ISRAELE E PALESTINA

Gaza, Gabriele Nissim: Basta ideologia, è ora di una resistenza morale

21 Luglio Lug 2014 1709 21 luglio 2014

Mentre nella Striscia si susseguono le stragi di civili e in Israele chi manifesta contro la guerra viene osteggiato dall'estrema destra, lo scrittore di origine ebrea fondatore di Gariwo, La foresta dei Giusti, indica una via concreta per uscire dalla guerra. Ecco l'intervista

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Telaviv
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Mentre nella Striscia si susseguono le stragi di civili e in Israele chi manifesta contro la guerra viene osteggiato dall'estrema destra, lo scrittore di origine ebrea fondatore di Gariwo, La foresta dei Giusti, indica una via concreta per uscire dalla guerra. Ecco l'intervista

“C’è un disperato bisogno di coraggio civile in Israele e Palestina: figure che facciano tacere le armi, disponibili al dialogo nonostante i lontani punti di partenza, che facciano della resistenza morale una bandiera, e della lotta alle prese di posizione ideologiche una priorità”. Gabriele Nissim, saggista e storico, fondatore e presidente di Gariwo, la Foresta dei giusti, si schiera apertamente per una risoluzione nonviolenta del conflitto. Sottoponendo a una lucida analisi sia le azioni di Hamas e del mondo arabo che gli ruota attorno che le scelte del governo israeliano e non risparmiandogli critiche, l’intellettuale italiano di origine ebraica, membro della Comunità di Milano, allo stesso modo prova a entrare nella parte più sensibile del conflitto, ovvero il muro contro muro che si è creato tra filo-palestinesi e sostenitori di Israele, emblema di una spaccatura oggi insanabile, “ma in futuro potenzialmente risolvibile, se si segue una strada ben precisa e condivisa da tutti”. Ecco l’intervista a Nissim, che è anche giornalista e autore di best seller come L’uomo che fermò Hitler e ‘Una bambina contro Stalin.

C’è una strada che può portare alla pace in Medio oriente?
Sì, ma è proprio l'unica: quella che lavora sulla conciliazione anziché basarsi su schieramenti aprioristici in cui ognuna delle due parti in causa, quella israeliana come quella palestinese, non guarda solo alle proprie ragioni ma anche alle proprie responsabilità, ai propri errori. Faccio mie in tal senso le parole dello scrittore Amos Oz: “Non esiste un conflitto tra verità e menzogna, tra bene e male. Piuttosto ci sono due ragioni”, che non vogliono mettersi a discutere l’uno con l’altro ma si puntano di continuo il dito addosso. È un lavoro duro e lungo, ma bisogna iniziarlo, e anche la comunità internazionale, l’opinione pubblica può aiutare i protagonisti a ragionare sui propri punti di vista comportandosi come spettatori acritici, imparziali, senza lasciarsi andare alla rabbia, sacrosanta.

Ci sono responsabilità più gravi di altre?
No. Ci sono due responsabilità completamente diverse fra loro. La prima, quella israeliana, ricalca quella che a Praga, prima della Rivoluzione del 1989, veniva chiamata ‘violenza civilizzata’. In questo caso stiamo parlando invece di ‘occupazione civilizzata’: la società di Israele si è abituata all’impossibilità della pace, pensando che tutto potesse continuare senza arrivare a una soluzione condivisa con l’altra parte. È un errore, perché l’occupazione è reale, non si può tacere, ed è chiaro che in Cisgiordania la popolazione vive in una sorta di semilibertà. Quando non si fanno tentativi per risolvere la questione palestinese, a un certo punto le cose precipitano, come successo con il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani e il seguente nuovo scoppio delle ostilità: è evidente che siamo di fronte al fallimento di un intero gruppo politico, quello guidato dal premier Netanyahu, alleato con la destra estrema e silente a livello diplomatico, che si affida al bombardamento per sradicare Hamas ma che provoca centinaia di vittime tra la popolazione di Gaza. Dall’altra parte, troviamo un leader debole come Abu Mazen ma soprattutto la follia del movimento di Hamas, che tira missili senza alcuna strategia se non quella di colpire indiscriminatamente i civili, senza prospettiva di riuscita nei propri intenti e mettendo seriamente a rischio il proprio popolo, dicendo loro di rimanere nelle proprie case quando l’esercito di Israele ha intimato di lasciarle in previsione di un attacco. Direi paradossalmente che i palestinesi tirano i missili conl’intenzione di provocare massacri di massa che fortunatamente non riescono per la difesa antimissile; mentre gli israeliani bombardano, senza l’intenzione di fare vittime tra la popolazione, ma in una situazione affollata come Gaza, è impossibile colpire l’apparato militare di Hamas senza provocare delle stragi.

Ci sono voci critiche in Israele sull’azione bellica del proprio governo?
Certo. Ci sono le tante associazioni create da israeliani e arabi, ci sono gli intellettuali che diffondono il propri pensiero, per esempio Gideon Levy, che su Haaretz (il quotidiano progressista più letto d’Israele, ndr) ha apertamente criticato le ‘illusioni israeliane’ in merito all’operazione Margine protettivo (qui il link alla traduzione di Internazionale dell’editoriale di Levy). C’è anche la voce di Abraham Burg, presidente emerito del Parlamento israeliano e membro del comitato scientifico di Gariwo, che invita il proprio popolo a un esame di coscienza collettivo. Sono tante le figure che non si allineano, nonostante, in generale, il sentimento di paura e risentimento verso Hamas e i palestinesi faccia spesso vedere la realtà attraverso occhiali più che scuri, facendo il gioco di chi porta avanti motivazione ideologiche, comunque inaccettabili. Queste figure dovrebbero trovare più spazio nei media internazionali, nelle denunce di chi si considera partigiano per la Palestina, perché superano l’odio reciproco e convergono verso un dialogo necessario e urgente, anche con il peggior nemico.

Vede le stesse voci critiche nel mondo arabo?
Purtroppo no, e questo è grave. Non c’è autocritica dalla parte palestinese del conflitto, in nome della difesa dei propri diritti non si guarda ai propri errori, perdendo così l’occasione di mostrare al nemico, in questo caso Israele, un atteggiamento in qualche modo disposto a mettersi in discussione. Quando questo succede anche dal punto di vista internazionale, mina le poche possibilità di un’uscita nonviolenta dalla escalation della guerra. Proprio ieri un politologo di fama internazionale come Shlomo Avineri, grande fautore delle trattative di pace, ha scritto su Haaretz che molti palestinesi non hanno mai considerato Israele come espressione di un movimento nazionale, ma soltanto come un’espressione dell’imperialismo e del colonialismo, che va semplicemente smantellata con uno stato che sorga sulle sue ceneri. Considerano Israele alla stregua dell’Algeria in mano ai francesi negli anni sessanta del secolo scorso. Dunque bisogna cacciare via gli invasori stranieri. Ecco perché non viene accettata l’idea di uno stato ebraico, perché per loro non esiste un popolo con i suoi diritti, ma solo la mano dell’imperialismo. Ma gli israeliani non sono come i francesi.

Come valuta l’efficacia delle posizioni internazionali avverse al comportamento di Israele?
C’è la lettura ideologica del conflitto, simile a quella che riguardava l’Unione Sovietica ai tempi del comunismo, nociva perché porta la guerra israelo-palestinese a rappresentare il bene o il male dell’umanità. E’ come se il più grande male del mondo avesse origine dalla Palestina e si trascinerebbe poi tutto il resto .Così assistiamo invece ad un grande silenzio nei confronti dell’ orribile guerra in Siria, dove si sta configurando un vero e proprio genocidio da parte del regime. Ma con legittimità si può parlare del conflitto mediorientale se si dimenticano i siriani, o gli iraniani, o tutte le popolazioni arabe in mano al fondamentalismo sanguinario dove si umiliano e lapidano le donne. Poi c’è la questione legata all’antisemitismo, ancora più aberrante perché colpevolizza un intero popolo quando invece le responsabilità sono politiche. Faccio un paragone in tal senso: molti di noi erano contro Bush al momento dell’attacco in Iraq, ma non per questo identificavano gli Stati uniti come il ‘male del mondo’. Infine, c’è una terza posizione, quella che può essere più incisiva, legata al fatto che Israele è una democrazia, a cui quindi le altre democrazie tendono a chiedere di più, per una logica affinità di fondo. Ecco, in questo caso è giusto pretendere, per esempio, che Israele non bombardi i civili e si limiti nelle rappresaglie, com’era giusto protestare contro gli Usa per quello che accadeva nella prigione di Guantanamo: la critica nasce dall’aspettativa che uno Stato democratico crea nel rispetto dei diritti umani e civili.

È un modo di ‘critica costruttiva’, che potrà portare Israele a cambiare la propria strategia?
Sicuramente può far uscire la società israeliana dal fortino in cui si è trincerata a causa dei missili di Hamas, che sono il corrispettivo di oggi quello che erano gli attentati suicidi fino a qualche anno fa: l’essere oggetto di odio fa chiudere in sé stessi, mentre un popolo è più reattivo e disponibile a mettersi in gioco se vede nella parte avversa una resistenza morale, nonviolenta, ovvero intravede un cambiamento di approccio verso di sé. Gli esempi non mancano: di recente un professore palestinese di Gaza è riuscito a portare la propria classe in visita ad Auschwitz, questo è un gesto molto forte dal punto di vista simbolico. Peccato che poi i vertici di Hamas, saputa la cosa, l’abbiano spinto alle dimissioni. Ma è uno spiraglio, così come lo è una poesia di un intellettuale palestinese, o le azioni artistiche delle donne israelo-palestinesi, e altre iniziative che possono fare breccia nella chiusura mentale presente in Israele. È chiaro che oggi allo Stato ebraico manca una figura di spessore come Yithzak Rabin (capo di governo israeliano assassinato nel 1995 da un estremista sionista proprio per il suo impegno a favore del processo di pace) e Shimon Peres, attuale presidente, dice cose molto condivisibili a parole non confermate però dai fatti, mentre dal punto di vista palestinese non si vedono figure carismatiche utili alla ripresa di veri colloqui di pace e il panorama degli Stati attorno a Israele è negativo con rivoluzioni nelle quali stanno trovando spazio fondamentalisti islamici. Ma non bisogna smettere di sperare in un cambiamento, cercandolo in tutti i modi.

Nelle prigioni di Israele c’è Marwan Barghouti, da molti considerato il leader moderato d’eccellenza per il popolo palestinese…
E’ vero, è una figura di spicco in tal senso. La sua lunga detenzione, che avrà fine, quando sarà, non con un rilascio umanitario ma con una precisa scelta politica, è il simbolo che il governo di Israele ora non vuole ‘rischiare la pace’ nella propria strategia politica. Ci sono personalità israeliane che hanno chiesto la sua liberazione, ma la destra si è opposta. Eppure Barghouti è un leader carismatico che potrebbe mettere in grave difficoltà il potere di Hamas a Gaza. Quindi da questo punto di vista c’è anche della miopia politica.

Strategia che ha rifiutato l’azione diplomatica statunitense, e che sembra voler colonizzare sempre di più la Cisgiordania.
La continua espansione delle colonie, negativa, va letta nello stesso modo di quando detto per Barghouti. Con una prospettiva: che alla fine, quando si arriverà a un compromesso, potrà far sì che le attuali colonie passino in mano ai palestinesi, oppure siano luogo di vita di israeliani in Palestina, come accade oggi per gli arabi in Israele.

Non è una visione utopica?
Non direi. Di sicuro è più facile una soluzione del genere sulle colonie che non quella sullo status di Gerusalemme, uno dei nodi cruciali di ogni accordo diplomatico passato o futuro. Israele non vuole riconoscere ai palestinesi una parte della città santa, e questo è sbagliato. In fondo, in ogni azione futura ci vuole quel coraggio civile che porta una persona a dialogare con l’attuale nemico, anche se si chiama Hamas e, per buona parte delle sue fila, non riconosce lo Stato di Israele. Riprendendo il discorso dell’inizio, ci vogliono figure nuove, dotate di fantasia politica, che seminino una nuova fase di resistenza morale, i cui frutti magari saranno poi raccolti da altri, dalle prossime generazioni. Non basta però il lavoro delle cancellerie: anche a livello di opinione pubblica è necessario superare i paradigmi attuali. Si può volere una Palestina libera, incentivando chi lavora per la conciliazione piuttosto che schierandosi a priori contro Israele. E viceversa. Si può amare Israele e accettare il compromesso territoriale e cercare fino all’impossibile il dialogo con i palestinesi. Solo così si può uscire da un conflitto che non sembra mai avere fine.