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L’assicurato in svendita

Il governo congela con un decreto le tariffe delle rc auto. Ma diminuisce del 60 per cento i risarcimenti danni

di Gabriella Meroni

«Tariffe rc auto bloccate per un anno»: credevamo fosse un bel regalo, invece era una truffa. Lo stop alle tariffe delle assicurazioni, deciso dal Consiglio dei ministri lo scorso 17 marzo, era stato presentato come un gentile omaggio governativo fatto ai consumatori in una stagione in cui tutto aumenta, dalla benzina al gas, dalla luce all?acqua. Lo stesso presidente D?Alema aveva detto, presentando con orgoglio il decreto legge: «Soffriranno un po? gli assicuratori, ma faremo godere i consumatori». Altro che goduria: in realtà si tratta di un inganno teso ai più deboli, a quelli che delle assicurazioni hanno maggior bisogno: le vittime degli incidenti stradali. Per contenere i prezzi delle polizze, infatti, non si è trovato mezzo migliore che diminuire del 60% le quote dei risarcimenti per danno biologico derivante da incidente. In pratica, da oggi chi si ritroverà con la milza spappolata dopo uno scontro verrà risarcito con 8 milioni e mezzo, mentre prima otteneva in media 19 milioni (ma poteva arrivare anche a 43 in certe regioni); chi si frattura il femore, perde un ovaio oppure un testicolo avrà 4 milioni contro 10 (e un massimo di oltre 28); chi riportasse seri danni all?esofago tanto da rendere difficile deglutire i cibi per tutta la vita, poco più di 3 milioni contro 8,3 (e un massimo di 20). Un?insopportabile ingiustizia? No, solo una «misura anti-inflazione», una manovra «contro i soliti furbi». La giustificazione del governo infatti è stata anche quella di porre un freno alle truffe che si nasconderebbero dietro molte richieste di risarcimento per danno biologico, come il famoso ?colpo di frusta?. «È difficile che una persona cui viene asportato un tratto di intestino lo faccia per fregare l?assicurazione», risponde l?avvocato Stefano Maccioni, responsabile del movimento Giustizia per i cittadini legato a Cittadinanza Attiva (tel. 06. 367181). «In realtà le uniche a guadagnare da una manovra del genere saranno le compagnie assicurative, che si vedono ridurre gli importi da corrispondere a chi subisce un danno che dura per tutta la vita. Altro che colpo di frusta». I consumatori beffati I danni biologici di cui parla il decreto legge sono quelli definiti ?micropermanenti?, che comportano cioè un?invalidità che dura per sempre ma arriva solo al 9 per cento. Sono gli infortuni di gran lunga più comuni, basti pensare che rappresentano il 90 per cento dei risarcimenti versati dalle assicurazioni. Quindi ridurre in questo modo gli importi da liquidare ai clienti proprio in questa fascia che incide così pesantemente nei bilanci delle Compagnie rappresenta per queste ultime una vera manna. Le nuove tariffe stabiliscono che fino al 5 per cento ogni punto vale 800 mila lire (quindi per un 5 di danno biologico si ottengono al massimo 4 milioni), da 6 a 9 punti, invece, l?indennità cresce a un milione e mezzo per punto; in pratica, 9 punti corrispondono a 10 milioni (prima erano in media oltre 22, ma potevano arrivare anche a 49). Un regalo che vale un risparmio del 60 per cento per le Compagnie assicuratrici, e non solo. Il timore delle associazioni di tutela dei consumatori (dall?Adiconsum a Cittadinanza attiva, all?Adusbef, che hanno denunciato prontamente la truffa) è anche un altro: che le compagnie possano approfittare dell’occasione per vendere facilmente ai propri assistiti delle polizze infortuni. Visto che i risarcimenti ?ordinari? sono così bassi, perché non tutelarsi in modo più efficace stipulando un?altra polizza? Il ragionamento fila, e le vendite si impennano. Il nuovo regime, già in vigore, viene a colmare una lacuna normativa. In Italia infatti non esistevano ancora delle tabelle di riferimento per risarcire il cosiddetto ?danno biologico?, che in passato veniva liquidato in misura diversa a seconda del tribunale che emetteva la sentenza. I risarcimenti più alti si avevano a Genova, quelli più bassi a Roma, dove però si applicava un?aliquota più elevata per risarcire i cosiddetti ?danni morali?. Oggi il decreto governativo ha tagliato anche quelli, fissando una percentuale massima del 25 per cento sul totale del risarcimento. Ultima beffa, d?ora in poi ogni giorno di immobilità verrà risarcito con 50 mila lire contro le 85 mila di media del passato regime. Insomma, una sconfitta su tutta la linea per i consumatori, gentilmente offerta dal nostro governo che pure ha avuto il merito di istituire un ?Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti? presso il ministero dell?Industria. Consiglio che, manco a dirlo, non è stato neppure informato dei provvedimenti in questione. Perché un decreto legge? Le associazioni dei consumatori si fanno anche altre domande. Come mai il governo per adottare queste misure ha scelto la via del decreto legge, che secondo la Costituzione dovrebbe essere utilizzato solo in casi di necessità e urgenza? E ancora: come mai si è voluto cassare qualsiasi riferimento all?età del danneggiato, risarcendo allo stesso modo un giovane e un anziano? Evidentemente, secondo chi ci governa perdere un ovaio o un testicolo a vent?anni o a novanta è la stessa cosa, e viceversa la frattura della tibia in un bambino di dieci anni e in una nonnina di ottanta avrebbe gli stessi tempi di guarigione. «È una manovra indegna», dice l?avvocato Umberto Randi, illustre esperto di responsabilità civile e attualmente difensore dei diritti degli emotrasfusi. «Un?operazione che riduce il danno biologico a cifre assolutamente esigue e non tiene conto di altri fattori che integrano queste lesioni fisiche, quali l?angoscia per la perdita della salute, la consapevolezza che non si tornerà più quelli di prima. Chi risarcirà questi danni morali?». In effetti, una soluzione potrebbe essere più vicina del previsto. Contro questo decreto – che come tale dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, pena il suo decadimento – è stata già sollevata un?eccezione di incostituzionalità. Il dottor Roberto Monteverde, giudice del tribunale di Firenze, ha infatti chiesto un pronunciamento della Corte Costituzionale ipotizzando il contrasto del provvedimento con gli articoli 3 e 32 della Costituzione. Quelli che sanciscono l?uguaglianza dei cittadini e il loro diritto alla salute.


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