Torna la serie Padri nella disabilità, che vuol raccontare storie di uomini alle prese con le grandi fatiche dei figli.
Castenaso è Emilia profonda. Ci si arriva poco fuori Bologna, in una mezzoretta, percorrendo la via Emilia e poi la strada provinciale Lungosavena.
Si passa fra i capannoni della manifattura, dalla meccanica al packaging: un’Italia solida e solidale, quella delle grandi, grandissime cooperative rosse ma anche bianche (pochi lo ricordano), della Arcidiocesi che gestisce, attraverso un trust, un’azienda da mezzo miliardo di fatturato ereditata, la Faac, delle grandi fondazioni bancarie e filantropiche, dalla Carisbo a quella del Monte di Bologna e Ravenna, dalla Golinelli alla Hospice di Isabella Seragnoli.
A Castenaso ci guida però una storia piccola e straordinaria a un tempo.
Ce l’ha segnalata uno che, per mestiere, gira spesso l’Italia sociale in lungo e in largo: Andrea Lecce, responsabile di Intesa Sanpaolo Impact, invitandoci un pomeriggio nel suo ufficio di Milano, ad ascoltare un bolognese, un padre bolognese, un padre di un figlio con una disabilità importante che, in poco più di un’ora, aveva riassuto la sua storia di sconfinato amore di genitore. Un racconto accalorato che faceva intuire come la dedizione estrema di un genitore alla vicenda umana di un figlio potesse diventare una ricchezza per tutti, generare frutto per molti.

In quell’ufficio milanese, alla fine, sullo schermo di un computer erano comparse immagini di un video, la cui amatorialità non faceva velo alla commovente bellezza che restituivano: le immagini di un giovane che, nel sottofondo di musiche lente e dolci – piano, chitarra, basso, sassofono – declamava poesie bellissime, toccanti, struggenti: Non so dove i ricordi siano finiti/ove trovino il luogo per nascondersi/Io sono come loro che sfuggo alla realtà/la vita la sfioro come le lancette nel ticchettio/ che sfiorano lo scorrere del tempo/forse com’esse amo rivolgere il mio sguardo al passato/ma il mio destino è toccare il futuro/continuando a cercare ricordi.
Un giovane alto e magro, con uno sguardo che puntava lontano, che pareva non cercare nessuno nell’uditorio che l’ascoltava, ma che però viveva – lo si capiva – di quelle parole e di quelle emozioni profonde. Quel giovane è Gio, Giovanni Lenzi, 26 anni, nato prematuro, a lungo fra la vita e la morte, uscito dall’ospedale quando pareva impossibile ma con danni neurologici e, successivamente, diagnosticato anche nello spettro autistico. E quel padre è Alberto Lenzi, 65 anni, laurea in economia, studi americani, una lunga carriera fra giornalismo e pubbliche relazioni.
Castenaso è Emilia profonda, dicevamo. Non potevamo non venire a capire di più quei versi in musica e quel padre coriaceo, mai arreso alle condizioni di salute del figlio, sempre desideroso di dargli una chance, una possibilità, l’opportunità di esprimersi e di comunicare la sua umanità.
Castenaso è Emilia profonda, un tempo ci si giocava anche a baseball, un gioco che gli Alleati, acquartierati qui a lungo nel 1944, insegnarono agli autoctoni.
Da Bologna a Castenaso
Ne parlo, in auto, con la persona che mi è venuto a prendere in stazione, Gabriele Soncini, un giovane ingegnere con la passione per il basso che suona non appena gli è possibile. Non sa niente di mazze e guantoni, lui è bolognese, classe 1998, cresciuto quando quello sport anche, nella sua città, era declinato. La sua storia si intreccia a quella di Gio e di Alberto, perché negli anni è diventato un grande amico di Giovanni, incontrato andando a fare volontariato in una parrocchia petroniana con le persone con disabilità. Ha aderito subito al progetto di Alberto, di musicare ad hoc quei versi, accompagnando Gio, quell’amico così fragile eppure così creativamente potente, nelle sue performance.
Il racconto della loro amicizia scorre fra i capannoni, i palazzi, gli attraversamenti pedonali, le locandine del Carlino che sventolano sulle ultime edicole rimaste.
Pochi semafori e il cartello di Castenaso ci accoglie e, poco dopo, un grande casale di campagna, Casa S. Anna, imponente edificio intonacato rossastro, alla maniera delle vecchie case rurali. Come altrove, da queste parti, il Comune ci ha meritoriamente fatto un centro sociale polivalente: ci sono gli anziani, c’è l’associazione degli imprenditori albanesi, e c’è la Fondazione Blue Butterfly Ets, quella che Alberto Lenzi ha fondato per dar modo a Gio – a tutti i Gio che possa incontrare – di poter esprimere la forza creativa.

Al primo piano, una grande stanza con le travi di legno a vista è la sala prove di un piccolo, straordinario ensemble: il già citato Gabriele e due musicoterapeuti, Luisa Bonfiglioli, psicologa (con un dottorato in psicologia clinica) e musicoterapeuta (è diplomata in piano) e Riccardo Melis, musicista e musicoterapeuta. Professionisti solidi, dal curriculum lungo e articolato. Sulle melodie da loro composte, la poesia di Gio dispiega le sue ali. Fino a poche settimane prima c’era anche Margherita Gamberini, giovane e brillante musicista: «Ce l’ha portata via l’Antoniano: è da poco la nuova direttrice del Piccolo coro. Bravissima», mi racconta, salutandomi Alberto, e lo dice con un misto di orgoglio, a sottolineare la qualità di chi lavora alla Blue Butterfly, e di rammarico, perché il suo sax, come dimostrano i video sul sito della fondazione, aggiungeva poesia alla poesia.
Un angolo caldo, questa stanza di Castenaso: ci sono gli strumenti d’intorno, e tante, tante immagini di farfalle, dipinte, fotografate, stilizzate. E una farfalla blu sta sulle felpe ufficiali degli artisti: «Tutto nasce da un bellissimo corto che circolò un po’ di anni fa e che piacque tanto a Gio: Il Circo della farfalla». Chi non lo ricorda? Ci recitava Nick Vuijcic, attore americano senza braccia né gambe, nella parte di un candidato “fenomeno da baraccone” che diventa acrobata sublime. Poesia e riscatto.
E mentre i musicisti accordano gli strumenti o condividono uno spartito, papà Alberto mi racconta. È un uomo alto, aitante, che dimostra meno dei suoi anni, parla con padronanza e precisione, spostando ogni tanto dagli occhi il ciuffo dei capelli biondi, che porta leggermente lunghi. Ha lo sguardo di chi ne ha passate molte, Alberto, ma che non si è arreso ancora.
Un padre che non si arrende alla condanna di una diagnosi
«Questa realtà», dice, «è figlia di una dedizione e di un’attenzione: Gio da bambino ci metteva una vita a fare ogni cosa ma quando la faceva era una gioia». E poi, subito: «Chi ha figli senza problemi, si perde tante cose. Diamo per scontato tutto, invece occorrono resistenza, tenacia, coraggio, perché possa esserci un domani. Le diagnosi poi sono condanne. Sei autistico? Farai cose da autistico. Io non mi sono mai arresto alla sentenza: lui è nato di 470 grammi, è stato quattro mesi in incubatrice. Ha fatto la sua parte: è sopravvissuto. Non ho mai accettato l’idea di fargli fare Origami fino a 80 anni».
C’è forse un filo di malanconia, in queste parole, in questo ricordo delle origini, di quel papà 40enne, che aveva messo nella culla termica di Gio, ai piedi quell’esserino intubato, un walkman, che diffondeva lievi note di Bach e di Mozart: un sottofondo gentile, forse lenitivo di tanta sofferenza.
Gio è nato di 470 grammi, è stato quattro mesi in incubatrice. Ha fatto la sua parte: è sopravvissuto. Non ho mai accettato l’idea di fargli fare Origami fino a 80 anni
L’irriducibilità di Alberto si può capire dal quel piccolo gesto, negoziato coi medici della neonatologia: un nastro registrato che diffonde note sublimi, un viatico dolce per un’esistenza conquistata con le unghie e coi denti, sperando contro ogni speranza.
Alberto lo porterà ovunque, quel bimbetto, poi quel ragazzo. Gli farà ascoltare i Beatles, di cui diventerà perfetto conoscitore, così come della lingua dei quattro di Penny Lane.
Un giorno, gli vede annotare su un quadernetto alcune cose: «”Che cosa fai, Gio?”, gli domando. E lui: “Scrivo poesie”. Rimasi basito: non sapevo nulla». Il racconto di quella scoperta, ormai quasi decennale, è ancora carico di emozione nelle parole di Alberto, che increspano il suo volto in un leggero sorriso. Il giovane, che nell’immaginario comune, quello di noi ignoranti che abbiamo visto Rain man e riduciamo l’autismo ai calcoli strabilianti di Raymond – Dustin Hoffman, il giovane, dicevamo, che avrebbe dovuto esser destinato a piegare ossessivamente carta fino alla vecchiaia, scriveva versi profondi, esistenziali, che dicevano di lui e del mondo. Impensabile.

Il tempo di condividere la commozione di Alberto, perché chi scrive è padre, che l’ensemble attacca e Gio con loro.
“Amore portami luce/nella notte stellata/nel fuoco di un camino/nel fulmine in tempesta/ma tu portami amore. Essere luce/sentire luce/diventare luce. Dentro il mio cuore così ti chiamo per sempre amore”.
Sotto le travi di legno di quella grande villa padronale, che forse videro maestranze dei Matteuzzi o dei Gozzadini, le famiglie proprietarie fra ‘700 e ‘800, accatastare granturco o a stivare patate, vibra l’umano di questo giovane uomo, vibra la passione musicale ma anche civile di tre artisti, e idealmente risuona tutto il bene costruito, pervicacemente, da questo genitore.
Qui la musica è al servizio della parola
«Da due anni e mezzo proviamo assieme», ricorda Melis, «e Gio ha una capacità di inserirsi nella musica, cambiare il tono della recitazione e una memoria musicale pazzeschi!». E poi spiega: «La nostra musicalità è legata al testo ed è una ricerca continua.
Gio suggerisce dei brani e la musica si appoggia alle parole. Stiamo attenti a evitare di sovrastare i suoi versi con le note: respiriamo insieme. Lui attende quella nota, oppure noi aspettiamo».
Gli fa eco, Bonfiglioli: «Qui la musica è al servizio della parola, un’onda che fa risuonare le emozioni. Non semplice, i musicisti sono talvolta un po’ narcisi ma qui dobbiamo creare le condizioni perché il talento di Giovanni possa risplendere al massimo». Parla la pianista ma subito viene fuori anche la psicologa che è in lei, quando aggiunge: «Pensare l’impensabile è compito del genitore», dice, «noi professionisti dobbiamo cercare di riconoscere i talenti. Come musicoterapeuti siamo formati a questo – con il cuore ma certamente anche grazie le competenze – a creare condizioni di ascolto, a dare uno spazio e un tempo».
Sottolinea Bonfiglioli, che è anche la responsabile scientifica del progetto – «il suo apporto teorico e metodologico avvalora la consistenza del metodo innovativo interdisciplinare sul quale si basa il progetto stesso», osserva Lenzi-padre, sottolinea Bonfiglioli, dicevamo, che «la poesia per Giovanni diventa uno strumento da utilizzare nella vita quotidiana. Fa tornare in mente la Lettera a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke: “Se il tuo bisogno di scrivere comunque, scrivere sempre, allora sei poeta”. Per lui è un bisogno, non una ricerca estetica».
E quel bisogno, comunicandosi, ha il potere di far star bene: lo testimoniano i biglietti che gli spettatori lasciano alla fine dei concerti poetici di Fondazione Blue Butterfly. Messaggi commossi: «Giovanni la tua anima è ricca e luminosa», scrive uno. E un’altra: «Le tue parole e la tua musica hanno sciolto la meccanica dei nostri cuori!». E un’altra ancora ha vergato sul foglio, con calligrafia precisa, quasi una preghiera: «Facci credere ai miracoli!».
La musica riparte, Giovanni Lenzi declama, con dolcezza, le sue parole poetiche: sono di una profondità che stordisce: “Non so dove i ricordi siano finiti/ ove trovino il luogo per nascondersi/ Io sono come loro, che sfuggo alla realtà”.
È Tempo che, mi spiegherà poi Bonfiglioli, «è una delle poesie alla quale Giovanni è particolarmente legato (per il riferimento al tema del suo forte legame con i ricordi nel rapporto con il futuro e il proprio destino), tra le prime che ha scritto e la prima poesia sulla quale abbiamo iniziato il nostro lavoro di Poesia in musica».
Carezze di gratitudine durante le performance
Durante le esecuzioni, nelle pause musicali o, finiti i versi, mentre le note scorrono ancora, Gio si muove fra i colleghi dell’ensemble, riserva loro carezze lievi, gesti di attenzione e di affetto. È presentissimo, a suo modo.
Alberto, il padre che ha pensato l’impensabile, osserva silenzioso e tradisce soddisfazione.
Silente ai nostri dialoghi, Giovanni ascolta anche senza guardare o guardando altrove. Ce ne rendiamo conto quando, a un certo punto, quando il padre racconta il suo impegno per il figlio, prorompe in un «mio papà, per me, si butterebbe nel fuoco».
E buttarsi nel fuoco, per questo signore dall’eloquio pacato significa allargare, ampliare il raggio d’azione di Blue Butterfly. Bussando a tutte le parte, non stancandosi mai di farlo: «Fai il bene di tuo figlio, se ti metti a dire: “Ora datemi mano”», dice perentorio.

Esportarla dai confini emiliani, attraverso partnership, collaborazioni, occasioni per fare rete è ora l’obiettivo. Per dare opportunità ai tanti Gio di esprimersi, di liberare la farfalla dell’estro che gli vola in petto.
Lo dice chiaramente a VITA: «La Fondazione Blue Butterfly», spiega, «nasce per portare il messaggio della musica come elemento fondamentale nella vita delle persone, come momento di riflessione, come momento di guarigione, come momento di inclusione fra le diversità. Partendo da ragazzi con fragilità, noi cerchiamo di utilizzare la musica per portarli ad avere un ruolo nella vita, avere una loro identità. È facile, ma la musica ci aiuta tantissimo».
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