Ambrosi OIM
L'intervista

Mare Nostrum o Triton, gli immigrati non si fermeranno

16 Aprile Apr 2015 1006 16 aprile 2015
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Solidarietà tra paesi UE, mobilità dei migranti e dialogo con i Paesi Terzi. Questa la ricetta proposta dal Direttore regionale UE dell’OIM, Eugenio Ambrosi, per superare l’emergenza migrazioni e finirla con le tragedie del Mediterraneo. “La situazione politica in Europa non è delle migliori, ma allo stesso tempo credo che nelle istituzioni europee si sente molto forte il bisogno che qualcosa di diverso vada fatto. E’ un’occasione che non ci possiamo lasciare sfuggire”.

Da Bruxelles -

Oltre 900 morti dall’inizio dell’anno, dieci volte di più rispetto allo scorso anno nello stesso periodo. Per non parlare degli arrivi, che dall'inizio del 2015 hanno già oltrepassato quota 22.000. “I numeri non mentono e dimostrano che tutte le operazioni messe in piedi per salvare i migranti in mare non bastano. Le tragedie del Mediterraneo devono davvero farci riflettere”, in primi l’Europa, “per dare una svolta al modo di affrontare le migrazioni”. Eugenio Ambrosi non si rassegna all’ultimo naufragio rivelato da Save The Children. In questa intervista rilasciata a Vita.it, il Direttore dell’ufficio OIM (organizzazione internazionale per le migrazioni) per l’Unione Europea, indica le strade da intraprendere per uscire dall’impasse in cui si è impantanata l’Europa. Con tre concetti chiave: la solidarietà tra Stati Membri UE, la mobilità dei migranti e il dialogo con i Paesi Terzi.

Il sottosegretario italiano agli interni con delega alle migrazioni, Domenico Manzione, sostiene che la soluzione per gestire i flussi migratori dall’Africa “passa via terra” e non solo via mare quindi, e che “occorre creare un sistema di riconoscimento delle richieste di asilo a sud della Libia”, sia nei Paesi del Sahel che in quelli dell’Africa orientale. E’ un approccio che l’OIM condivide?

L’idea di affrontare i flussi migratori in Africa, soprattutto prima che arrivino in Libia, è una delle proposte che l’OIM aveva già fatto dopo la prima tragedia di Lampedusa del 2013. Ed è una proposta che non si limita ai richiedenti di asilo. I flussi migratori sono flussi misti. Infatti, tra i migranti ci sono anche persone che lasciano il proprio paese per motivi economici, le vittime di traffico, i minori non accompagnati che necessitano una protezione diversa da quelle riservate ai rifugiati ma che non sono previste dalla Convenzione del 1951 e da altri strumenti internazionali che trattano il diritto d’asilo. Le modalità d’intervento devono essere quindi molto più complesse e vanno ben oltre la semplice identificazione dei richiedenti d’asilo.

Eppure questa categoria di migranti va gestita…

Certo, ma anche nel loro caso sussistono una serie di problemi legali da risolvere, tra cui, quello relativo alla legislazione in materia di asilo da applicare e il destino dei richiedenti nel paese che li accoglie. Prendiamo l’esempio dei richiedenti d’asilo in Sudan, dove i flussi migratori sono importanti. In futuro chi prenderà in carica i richiedenti? L’UE? E in che volume? In base a quale legislazione? Quella del Sudan? E per coloro che si vedono rifiutare lo status di rifugiato in Sudan, a quale sistema giuridico potranno fare ricorso?

La creazione di centri di accoglienza per richiedenti asilo nei paesi Africani rischia poi di diventare un peso ulteriore per paesi che, al pari del Sudan, hanno già parecchi problemi nel controllare gli spostamenti dei migranti e gestire un numero di rifugiati molto importante. È una partita obiettivamente difficile da giocare, a meno che l’UE non sia disposta ad accettare in tempi rapidi il reinsediamento sul suo territorio di qualche centinaia di migliaia di persone all’anno.

Ma il ministro Alfano ha proprio evocato la necessità di far sì che i profughi provenienti dall’Africa o in transito su questo continente “non arrivino in Italia”, e quindi in Europa, “facendogli fare la domanda direttamente in Africa” attraverso la costruzione di “campi profughi in cui fare domande di asilo”…

Certo i profughi possono chiedere asilo anche nei paesi africani, come già succede, ma è opportuno ricordare che sul piano del diritto internazionale, il diritto di asilo è un diritto individuale. Nessuno può forzare un individuo a richiedere asilo in un paese dove non vuole farlo. Se l’obiettivo di un migrante è quello di andare in Europa, è alquanto difficile che accetti la possibilità di chiedere asilo in Sudan, in Niger o in Mali.

In altre parole la proposta del ministro Alfano non è un’opzione praticabile?

Se non sbaglio Alfano ha detto che non è un’ipotesi da implementare nell’immediato.

E nell’immediato cosa si può fare?

Occuparsi dei migranti che non rientrano nella categoria dei richiedenti asilo, e farlo ovviamente prima che arrivino nel Nord africa e rischino la vita in mare. E’ un intervento che si può fare e che diminuirebbe la pressione sulle frontiere europee. I migranti richiedenti di asilo che arrivano nell’UE rappresentano tra il 60 e il 70% dei migranti sbarcati in situazione irregolare. Per gli altri, il processo di regolarizzazione è una missione impossibile, o quasi. E’ un fenomeno che non possiamo sottovalutare. Nei primi due mesi e mezzo del 2015, la maggioranza dei migranti approdati in Europa non erano siriani o eritrei, ma persone provenienti dal Senegal, dal Ghana, cioè da paesi dove non ci sono ragioni che spingono a richiedere asilo altrove.

Qual è concretamente l’alternativa ai campi profughi voluti da Alfano?

I migrant resource centres. L’OIM ne ha già istituiti tre in Niger nel 2013 e stiamo lavorando con la Commissione europea e il governo italiano per potenziarli. Il Niger è uno snodo importante per i flussi migratori provenienti dall’Africa occidentale e orientale. Oltre a potenziare questi centri, l’idea è di aumentarne il numero e di creare anche meccanismi di assistenza mobile con strutture che non sono quindi fisse, perché le rotte dei migranti cambiano in continuazione.

Quali sono i servizi offerti in questi centri?

Si va dalla prima identificazione alla raccolta dei dati personali utili a fare un quadro della situazione dell’individuo e a determinare se il profilo appartiene alla categoria di un potenziale richiedente asilo oppure ad altre categorie. Nei centri svolgiamo anche attività di consulenza per spiegare ai migranti quali sono le opzioni reali che hanno a disposizione. Se non hanno motivo di richiedere asilo, non hanno un visto e non hanno un contratto di lavoro valido nell’UE, gli spieghiamo che il loro percorso in Europa è senza via uscita.

Che alternative proponete?

Esistono programmi di rimpatrio volontario, che sono un modo diverso di trattare il tema dell’irregolarità. Questi programmi prevedono un’assistenza alle persone rimpatriate nel loro paese per facilitarne il reinserimento sociale e professionale. Lo scopo è quello di creare condizioni di vita migliori rispetto a quelle che li hanno spinti a partire, cosa che non avviene nei programmi di rimpatrio forzato.

Ma questi programmi non rischiano di alimentare le partenze dal continente africano?

Potrebbe essere un rischio, ma le ragioni che spingono la gente a partire sono molto più forti di qualunque ulteriore “incoraggiamento”. Uno dei motivi per cui si è insistito nel sostituire Triton a Mare Nostrum è che in molte parti dell’UE si pensava che la presenza di Mare Nostrum fosse la ragione per cui i migranti cercavano di arrivare in Europa: “perché tanto siamo salvati.”

Ma già i primi tre mesi di Triton hanno dimostrato che gli arrivi sono stati più alti di quando c’era Mare Nostrum, quindi evidentemente il problema non era Mare Nostrum. I migranti continuano ad arrivare e a morire in mare. In realtà si sottovaluta il fatto che le ragioni che spingono queste persone a partire sono molto più forti delle ragioni che li attraggono.

Quello che si sta cercando di fare è di non focalizzare la “reintegrazione” solo sull’individuo che ritorna ma anche sulla comunità in cui va a reinserirsi, in modo da diminuire il bisogno degli altri di partire. Detto questo, non esiste un meccanismo che garantisce l’assenza di mobilità. Fermare la mobilità è prima di tutto impensabile, ma anche irrazionale e ingiusto.

Ma anche una mancata opportunità per l’Europa, o no?

L’Europa è confrontata a problemi demografici importanti. Se è vero come ci dice Eurostat che entro il 2020, e cioè tra appena 5 anni, circa tre milioni e mezzo di europei usciranno dal mercato del lavoro per limiti di età allora ci sarà un fabbisogno anche dimolti lavoratori extracomunitari: come si fa a bloccare la mobilità e pensare che sia ragionevole farlo? Dove li troviamo tutti questi lavoratori? In che modo riusciremo a mantenere in piedi i nostri sistemi pensionistici e sanitari? Dati i problemi demografici importanti che sussistono sul continente europeo, l’Europa ed il mondo sviluppato in generale devono iniziare ad entrare in un’ottica diversa, per cui la mobilità è una necessità economica, oltre che giusta dal punto di visto etico e morale. Se questa opzione viene tralasciata, andremo in contro ad una situazione di crisi molto più importante di quella attuale.

Lei parla di mobilità e non di immigrazione, perché?

L’immigrazione rimanda a qualcosa di definitivo, mentre la mobilità è circolare, con spostamenti frequenti e temporanei di una persona da un paese a un altro, dal Sud al Nord del mondo, e poi di nuovo a Sud, etc.

Purtroppo non abbiamo ancora capito che una mobilità appropriata e gestita in maniera corretta è un veicolo importante per esportare democrazia e non il contrario. Inoltre gestire la mobilità non vuol dire abolire tutte le frontiere e i controlli. Ci vorrebbe una via di mezzo tra i due estremi. Ci sono persone che non devono entrare in territorio europeo, ma ciò non deve andare a discapito di tutti gli altri che invece possono contribuire, lavorando nell’UE, al proprio benessere, a quello della propria famiglia e del paese in cui hanno deciso di vivere.

Se non fosse stato cosi, dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia e la Germania non sarebbero mai diventate quelle che sono. Per risollevarsi economicamente e socialmente, l’Europa ha puntato molto alla migrazione di massa. Se i milioni di europei che sono andati in America del Sud e del Nord fossero stati rimandati indietro, non avremmo avuto il boom economico degli anni ‘60.

Tornando all’Africa, il controllo dei flussi migratori su questo continente è condizionato dal dialogo con i governi africani, in particolar modo quelli coinvolti nei Processi di Rabat e di Khartum. Che ostacoli sussistono per raggiungere un accordo soddisfacente per tutti?

Bisogna partire dal presupposto che per molti paesi l’accoglienza di migranti in transito è spesso un peso ancor più insostenibile rispetto a quello che devono assumersi i paesi europei. In Sudan o in Kenya, ci sono campi profughi creati 20 anni fa che tutt’ora accolgono centinaia di migliaia di persone. Il problema non è solo economico, ma anche sociale, sanitario. Perché dopo l’accoglienza, si pone il problema dell’integrazione di persone che possono rimanere su un territorio per molti anni. A fronte di questo scenario, mi sembra che andare a chiedere l’allestimento di altri campi per aiutare l’UE a gestire i flussi migratori sia piuttosto complicato. Anche perché c’una cosa che rischia di compromettere la strategia con l’Africa: la mancata solidarietà tra paesi europei. Non si può andare a chiedere ad altre regioni di essere solidali con l’UE quando gli stessi paesi europei non sono ancora capaci di essere solidali fra di loro sui migranti da accogliere.

Il Commissario Avramopoulos ha recentemente dichiarato che per “risolvere il problema dell’immigrazione irregolare” l’UE “deve cooperare con le dittature”, il che non significa “dare legittimità” ai regimi dittatoriali. Qual è la posizione dell’OIM?

Se coinvolgere paesi che hanno un regime dittatoriale significa riuscire a farli rispettare una serie di principi accettabili come ad esempio gli standard di trattamento delle persone, perché no. Sarebbe un passo avanti importante. Se invece la cooperazione finisce per essere quella che era ai tempi di Gheddafi, dove si delegava “offshore” il trattamento dei migranti, senza garantire loro nessun diritto, senza avere nessuna responsabilità né possibilità di controllo, allora accordi di questo genere - che alcuni paesi europei avevano purtroppo sottoscritto con l’ex leader libico - sarebbero inaccettabili.

L’Italia sta puntando molto sul processo di Khartum. Come stanno reagendo i paesi africani alle proposte europee?

Come ha sottolineato più volte Federica Mogherini, è il momento di passare da una relazione donatore-ricevente a una relazione di partenariato con l’Africa. Il tassello mancante fondamentale è il passaggio a un partenariato politico paritario, in modo da coinvolgere veramente i paesi africani in processi come quello di Khartoum. E’ quindi importante che la Commissione europea modifichi un po’ il suo approccio, è altrettanto importante associare partner e mediatori che siano ben accetti da entrambe le parti, riconosciuti come istituzioni che garantiscano questa indipendenza e che non siano troppo di parte. La risoluzione di certi problemi necessita risorse, e non soltanto finanziarie. I dialoghi politici non diventano efficaci solo perché si mettono tanti soldi sul tavolo. Funziona se si crea una relazione, un consenso tra le parti che faccia avanzare le discussioni.

Quali sono le attese dell’OIM rispetto alla nuova agenda europea sulle migrazioni che la Commissione UE renderà pubblica a maggio?

E’ un momento chiave per dare una svolta al modo di affrontare le migrazioni. A prescindere dal fatto che, data la presenza forte in Europa di partiti xenofobi e anti immigrazione, la situazione politica non è delle migliori, allo stesso tempo credo che nelle istituzioni europee si sente molto forte il bisogno che qualcosa di diverso vada fatto. E’ un’occasione che non ci possiamo lasciare sfuggire.