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L'editoriale

«Siamo sicuri di essere migliori dei nostri rappresentanti e delle burocrazie?»

6 Maggio Mag 2015 1656 06 maggio 2015
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Aprendo il nuovo numero di Vita, in edicola da venerdì 8 maggio, Riccardo Bonacina, raccogliendo l'appello di Johnny Dotti, lancia una provocazione: «Abbiamo protestato contro gli egoismi delle istituzioni europee, ma noi siamo sicuri di essere a posto? Chiese, non profit, sindacati, cosa siete disposti a dare per un progetto di cooperazione con l’Africa?»

Bisognerebbe non rassegnarsi alle tragedie dell’immigrazione, non abituarsi, levarsi dall’indifferenza e prendere a calci chi quota sul mercato della politica le paure usando slogan e numeri falsi che fanno male innanzitutto a noi. La realtà presenta il suo tragico conto ed è vile stare in panciolle o voltarsi dall’altra parte tranne poi lasciar scivolare qualche lacrimuccia alla prossima strage. Ci lamentiamo, giustamente, della pochezza e degli egoismi delle istituzioni europee, ma siamo poi sicuri di essere migliori dei nostri rappresentanti e delle burocrazie?

Dal 2000 al 2013 sono morti più di 23mila migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare o attraversandone i confini via terra. Una strage con un bilancio simile a quello di una guerra per dimensioni e numero di decessi; in media più di 1.600 l’anno. Una delle tratte più pericolose è quella che coinvolge le acque del Mediterraneo tra l’Africa e il sud Italia: un vero e proprio cimitero sommerso, come fosse il campo di una battaglia per la sopravvivenza che i migranti combattono contro la fame e le guerre che si lasciano alle spalle.

Facendo le somme, tra il 2000 e il 2013 almeno 6.400 tra donne, uomini e bambini sono morti nel tentativo di raggiungere Lampedusa (quasi 8.000 se si allarga lo spettro all’intero Canale di Sicilia). Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati almeno 3.419 migranti hanno perso la vita nel Mediterraneo da gennaio 2014, 1.754 morti dall’inizio del 2015.

Numeri ma anche nomi, occhi atterriti di donne e bambini, quelli: Katty, Minire, Naim, Salah, Youssef, Abdelatti, Maribel, Aferdita, Hysen, Yaniny, Aracely, Jahaira, Stepan, Hossam, Shukri, Emad…

Sarebbe stato bello vedere una manifestazione “No stragi” invece di una “No Expo”, sarebbe stata umanamente più giusta una manifestazione “Europa sveglia! Facciamo accoglienza”, ma anche la rabbia prende spesso le strade più comode e scontate. La realtà non fa sconti e fa inciampare ogni pigrizia e ogni ideologia. E la realtà ci dice che l’Africa nei prossimi trent’anni è destinata a raddoppiare la popolazione mentre quella europea a diminuire, 2 miliardi contro 700 milioni. Noi europei ci stiamo presentando a questo appello in condizioni disastrose, vecchi, pavidi e dopo aver fatto disastri negli anni scorsi in terra africana.

Non ci sono soluzioni magiche, ma sono possibili molti passi avanti. Per questo come Vita abbiamo sostenuto l’appello di Johnny Dotti alla società civile: “Dobbiamo osare sfidare nella concretezza l’Europa, consapevoli del valore della posta in gioco. Destiniamo liberamente nel 2015 a questa intenzione: metà dell’8 per mille destinato alle chiese in primis quello alla chiesa cattolica, metà del 5 per mille, metà dei fondi mutualistici cooperativi, metà del tesseramento del sindacato, metà delle erogazioni delle fondazioni bancarie, metà dei fondi di categoria sulla formazione permanente, metà degli utili che le nostre aziende ricavano dalle loro attività in Africa, metà dell’attuale finanziamento ai partiti (compresi i rimborsi elettorali e gli stipendi), metà del cosiddetto tesoretto previsto dal governo per quest’anno”. Noi, cosa siamo disposti a dare per un grande progetto nazionale di cooperazione con l’Africa? Proviamo a rispendere con sincerità e fare un passo in avanti?

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