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Don Mussie Zerai candidato al Nobel per la Pace 2015

5 Febbraio Feb 2015 1831 05 febbraio 2015

Il religioso eritreo, dal 1992 in Italia, ha contribuito a salvare migliaia di migranti africani passati dal mar Mediterraneo negli ultimi due decenni. Poche ore dopo che il direttore di un rinomato Centro studi di Oslo l'ha indicato per l'importante riconoscimento, si racconta a Vita.it

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Zerai
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Il religioso eritreo, dal 1992 in Italia, ha contribuito a salvare migliaia di migranti africani passati dal mar Mediterraneo negli ultimi due decenni. Poche ore dopo che il direttore di un rinomato Centro studi di Oslo l'ha indicato per l'importante riconoscimento, si racconta a Vita.it

“La mia candidatura al Premio Nobel per la Pace 2015? L’ho saputa aprendo Internet”. È ovviamente contento don Mussie Zerai, 40 anni, eritreo di nascita, in Italia da 23 e pendolare con la Svizzera dal 2011 (da quando gli è stato chiesto di seguire 14 comunità eritree sparse in vari Cantoni): meno di 48 ore fa ha saputo che a dicembre concorrerà per vincere il riconoscimento più importante del mondo, grazie alla candidatura promossa da Kristian Berg Harpiken, direttore del blasonato Istituto di ricerca internazionale di pace di Oslo. Ma chi è, cosa fa abba Zerai? Vita.it e il mondo del sociale lo conoscono da tempo: è grazie a lui, ai suoi appelli, alle sue segnalazioni dopo avere ricevuto gli Sos dal mare, che decine di migliaia di migranti, in particolare eritrei, etiopi e sudanesi, hanno potuto evitare la morte in quel Mediterraneo in cui si stima che abbiano perso la vita almeno 20mila persone, in fuga dalle persecuzioni in Africa e dalle guerre in Afghanistan prima, in Siria e Iraq oggi. Ecco cosa ci ha detto, fresco di nomination.

Don Zerai, quindi niente preavviso della nomina al Nobel?
Assolutamente no. Tempo fa era uscito un articolo nella Svizzera francofona che parlava di una mia possibile candidatura, ma sembrava una boutade. Invece ora è arrivata davvero.

Che significato dà alla sua candidatura?
Mi ha fatto piacere, ci mancherebbe. Soprattutto se serve per richiamare l’attenzione sulle tragedie delle migrazioni. Per questo, la candidatura già di per sé premia il coraggio e la tenacia di gente che ha rischiato la vita nei viaggi della speranza, e un’eventuale vittoria avrebbe un eco molto più grande. Verrebbe sancita la loro dignità di esseri umani. Per quanto mi riguarda, sarebbe uno stimolo a impegnarmi ancora a essere voce dei senza voce.

Quando ha iniziato ad aiutare i migranti?
Sono arrivato in Italia a 17 anni, in aereo, con un visto. Ero ancora minorenne, e frequentavo i sacerdoti sacramentini, in particolare un padre scozzese, Peter J. Bones, che in un piccolo ufficio sotto la Stazione Termini assisteva i minori stranieri non accompagnati che arrivavano in Italia. Era il 1992. Iniziai ad aiutarlo, come mediatore linguistico, e conobbi le difficoltà di inserimento dei miei connazionali e dei paesi limitrofi. Così, nel 1995, quando i numeri dell’immigrazione iniziarono a crescere, feci in modo di diventare un punto di riferimento per chi si trovava in difficoltà sul territorio italiano. Da allora non mi sono mai fermato, aumentando l’impegno, in particolare dal 2002 quando iniziarono ad arrivare i barconi dalla Libia, e fondando nel 2006 l’agenzia non profit Habeshia, dal nome della zona tra Eritrea ed Etiopia da cui provengo. In tutto, si stima siano arrivate, o comunque passate dall’Italia, almeno mezzo milione di persone dal Corno d’Africa, flagellato da un susseguirsi di guerre e governi dittatoriali non rispettosi dei diritti umani.

Che cosa l’ha spinta a lasciare l’Eritrea?
La voglia di conoscere il mondo. Nel 1992 si era sotto una dittatura diversa da quella attuale, governava Menghistu (condannato nel 2007 per genodicio, vive oggi in esilio in Zimbabwe, ndr), nel paese c’era un clima di sospetto, diffidenza, così ho colto l’opportunità di partire. Ho scelto l’Italia perché già masticavo un po’ la lingua, essendo cresciuto leggendo Topolino e Famiglia cristiana, dato che mio padre attorno al 1960 aveva studiato ingegneria edile all’Università di Padova, andando via quando avevo 5 anni e tornando alcuni anni dopo. Mi aveva parlato bene del paese, così ci sono andato, mentre lui nel frattempo viveva in Nigeria per lavoro: ci siamo rivisti nel 2005, poi lui è morto nel 2010, pochi mesi prima della mia ordinazione sacerdotale.

Quando ha scelto di diventare religioso?
Le mie sorelle dicono che già da piccolo manifestavo l’intenzione di farmi prete, ma io non ricordo. A 14 anni, però, chiesi al vescovo di Asmara di poter entrare in Seminario. Ci voleva l’autorizzazione di mio padre, ma era via, quando lo seppe rifiutò in modo categorico, dicendomi di studiare normalmente fino alla maggiore età, dopodiché avrei potuto scegliere da solo. Poi è arrivata l’Italia, e sebbene il pensiero mi sia sempre rimasto in testa, la vocazione è tornata in modo decisivo una domenica del 1997, quando in televisione ho visto il processo di beatificazione di Giovanni Battista Scalabrini, precursore degli Scalabriniani, che aveva aiutato molti connazionali che erano andati a viver ein una terra straniera. Ho seguito con convinzione il suo esempio nell’aiutare la mia gente, e nel 2010 ho preso i voti, diventando un prete della Chiesa cattolica di Géèz, discendente dalla tradizione di Alessandria d’Egitto del 400.

Se il Nobel portasse con sé una richiesta da poter fare ai governi sul tema immigrazione, quale sceglierebbe?
Vorrei che i legislatori europei cominciassero a guardare le situazioni di emergenza dei tanti che sono costretti a lasciare propria casa con i loro occhi, chiedendosi quali sarebbero le loro necessità basilari. Forse la risposta sarebbe diversa da quella attuale: non avremmo un regolamento come Dublino III che, per esempio, limita la possibilità di spostarsi nei paesi in cui si hanno già dei parenti, e non avremmo le scelte politiche di chiusura delle frontiere europee. Infine, probabilmente essi capirebbero che sarebbe molto più efficace prevenire i problemi dell’accoglienza risolvendo i gravi abusi, lo sfruttamento, le violazioni dei diritti dei migranti nelle terre africane limitrofe ai paesi in guerra o in stato dittatoriale. Aprire un corridoio umanitario alla radice eviterebbe i viaggi della speranza e porterebbe a una gestione più regolare del flusso migratorio.