MIGRANTI

Nawal Soufi, l'angelo dei siriani in fuga dalla guerra

10 Settembre Set 2014 1713 10 settembre 2014

Ha 26 anni, di origini marocchine, è arrivata a Catania da piccola: da lì aiuta in modo volontario migliaia di migranti a sopravvivere al viaggio della disperazione nel Mediterraneo e a non cedere al racket degli 'scafisti di terra'. Anche per le autorità e per Mare nostrum è un punto di riferimento oggi insostituibile, anche se non l'hanno mai incontrata ufficialmente

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Nawal
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Ha 26 anni, di origini marocchine, è arrivata a Catania da piccola: da lì aiuta in modo volontario migliaia di migranti a sopravvivere al viaggio della disperazione nel Mediterraneo e a non cedere al racket degli 'scafisti di terra'. Anche per le autorità e per Mare nostrum è un punto di riferimento oggi insostituibile, anche se non l'hanno mai incontrata ufficialmente

Se le persone che viaggiano con i barconi della morte nel Mediterraneo hanno un angelo, il suo nome è Nawal. Se i funzionari dell’Operazione Mare nostrum e le Capitanerie di porto di tutto il Sud Italia devono ringraziare qualcuno per facilitare il loro compito, ovvero il salvare più vite possibili (tante, almeno 120 mila dall'ottobre 2013, ma purtroppo non tutte: le stime parlano di duemila tra morti e dispersi, tra cui il caso eclatante del naufragio del 2 agosto 2014, con 280 persone che mancano all'appello, e del 27 agosto, dove i dispersi sono 200), devono dire grazie a Nawal. Se noi giornalisti possiamo fare il nostro mestiere raccontando per filo e per segno quello che accade superando anche i silenzi e le attese delle risposte istituzionali, lo dobbiamo a persone come Nawal.

Chi è Nawal? Una ragazza, una donna, di 26 anni. Che di cognome fa Soufi, è nata in Marocco ma fin da piccola vive a Catania, sotto l’Etna: ha conservato la lingua materna araba e le ha affiancata un italiano perfetto, appreso sui banchi di scuola. Attiva nel sociale da anni, fin dalla scorsa primavera Nawal è onnipresente per dare una mano ai profughi, siriani in particolare, che passano dalla sua città ma non solo: è in stazione dei treni ad accogliere chi arriva dai centri di prima accoglienza e vuole raggiungere il Nord Europa per chiedere asilo lassù, accompagna alle visite mediche le persone che ne hanno bisogno, aiuta nell’accoglienza anche chiedendo a parenti e amici quando i posti nelle strutture del territorio non bastano più, e nei casi più drammatici si reca assieme ai parenti a riconoscere le salme dei corpi recuperati senza vita dal mare, come accade quando la raggiungiamo al telefono. “E’ un disastro, una tragedia dopo l’altra. Non dormo la notte, ma se penso alle centinaia di persone che incontro ogni giorno dopo essere fuggite dalla guerra, mi dico che è impossibile fermare quello che sto facendo”. Per essere sempre ‘a disposizione’ (dei profughi, che già dalla partenza hanno il suo cellulare e chiamano lei per lanciare un Sos, come successo oggi in questo link, di Mare nostrum, che di recente per la sua autorevolezza l’ha addirittura inserita nella task force dei mediatori e traduttori, ma senza riconoscerle alcun ruolo ufficiale, figurarsi un compenso) ha messo in stand by ogni altro aspetto della sua vita da studente e, nell’estate più tragica di sempre per le acque del Mar Mediterraneo, non si è concessa un solo giorno di vacanza.

È determinata Nawal, il fisico longilineo va di pari passo con uno spirito mai domo, che urla nei megafoni delle piazze l’assurdità delle guerre assieme alle responsabilità della Fortezza Europa dopo anni di respingimenti in mare e incapacità di arginare il business dei trafficanti di uomini, in Libia come in Egitto. Le arrivano video strazianti, prove inconfutabili dell’efferatezza degli scafisti, lei fa da cassa di risonanza: “li metto su facebook perché tutti possano vedere quello che accade, così come ho diffuso tutorial che spiegano come comportarsi in ogni momento del viaggio”, spiega. Video che vengono condivisi migliaia di volte, così come sono quasi migliaia le persone che seguono la sua pagina pubblica (scritta soprattutto in arabo) Nawal Syriahorra Sos, dove Syriahorra sta per ‘Siria libera’, come la vorrebbe lei e gran parte della gente in fuga (in tre anni e mezzo di guerra tra il regime di Assad e le fazioni ribelli, tra i 180mila morti e i dieci milioni di profughi metà della popolazione siriana ha lasciato le proprie case). È tramite lei che vediamo le tremende immagini di passeur senza scrupoli o umanità che lanciano bambini, forzando così i genitori a fare lo stesso, da una nave all’altra tra l’Egitto e l’Italia in attesa di raggiungere un ‘buon numero’ di passeggeri per andare incontro alle navi di Mare nostrum. Ancora, è tramite un video diffuso pochi giorni fa che vediamo come i funzionari, in questo caso maltesi, obbligano con la violenza i profughi a lasciare le proprie impronte digitali: “avevo segnalato io l’imbarcazione all’Italia dopo aver ricevuto la chiamata di uno dei passeggeri, mi hanno detto che era in acque maltesi e quindi è intervenuta la Guardia costiera di Malta portandoli sull’isola, da una parte c’è il sollievo per il salvataggio dall’altra l’angoscia per come vengono trattati”, sottolinea commossa Nawal.

Gran parte del suo impegno quotidiano sta anche nel non far cadere i profughi arrivati a Catania tra le grinfie di chi se ne vuole approfittare, “’scafisti di terra’ che chiedono loro 500 euro a testa per un passaggio da Catania a Milano” (dai quali, tra l'altro, non sono mancate le minacce), nel raccogliere le segnalazioni delle famiglie che non trovano un proprio caro nella speranza, spesso vana, che venga ritrovato in un altro centro di accoglienza. “Ogni volta che parte un treno per il Nord Italia, segnalo ai contatti a Milano il numero di quelli che sono saliti, per non perderne neanche uno”, sottolinea Nawal. Neanche uno: ogni vita, ogni persona che ce la fa, è una gemma di speranza che in qualche modo ridà dignità a chi è stato inghiottito dal mare o annientato da sole e stenti.

Lascia sempre uno dei suoi cellulari accesi, Nawal. “Ricevo gli Sos a ogni ora del giorno e della notte, come posso spegnerli?”, chiede. È sempre disponibile, per tutti. Quando i volontari delle associazioni milanesi (che in Centrale, spalla a spalla con i funzionari comunali, sono anch’essi più che ammirevoli nell’aiutare i profughi) fanno sapere a Nawal che un treno è arrivato e le persone sono state prese in consegna, lei tira un sospiro di sollievo. Che le permette di andare avanti, continuando un’opera che forse, un giorno, le verrà riconosciuta pubblicamente, “anche se a me per ora bastano i sorrisi dei bambini, gli abbracci della gente”. Al Festival internazionale del cinema di Marzamemi, a fine luglio, è stata premiata come ‘Donna di frontiera’. Meriterebbe ancora di più. Ma soprattutto sarebbe necessario, oggi più che mai, che persone come lei arrivino a essere il fiore all’occhiello delle istituzioni, non un sostituto, guidato ‘solo’ da tanta buona volontà: perché se Nawal si dovesse ammalare, o anche solo stancare, nella gestione dell’accoglienza dei migranti in fuga dalle guerre rimarrebbe un vuoto incolmabile. Anzi, inaccettabile.