Promozione sociale

Arci, il caso non è chiuso

1 Aprile Apr 2014 1848 01 aprile 2014

Dopo il Consiglio nazionale, definito come «drammatico», per trovare una soluzione alla successione del presidente Paolo Beni si riunisce settimanalmente il comitato dei reggenti. Ma per la ricomposizione della frattura fra le due anime dell’associazione ci vorrà tempo

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Dopo il Consiglio nazionale, definito come «drammatico», per trovare una soluzione alla successione del presidente Paolo Beni si riunisce settimanalmente il comitato dei reggenti. Ma per la ricomposizione della frattura fra le due anime dell’associazione ci vorrà tempo

Non ci sarà nessun terremoto in casa Arci, questo è poco ma sicuro. Di certo, quello che accadrà da qui a giugno con la scelta del nuovo timoniere dell’associazione (ma il presidente uscente Paolo Beni spera di avere la quadra già entro maggio), rinviata dopo la fumata nera del Congresso nazionale di inizio marzo, sarà un più che interessante esperimento di democrazia partecipata. Che nasce da un’impasse al momento del voto, verificatasi in modo così inatteso da lasciare di stucco gli stessi protagonisti: «È vero, eravamo impreparati a un simile risultato. Ma ritengo legittime le divergenze uscite, perché riguardano un tema nobile che un’associazione come la nostra deve essere in grado di affrontare», sottolinea Beni.

Quale tema nobile? La rappresentanza, e le modalità di espressione di tale concetto. In poche parole, ci sono in questo momento due aree di pensiero, espressioni tra l’altro della diversità dei due candidati: Francesca Chiavacci, presidente di Arci Firenze, che parte dalla forza dei circoli per arrivare al nazionale; viceversa, Filippo Miraglia, attuale responsabile immigrazione, che dall’esperienza nazionale si cala nei territori (ambedue, comunque, con all’attivo esperienze di entrambi i tipi, Chiavacci essendo stata deputata, Miraglia provenendo dal volontariato nell’Arci Toscana). Aree che hanno approvato all’unanimità, come è giusto e virtuoso che sia nella vita associazionistica, il documento congressuale, i sessanta ordini del giorno, ma che si sono poi arenati, se non scontrati, sulla scelta del Consiglio nazionale.

Il nodo è la proporzionalità: per prassi, allo stato attuale l’80% dei consiglieri è scelto facendo pesare il numero dei tesserati di una regione (con in testa Toscana ed Emilia-Romagna, che da sole arrivano al 60% degli iscritti), il 20% è ripartito per avere comunque una pluralità di voci e almeno un componente per zona di presenza.

Oggi, però, tale modello è stato messo in discussione, perché nel tempo l’Arci è diventato anche qualcos’altro oltre alla presenza fisica nei territori: una rete di organismi, reti, spesso di varia natura, non quantificabili solo in tessere.

Il problema è che al congresso di Bologna, oltre a non essere arrivati a nessuna alternativa, si sono scaldati gli animi: «È stato drammatico. Non avevamo mai vissuto una lacerazione così profonda. Sono però convinta che un giorno potremo pensarlo come un momento perfino necessario. È emerso chiaramente che nessuna parte dell’associazione può fare a meno dell’altra», ha scritto ai soci a caldo Raffaella Bolini, responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione. «Dimostra che non c’è scorciatoia possibile, se non quella di un progetto fondato sulla cooperazione paritaria che non preveda prove muscolari, e che riporti lo spirito dell’Arci di Tom Benetollo».

Nel frattempo si sta riunendo settimanalmente il comitato di reggenti, composto da Beni e dai presidenti regionali, perché non c’è tempo da perdere: «non inventeremo nessun artificio, ma faciliteremo quell’accordo politico che finora è mancato», ci dice il presidente pro tempore, indicando una via possibile e sicuramente nuova per un’associazione con 57 anni di storia. «L’importante è uscirne ancora più rafforzati, e magari trovare un modello che sia da esempio per altre associazioni». Dopotutto, stiamo parlando dell’associazione con più iscritti d’Italia, 1,1 milioni, a cui si affiancano quasi 15mila circoli e diverse migliaia di associazioni satellite.


La carta d’identità dei candidati
A meno di sorprese dell’ultimo minuto dunque, la scelta di nuovo presidente dell’Arci ricadrà su uno dei due nomi più quotati:

Chiavacci, 52 anni, due figli, originaria di Firenze, è presidente uscente proprio dell’Arci fiorentina, mentre in passato è stata anche deputato per gli allora Progressisti.

Miraglia, 49 anni e tre figli, nato in provincia di Caltanissetta, è il responsabile immigrazione dell’Arci da quando, dieci anni fa, Paolo Beni ha assunto la guida dell’associazione.