Accademia della follia 3
Salute mentale

«Questo è teatro, non terapia»

8 Novembre Nov 2022 0910 08 novembre 2022
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L'Accademia della Follia, compagnia teatrale di matti per mestiere e attori per vocazione che affonda le sue radici a Trieste, all'interno della rivoluzione basagliana, compie quest'anno 30 anni. VITA ha ripercorso la sua storia assieme a due delle fondatrici, Angela Pianca e Cinzia Quintiliani

Si apre il sipario, al teatro Politeama Rossetti di Trieste. In scena, abiti colorati, appesi a fili. Entrano gli attori, alcuni vestiti in pigiama e in sottana, altri con abiti strappati. Recitano un testo commovente, che unisce le parole di Pier Paolo Pasolini con le testimonianze di persone rinchiuse negli ospedali psichiatrici. Lo spettacolo che si è tenuto il 21 ottobre non è stato solo uno tra i tanti appuntamenti in programma al Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia. “Noi sappiamo i nomi – in viaggio con Pier Paolo Pasolini”, questo il titolo della rappresentazione, celebra i primi 30 anni dell’Accademia della follia, la compagnia teatrale formata da “matti di mestiere e attori per vocazione”, che affonda le sue radici nel fermento della rivoluzione basagliana.

Nel 1971 Basaglia è arrivato a Trieste e ha iniziato la sua opera di deistituzionalizzazione: era un momento senza precedenti nella storia della psichiatria, che ha richiamato nel capoluogo giuliano tantissimi artisti, tra cui il famoso drammaturgo Giuliano Scabia, tra gli inventori di Marco Cavallo, statua simbolo della “liberazione dei matti”.

All’interno del parco di San Giovanni – fino ad allora sede del manicomio – hanno iniziato a prendere vita diversi laboratori culturali e creativi. “Nel 1975 è approdato a Trieste anche Claudio Misculin”, racconta Angela Pianca, una delle fondatrici dell’Accademia della follia. “Era stato in carcere, ma ne era uscito innocente, perché non aveva commesso il reato che gli veniva imputato. Questo, come spiegava anche lui, gli ha spappolato la mente e gliel’ha staccata completamente dal corpo. A San Giovanni ha avuto la fortuna che qualcuno l’ha messo sul palcoscenico: da quel momento è passato, secondo le sue stesse parole, da una vita malata alla malattia del teatro”.

È stato così che Misculin, che Giuliano Scabia ha definito, in un commovente articolo, in occasione della sua morte, nel 2019, “forse il più grande attore italiano”, ha trovato la possibilità di ricomporsi e di costruire per sé una nuova identità. Ha cominciato a tenere delle lezioni di teatro, per persone con difficoltà e per operatori della salute mentale. Durante uno di questi, l’incontro decisivo con Pianca, psicologa arrivata a Trieste da Treviso per lavorare con Basaglia, con cui ha ideato e costruito il suo laboratorio di artigianato teatrale, che poi è diventato, nel 1983, il Velemir Teatro, in onore di un omonimo violinista, amico dei due, che si era suicidato poco prima. “Claudio diceva che recitare poteva aiutare altri come aveva aiutato lui”, continua Pianca. “Ma non abbiamo mai voluto fare teatroterapia: il nostro intento era costruire una compagnia professionale composta da matti. Abbiamo iniziato a lavorare ogni giorno, a partire dalle testimonianze: lettere, poesie, testi che raccontassero la violenza dell’istituzione. Cercavamo scritti nascosti, di qualità, che esprimessero cosa volesse dire stare rinchiusi in una diagnosi, che ti consentiva un’unica identità, quella di matto”. Nascono così alcuni dei cavalli di battaglia dell’Accademia, come il monologo “Luride creature”, tratto dalle missive mai spedite della contessa goriziana Matilde G., che una dottoressa ha trovato in una cartella clinica. La donna, una maestra, voleva fare la violinista; durante la prima guerra mondiale si era innamorata di un ragazzo che poi era morto al fronte. Così lei aveva tentato il suicidio ed era finita in manicomio, dove è rimasta dai 18 ai 72 anni e dove ha iniziato a scrivere delle lettere invettive verso la sua famiglia, che, rinchiudendola, le aveva impedito di vivere. “C’era questo lavoro di ricerca, ma c’era anche un confronto con grandi autori, come Shakespeare e Dostoevskij”, spiega la psicologa-attrice, “e una collaborazione e uno studio sul campo continuo con registi e sceneggiatori”.

Nel 1990, un altro incontro fondamentale. “A Sant’Arcangelo di Romagna, da dove vengo, c’è da tantissimi anni un festival di teatro in piazza e quell’anno arrivò il Teatro Velemir” ricorda Cinzia Quintiliani, che di lì a poco sarebbe diventata una delle fondatrici dell’Accademia della follia e compagna di vita di Claudio Misculin. “Con i miei amici, notammo che c’era uno spettacolo recitato dai matti e volemmo andarci. Era in programma alle due di notte, ma c’era tantissima gente, dovemmo farci spazio per assistere. Io fui fulminata da questa esperienza. Il giorno dopo tornai per una replica: c’era gente attaccata alle reti, da fuori, per riuscire a vedere questa commovente rappresentazione”. Da quel momento, è iniziata una collaborazione che ha portato, nel 1992, alla fondazione dell’Accademia della Follia da parte dei tre. “C’erano diversi laboratori in Italia che lavoravano in rete”, continua Quintiliani, “come a Cremona, a Ferrara e a Rimini. Lo zoccolo duro degli attori di Trieste si manteneva, ma veniva integrato con persone del luogo”. Le progettualità, negli anni non sono mancate. C’è stato un tour, il Matintour, ripreso anche da dei cameramen, durante il quale la compagnia si è spostata in bus in cinque strutture psichiatriche in cinque città italiane –Trieste, Ferrara, Rimini, Pesaro e Milano –, in cui, per dieci giorni, venivano fatti laboratori con gli utenti, che portava a uno spettacolo finale. L’Accademia della follia, però, per definizione, non si lascia rinchiudere da nessun confine: le sue rappresentazioni non si sono limitate al territorio nazionale, ma sono andate oltre, in Germania, in Francia, in Spagna. “Abbiamo sempre imparato il testo nella lingua del Paese dove recitavamo”, aggiunge Pianca. Ma i matti per mestiere e attori per vocazione sono arrivati anche al di là dell’Oceano. “Io sono brasiliana di origine e la mia collega Carmen Palumbo aveva un amore brasiliano”, racconta Quintiliani, “così proponemmo di andare in Brasile, dove gli attori recitarono in portoghese. Fu un grande successo, facemmo poi un tour di 22 spettacoli in sei stati diversi. Eravamo in 14, di cui dieci dovevano prendere delle medicine: volammo con litri di metadone e con tantissimi farmaci”. Nonostante le difficoltà, però, i bei messaggi sono contagiosi, germinano e danno frutti anche dall’altra parte del mondo. “Visitammo un manicomio a Porto Alegre”, continua la donna, “dove c’era una vecchietta, forse una suora, che girava ancora con la macchinetta per l’elettroshock portatile. Era un luogo fatiscente, ma io me ne sono innamorata. Nel 2013 riuscimmo a organizzare una residenza artistica di tre mesi. È stata una cosa pazzesca, perché era ancora una struttura di reclusione, non aprivi le porte semplicemente girando la maniglia. Ma c’era tanto amore da parte nostra e degli operatori che ci sostenevano. Facemmo uno spettacolo che si chiamava ‘Azul como la liberdade’ (Azzurro come la libertà, ndr), che replicammo due volte e richiamò moltissima gente. Coloro che avevano lavorato con noi ci chiesero come fare, anche burocraticamente, per replicare l’esperienza: così nacque un’associazione, all’interno dell’ospedale psichiatrico, che si chiama O navio da liberdade, La nave della libertà”.

Nel 2019, la morte di Misculin avrebbe potuto porre fine all’Accademia. “'Claudio era ‘un grandissimo, umanissimo e tormentato attore’, come ha detto Scabia”, chiosa Pianca. “Era il tronco dei nostri spettacoli, su cui si innestavano i vari rami, nel caso in cui uno degli interpreti non ce la facesse a salire sul palco a causa di una crisi o altro poteva sostituirlo o si poteva eliminare la scena”. L’eredità di questo artista visionario, però, non è caduta nel nulla. Lui stesso non lo voleva. Ha continuato a lavorare fino alla fine e, negli ultimi istanti, ha assegnato una missione ai suoi colleghi: “Andé avanti”. Così sono andati avanti, Angela Pianca, Cinzia Quintiliani e gli altri. Hanno rinnovato il direttivo e cambiato il nome dell’associazione in “Accademia della follia - Claudio Misculin” e preparato un nuovo spettacolo in onore del fondatore che, nel 2020, in piena pandemia, ha aperto la stagione in streaming del Teatro Rossetti. Nello stesso anno è anche iniziato il processo di riconoscimento dell’archivio dell’attore, che la Sovrintendenza Archivistica la scorsa estate ha definito “di elevatissimo valore culturale e sociale per la nazione”. “Oggi, nella compagnia, non c’è un Claudio, che era un artista unico, di raro talento”, conclude Quintiliani, “ma c’è un collettivo, dei buoni attori che si impegnano stabilmente e continuano a formarsi. Stiamo portando avanti laboratori sulla voce e anche laboratori di scrittura; da noi arrivano non solo utenti dei Csm, ma anche volontari e tirocinanti: chiunque può venire ma deve stare alle regole della compagnia. Richiediamo impegno e continuità: noi comunque vada alla fine andremo in scena”.