. C’è una filosofia a monte per cui la scuola basta a se stessa, l’idea di villaggio educativo non è entrata. Ma chi li raggiunge questi ragazzi se non vengono a scuola? E se non hanno imparato abbastanza, se fanno troppe assenze, chi li rimotiva? Ci vuole un patto con il Terzo settore, non basta chiamare degli esperti, fare un Pon rivisitato. La forte valenza innovativa invece sta al fatto che i soggetti di un territorio invece possono mettersi insieme e fare molto molto bene insieme, essere d’impatto. Ora entro il 28 febbraio le scuole dovranno presentare i progetti: nei territori dove c’è un’esperienza pregressa di comunità educanti si potranno portare dentro questa programmazione delle pratiche che giù funzionano, ma dove non c’è nulla credo che non nascerà nulla di nuovo.

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Foto Sintesi, Daiano Cristini

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