MIGRANTI

A Riace l'accoglienza è un paradosso clamoroso

2 Aprile Apr 2014 1741 02 aprile 2014

Due settimane fa, a causa delle nuove regole del Viminale sul numero di persone da ospitare nei singoli comuni, 180 persone già inserite vengono sradicate dal paese-modello della Calabria che accoglie. "Ma stasera ne arrivano cento di cui non sappiamo nulla, è questo il modo di lavorare?", chiede il sindaco Domenico Lucano

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Due settimane fa, a causa delle nuove regole del Viminale sul numero di persone da ospitare nei singoli comuni, 180 persone già inserite vengono sradicate dal paese-modello della Calabria che accoglie. "Ma stasera ne arrivano cento di cui non sappiamo nulla, è questo il modo di lavorare?", chiede il sindaco Domenico Lucano

Domenico Lucano è un sindaco tosto. Quando, di punto in bianco, dopo 15 anni che la sua Riace ha accolto migliaia di profughi in fuga da guerre e persecuzioni con un progetto che è ancora oggi il fiore all’occhiello italiano, se non europeo (il regista Wim Wenders vi aveva girato un film, ‘Il volo’), le nuove direttive del ministero dell’Interno gli hanno tolto dall’oggi al domani 180 delle 300 persone che da parecchi mesi o in alcuni casi anni, vivevano nel paese della Calabria, si è indignato non poco. Nessuna denuncia urlata, ma tanta amarezza per come la burocrazia (nella nuova gestione dell’accoglienza, il numero di posti assegnati dipende dalla grandezza dei comuni e a Riace, che ha meno di 6mila abitanti, spetta l’incredibile quanto esiguo numero di 15 persone) non guardi in faccia a nessuno. Anzi, dai piani alti ha ricevuto una raccomandazione che sa di beffa: “Mi hanno detto di ‘chiudere le porte’ nel caso qualcuno fosse scappato dal nuovo luogo assegnato e tornato a Riace. Ma si rendono conto?”, ci riporta il sindaco. Qualcuno ha provato a tornare? “Certo, qui stava bene, era integrato. Alcuni mi chiamano tutti i giorni, proprio per superare il momento difficile dopo il distacco”. Lucano è molto più di un primo cittadino: è sempre tra municipio e strade del paese, e da qualche anno ha scelto di vivere proprio in mezzo alle case della zona alta di Riace vecchia, proprio dove vive la gran parte delle famiglie straniere, inserite nel programma Sprar, Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Ma la notizia del giorno è ancora più sorprendente: “ho ricevuto stamattina una chiamata dalla Prefettura, entro sera mandano qui cento persone sbarcate nelle scorse ore a Porto Empedocle”, annuncia Lucano. Chi sono? “Non ho nessuna informazione, nemmeno la nazionalità, e non so per quanto potranno rimanere. L’incertezza e la disorganizzazione di chi gestisce l’accoglienza è in questo momento ad alti livelli”. Il sindaco di Riace, in scadenza di mandato a maggio ma con la possibilità, nel caso si ricandidasse, di una terza elezione (grazie al recente Decreto promosso dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Del Rio), è scorato per “una situazione assurda: da una parte si interrompe il percorso di inserimento di centinaia di persone, dall’altra dobbiamo approntare in men che non si dica l’accoglienza per i nuovi cento arrivi. Non è questo il modo di lavorare”. Lucano, che per il suo impegno verso i profughi (in primis attraverso l’associazione Città futura, di cui è cofondatore, che ha aperto nelle case del paese una serie di laboratori artigiani di formazione e ha affittato numerosi appartamenti di famiglie calabresi emigrate per creare un sistema di ospitalità diffusa) ha ricevuto in passato anche intimidazioni di stampo mafioso, ha bene in mente dove le cose potrebbero cambiare: “chi si occupa dall’alto di gestione dei flussi migratori guarda solo le carte, disinteressandosi delle specificità dei territori e delle esperienze virtuose. Non sto parlando, naturalmente, dei molti impiegati sensibili con i quali in tutti questi anni abbiamo portato avanti una collaborazione eccellente”.