Economia & Impresa sociale 

Sapelli: « L’impresa sociale è il futuro. A prescindere dalle leggi»

«Il punto d'incontro fra profit e non profit esiste già esiste e si chiama Impresa Sociale. È una convergenza naturale che non deve in nessun modo essere spinta o accentuata da leggi o norme». Così si può riassumere l'intervento di Giulio Sapelli in occasione del workshop conclusivo del Social Enterprise World Forum

di Lorenzo Maria Alvaro

«Il punto d'incontro tra questi due mondi già esiste e si chiama Impresa Sociale. È una convergenza naturale che non deve in nessun modo essere spinta o accentuata da leggi o norme». Così si può riassumere l'intervento dell'economista Giulio Sapelli in occasione del workshop conclusivo del Social Enterprise World Forum, organizzato da Acra-Ccs, dal titolo “Convergence profit-non profit to achieve sustainable value”.

«Il crescente interesse verso il tema della sostenibilità e su come questa si possa realizzare coinvolgendo il Terzo Settore, non è dettato da motivi puramente morali e sociali: il driver fondamentale è economico» aveva aperto con un cappello introduttivo sottolinea Diego Visconti, Presidente di Fondazione Italiana Accenture sottolineando che, «il sistema economico e sociale dei paesi industrializzati, così come è oggi, non può resistere all’impatto della globalizzazione e dei suoi effetti. Pertanto è necessario lavorare all’evoluzione dei modelli operativi come quello della convergenza, che vede la Corporate Sociale Responsibility diventare parte integrante delle strategie di crescita tanto da impattare sulle modalità strutturali di fare business. Intanto il Terzo Settore affronterà una dinamica speculare: la diminuzione di contributi pubblici farà si che le modalità di produzione dei servizi sociali dovranno incorporare forti elementi di efficienza e sostenibilità economica. Fondazione Italiana Accenture è determinata a facilitare applicazioni concrete di questo modello in Italia, sostenendone rapidità di diffusione e replica».

La risposta di Sapelli sembrava quasi liquidare il cuore stesso del dibattito. Invece, come spesso accade con il professore, era solo il preludio per ribaltare il punto di vista. «Siamo di fronte ad un cambiamento epocale. Il meccanismo capitalistico internazionale si è inceppato. È un secolo che questo modello di sviluppo non ci dà il “pane quotidiano”, anzi le cose peggiorano. Da attento osservatore e studioso della situazione economica internazionale dico che c’è da preoccuparsi. Nessuna delle previsioni finora fatte – in ambito economico – si è avverata, e tutto ciò che i governi ci propinano, altro non è che una iniezione di speranza».

Ma allora come può il non profit aumentare il proprio impatto lavorando insieme all’impresa? E come possono le aziende accrescere la propria efficacia sociale lavorando con il terzo settore? «Si parla di Csr, di investimenti sociali, come se si trattasse di novità e come se si stesse parlando di capacità manageriali che si possono insegnare nelle università», attacca Sapelli, «invece non solo nelle università non si insegnano queste cose ma neanche si potrebbero insegnare perché questo tipo di attenzione nei confronti dell'impatto sociale e del ruolo dell'impresa nel tessuto della società arrivano in primis da una tradizione e poi da una passione che ne è la vera forza. Ne parliamo come di grandi novità e gestioni economiche all'avanguardia. Ma sono esperienze che esistono da tantissimo. Pensiamo ad Adriano Olivetti o ai quaccheri e al loro modo di fare impresa. Quando parlo di quaccheri parlo di multinazionali come la Jhonson & Jhonson che da sempre investono un terzo del fatturato nell'azienda, un terzo a chi lavora e un terzo alla società».

Ecco perché per Sapelli, «è inutile pensare di gestire attraverso regole, leggi e norme, un cambiamento che è già in atto. La risposta è l'impresa sociale. Esiste già. Ed è frutto di una tradizione e di una passione. È la dimostrazione che la nostra società, nonostante le difficoltà economiche è ancora viva, e cerca soluzioni nuove. Ma intervenire con la giurisprudenza rischia solo di annacquare questo impegno e combinare quello che è successo con le cooperative. Renderlo cioè un mercato appetibile a chi vuole fare più profitto, come nel caso di Buzzi. Mentre è chiaro che non è un mondo imprenditoriale che punta a quello».


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