Patrizio Ambrosetti

«La mia vita da nomade digitale»

10 Ottobre Ott 2022 1142 10 ottobre 2022

Sempre più persone si stanno convertendo alla vita da nomade digitale. In tutto il mondo oggi sono oltre 35 milioni coloro che si definiscono tali e le proiezioni parlano di 100 milioni di nomadi nei prossimi 3 anni. L’esperienza di Patrizio Ambrosetti, pioniere del nomadismo digitale

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Sempre più persone si stanno convertendo alla vita da nomade digitale. In tutto il mondo oggi sono oltre 35 milioni coloro che si definiscono tali e le proiezioni parlano di 100 milioni di nomadi nei prossimi 3 anni. L’esperienza di Patrizio Ambrosetti, pioniere del nomadismo digitale

Il mondo del lavoro stava cambiando già prima della pandemia, ma con l’avvento del virus ovunque è stato promosso lo smart working o, comunque, un lavoro più flessibile.

Si è affermato il concetto di flessibilità che comprende chi lavora due giorni in ufficio e tre a casa, chi ha ottenuto una settimana lavorativa da 4 giorni, chi lavora da remoto e chi è diventato un vero nomade digitale come Patrizio Ambrosetti, che ne ha fatto la sua filosofia di vita: «La mia missione è quella di aiutare aziende globali a transitare verso il lavoro da remoto e supportare, allo stesso tempo, i dipendenti in questo cambiamento. Mi impegno quotidianamente perché i governi diventino più attrattivi per i nomadi digitali e creo contenuti video e podcast sui miei canali social (@rover_pat), partecipo come ospite a molti seminari ed eventi e sto lanciando un fondo di investimento (www.fundvega.com) basato in America che investirà appunto in startup per questa nuova generazione di lavoratori-viaggiatori».

Romano di nascita, è diventato presto cittadino del mondo. Dopo essersi trasferito a New York per continuare gli studi in Business & Management, ha poi «incontrato» un libro che l'ha fatto svoltare: è The 4-hour work week di Timothy Ferriss, che spiega come conciliare vita privata e lavoro. Intanto WeWork, l'allora piccola startup nota per aver rivoluzionato il concetto di coworking (spazi di lavoro condiviso, un modello alternativo al “classico” ufficio), lo assume come uno dei primi dipendenti internazionali e lo incarica di espandere il business in Europa e di lanciare nuovi mercati a livello globale. Dopo aver lavorato per Selina occupandosi dell’apertura di nuovi mercati e spazi per il coliving (soluzioni di coabitazione tra più persone o più nuclei familiari con spazi privati e altri in condivisione) e coworking, nel 2020 si trasferisce a Barbados dove, dopo 8 anni di viaggi no stop, stabilisce la sua base. Oggi investe in start up, dispensa consulenze e pianifica strategie per chiunque voglia aprire coworking, community di viaggiatori e piattaforme di vita comunitaria.

Qual è l’identikit di un nomade digitale?

Una prima importante distinzione da chiarire è la differenza tra nomade digitale e remote worker. Il nomade digitale è una persona che lavora nel digitale e che non ha una base fissa ma viaggia in tutto il mondo. Può essere un freelancer, un imprenditore o un dipendente di un'azienda che offre massima flessibilità. I nomadi digitali vivono una vita minimale e non hanno grandi possedimenti. I beni più importanti per loro sono: il laptop, il passaporto e un bagaglio, che portano con sé, da un continente all’altro.

Il remote worker, invece, è una persona che ha la possibilità di lavorare da remoto per qualche mese all'anno, in un paese differente o in una città diversa da quelli in cui ha la residenza. Non ha la stessa flessibilità del nomade digitale ma deve sottostare alle policy dell'azienda e spesso mantiene i propri possedimenti. Un remote worker può trasformarsi però in nomade digitale.

Oggi come vive un nomade digitale?

Questo tipo di vita ti dà libertà e flessibilità assolute. Di solito quelli che scelgono questa strada sono attratti dallo sport, dall'esplorazione, sono persone curiose, che amano imparare nuove cose e condividerle con la “community” dei nomadi digitali. Forse in noi nomadi anche c'è la voglia di riprenderci qualcosa che abbiamo perso: oggi siamo sempre più abituati a stare chiusi in casa, in ufficio o nei centri commerciali. Qualcuno dà la colpa ai social network, qualcuno alla realtà virtuale o anche alla pandemia, ma la verità è che per troppo tempo non siamo usciti e adesso è come se fosse tornata la voglia di viaggiare e di spostarci. Le persone che ho incontrato qui a Barbados si sono messe fare surf, quelle che ho visto in Thailandia si sono affacciate per la prima volta al mondo della spiritualità: come dire, ogni posto ti può dare qualcosa di speciale.

Ma la produttività nel lavoro non cambia lavorando da nomadi?

Assolutamente no, anzi. Anche perché fondo non è nemmeno un concetto così nuovo, ormai è una modalità assestata: l'espressione “nomadi digitali” nasce nel 1997, è stata scritta per la prima volta sul libro Digital Nomad di Tsugio Makimoto e David Manners. Oggi per me i "nuovi ricchi” sono quelli che possono avere più flessibilità e i nomadi digitali, pur di garantirsela, lavorano molto perché vogliono potersi permettere i vari viaggi. E comunque parecchi studi dimostrano che dando più flessibilità ai propri dipendenti, molte aziende hanno aumentato i ricavi del loro business.

Un esempio…

Airbnb: è un'azienda che ha 6.500 dipendenti che lavorano da remoto e il fatturato è aumentato a dismisura. Le persone che lavorano fuori dagli uffici sono persone che tendenzialmente si concentrano di più: vogliono.

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