Educazione

Scuole aperte, le associazioni suonano la campanella

19 Settembre Set 2014 1511 19 settembre 2014

Le esperienze che le associazioni WeWorld, Action Aid e Cgm hanno messo in campo, tra contrasto alla dispersione e soluzioni hi-tech in attesa che arrivi la Riforma della Scuola.

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Le esperienze che le associazioni WeWorld, Action Aid e Cgm hanno messo in campo, tra contrasto alla dispersione e soluzioni hi-tech in attesa che arrivi la Riforma della Scuola.

Cosa ci si guadagna aprendo le porte di una scuola alle associazioni? Per scoprirlo e toccarlo con mano siamo andati a studiare da vicino tre casi modello. Un breve viaggio fra le Scuole Aperte del nostro Paese (in attesa della riforma della scuola, che conterrà anche un passaggio a riguardo) che parte da una città simbolo: L’Aquila.

Modello post terremoto
L’Italia che vogliamo? È quella che rende la scuola il centro culturale della città, aperta a tutti, non solo agli studenti”. Per il secondo anno di fila, e forti del successo dello scorso anno, l’ong Action Aid lancia a L’Aquila il progetto “L’Italia del futuro”, destinato all’istituto comprensivo più diffuso sulla città, Giovanni Rodari (15 plessi sparsi nei vari quartieri, per mille alunni complessivi): «La ricostruzione post terremoto è lenta, le persone hanno bisogno di luoghi aggregativi e gli edifici scolastici possono servire anche a questo», spiega Sara Vegni, la referente. Il progetto prevede molteplici attività per gli studenti, anche in orari extrascolastici, con il coinvolgimento delle famiglie e della comunità. «Si affronta la prevenzione ambientale, sismica ma non solo. Si lavora sul teatro sociale, come forma di cittadinanza attiva. Ancora, si mettono in atto percorsi di educazione interculturale, dato l’aumento di presenza straniera in città, arrivata oggi al 10 per cento grazie ai nuovi cantieri della ricostruzione, nei quali lavorano molte persone di Est Europa, Marocco, Tunisia e Ghana, per esempio». La situazione in città è ancora più che provvisoria, «a sei anni dal sisma molti bambini vivono ancora in container, e questo non aiuta nello svolgimento della vita quodiana e quindi scolastica». Per loro è previsto un appoggio ad hoc e, nello stesso tempo, «un impegno di advocacy, pressione verso le autorità per porre fine al più presto alle situazioni di precarietà abitativa e per ribadire la centralità della scuola». L’aspetto fondamentale di “L’italia del futuro”, attivato ora anche a Reggio Calabria e a Napoli, è l’essere totalmente finanziato da fondi privati: «Funziona con lo stesso meccanismo dell’adozione a distanza, solo che anziché adottare un bambino, la persone che dona adotta la scuola». Per aumentare ulteriormente l’impatto del progetto, ai percorsi scolastici saranno affiancate «piccole biblioteche cittadine, e un servizio di mediazione culturale e linguistica, e laboratori di cittadinanza per far sentire vicini al progetto anche gli stessi aquilani». Nota a margine: per adottare una scuola e contribuire a sviluppare azioni di supporto educativo ai giovani aquilani sono necessari 65 centesimi al giorno.

Scudo antidispersione
Aprire le scuole al territorio può essere anche un ottimo strumento contro la dispersione scolastica: Frequenza 200 lo dimostra. Il progetto promosso dall’ong WeWorld ha creato una rete nazionale di buone prassi che oggi interessa cinque grandi città (Palermo, Milano, Napoli, Torino e Roma) per contrastare l’abbandono della scuola da parte dei ragazzi, fenomeno che in Italia coinvolge almeno due studenti su dieci. «Il nostro obiettivo nei primi tre anni del progetto è riportare sui banchi almeno 5mila studenti a rischio», spiega Marco Chiesara, il presidente. «Con Frequenza200 promuoviamo un modello di intervento per sostenere il dialogo tra le istituzioni nazionali, le famiglie e gli enti locali per confrontarsi sulle buone pratiche e favorire un’attenzione maggiore sul tema dell’educazione». Il progetto prende il nome dal numero dei giorni di presenza in aula obbligatori per non ripetere l’anno, e si fonda sulle attività di un centro diurno operativo cinque pomeriggi alla settimana con attività educative condivise con le istituzioni del territorio, in particolare la scuola dell’obbligo e i servizi sociali: tra esse, oltre al supporto scolastico e relazionale per i ragazzi, trovano ampio spazio gli incontri con le famiglie per rinforzare le loro azioni in merito e la formazione rivolta agli insegnanti».

Formazione hi-tech
Rendere gli strumenti tecnologici accessibili a tutti, studenti e docenti: è questo il target degli educatori del progetto Tech it easy, promosso dal dicembre 2013 da quattro enti del Consorzio Cgm (Il filo da tessere di Biella, Co&so di Firenze, La Città essenziale di Matera, La Rada di Salerno) e rilanciato in questo nuovo inizio di anno scolastico: «L’obiettivo è ottimizzare l’uso degli strumenti digitali a scuola, attraverso un loro uso consapevole e mirato a integrarsi completamente nella didattica», spiega il coordinatore Emanuele Dattoli. L’educatore, precedentemente formato, ha un ruolo centrale nel progetto, perché lavora su più livelli: «Forma i docenti, effettua laboratori per studenti, e affianca entrambi nell’utilizzo delle applicazioni più efficienti oggi a disposizione, come Samsung school per i tablet e Google apps education, che contiene il programma Classroom manager per la gestione della classe», conclude l’esperto