Africa & Cooperazione

«Per fermare i migranti la strada è la micro imprenditoria»

5 Maggio Mag 2015 1632 05 maggio 2015

A reagire all'appello di Johnny Dotti è Giuseppe Rotunno, responsabile nazionale dell'Associazione Comitato di Collegamento dei Cattolici per una Civiltà dell'Amore. «Incrementare lo sviluppo nei Paesi d’origine attraverso il lavoro e la collaborazione con le Pmi italiane è l'unica chance per fermare l'esodo»

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HONDURAS PRIMA 4
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A reagire all'appello di Johnny Dotti è Giuseppe Rotunno, responsabile nazionale dell'Associazione Comitato di Collegamento dei Cattolici per una Civiltà dell'Amore. «Incrementare lo sviluppo nei Paesi d’origine attraverso il lavoro e la collaborazione con le Pmi italiane è l'unica chance per fermare l'esodo»

«Abbiamo letto con interesse la Sua “provocante proposta” per risolvere il dramma dell’emigrazione forzata in atto». Così Giuseppe Rotunno, responsabile nazionale dell'Associazione Comitato di Collegamento dei Cattolici per una Civiltà dell'Amore, rispondeva via mail all'appello che Johnny Dotti ha lanciato su Vita.it alla società civile, alle organizzazioni sindacali, alle fondazioni e alle chiese per un grande piano italiano di cooperazione con l’Africa che sfidi l'Europa. Per capire come intenda questa grande chiamata alle armi sociali abbiamo intervistato Rotunno.

Perché avete trovato l’appello una “provocante proposta” positiva?
Perché anche noi abbiamo guardato al discorso dell'imprenditoria intelligente per affrontare il dramma della fame del mondo. La strada più utile e funzionale per coinvolgerli e renderli protagonisti della propria storia. Abbiamo ritrovato in Dotti questa sensibilità nel guardare il problema della fame e della miserie non solo in termini emergenziali ma in termini di prospettiva e di futuro.

Che tipo di intervento immaginate?
Noi abbiamo cominciato nel 86, quasi 30 anni fa, con microprogetti per lo sviluppo del sud del mondo. Poi siamo diventati piccole imprese e abbiamo realizzato quasi 28mila interventi in tutto il mondo attraverso i missionari. Nel 2002 c’è stata questa conversione alla micro impresa. Era un discorso nuovo allora ed il motivo per cui abbiamo investito in quesat forma è che spinge alla condivisione sul territorio della programmazione di un futuro. Ha significato organizzare il lavoro, programmare la produzione organizzata di beni di consumo. Significa dotare zone in cui non esiste orizzonte delle gambe per poter camminare da soli. Sono progetti che prendono piede facilmente e funzionano molto bene. In più si crea una relazione tra la microeconomia che nasce in quei paesi e le nostre piccole medie imprese. Con uno scambio di benefici tra aziende proficuo per tutti.

Quindi una cooperazione non solo sociale e assistenzialista ma anche imprenditoriale?
Certo. Questa perché lo sviluppo e la certezza nel futuro hanno una forza unica dal punto di vista educativo e sociale. Per noi la micro impresa deve essere al cuore di un piano per l'Africa. Un tessuto economico reale che per altro è virtuoso e si contrappone al dilagare della finanza.

Ed è anche una risposta alle migrazioni?
Certamente. È del tutto evidente non possiamo portare l’intera popolazione africana in Europa. Bisogna costruite una possibilità buona là. Il popolo africano ha bisogno di un futuro possibile in quella terra. Se l'Africa avrà un futuro nessuno emigrerà più. Per questo abbiamo promosso l'iniziativa “Salva una famiglia dal Mediterraneo. Aiuta un papà nel Sud del mondo”. L'idea è proprio quella di creare soluzioni lavorative in Africa.

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