Libia

L'angelo dei migranti: I trafficanti riempiono i barconi perché l'Isis sta arrivando

9 Settembre Set 2015 1639 09 settembre 2015

Alganesh Fessaha, eritrea da 40 anni in Italia, negli ultimi 4 anni ha portato via dalle prigioni libiche ed egiziane 5mila persone facendo ottenere loro l'asilo in Etiopia: "Se ce la faccio io ad aprire tale corridoio umanitario, dove sono le potenze internazionali che potrebbero fare molto di più?", denuncia l'attivista e presidente dell'ong Gandhi

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Alganesh Fessaha
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Alganesh Fessaha, eritrea da 40 anni in Italia, negli ultimi 4 anni ha portato via dalle prigioni libiche ed egiziane 5mila persone facendo ottenere loro l'asilo in Etiopia: "Se ce la faccio io ad aprire tale corridoio umanitario, dove sono le potenze internazionali che potrebbero fare molto di più?", denuncia l'attivista e presidente dell'ong Gandhi

“I trafficanti non finiranno mai di mettere migranti sui barconi: se vengono fermati da una parte, subito li fanno partire da un’altra, hanno un livello di organizzazione molto alto e studiano a fondo le mosse della comunità internazionale. E ora hanno fretta di mandare via tutti, c’è un grande pericolo alle porte”. Alganesh Fessaha, eritrea da 40 anni in Italia, è senza dubbio una delle persone più esperte al mondo nell’analizzare quanto sta avvenendo da almeno un ventennio lungo le coste del mar Mediterraneo, dato anche il suo impegno in prima linea: grazie all’aiuto dello sceicco Awwad Mohamed Ali Hassan e della sua rete di contatti, la donna (nominata lo scorso 6 marzo 2015 Giusto tra le nazioni dall'ong Gariwo e autrice del libro fotografico Occhi del deserto) è riuscita negli ultimi quattro anni a liberare dalle prigioni libiche ed egiziane almeno 5mila migranti e portarli al sicuro in Stati come l’Etiopia dove hanno potuto chiedere asilo politico. Vita.it l’ha raggiunta proprio al ritorno dall’ultimo viaggio in Egitto per la liberazione di alcuni minori.

Qual è il pericolo che temono i trafficanti?
L'arrivo di Isis. Gli integralisti islamici si avvicinano inesorabilmente alle coste libiche e i mercanti di uomini fanno partire più persone possibili presupponendo che tra non molto finirà il loro lauto e crudele guadagno sulla pelle dei migranti. Possiamo solo immaginare, inoltre, le ulteriori angherie che potrebbe dovere sopportare chi viaggia, in mano agli uomini del Califfato. Che potrebbero anche mettere sulle barche persone fedeli alle loro idee…

C’è un’alternativa percorribile a tale preoccupante scenario?
La pacificazione tra i diversi governi libici che ora si combattono il potere. Una pacificazione che però deve avvenire ora o mai più, è finito il tempo degli indugi, le diplomazie si devono muovere adesso in quelle zone. A Basta indugiare, da tempo i trafficanti guadagnano milioni di euro quasi del tutto indisturbati. Con la nostra ong (si chiama Gandhi, è nata nel 2003 e Alganesh è stata fin dall’inizio la presidente ndr) di recente abbiamo provato a contattarli fingendoci interessati alla tratta, e ci siamo resi conto come sia un mercato florido: danno mille dollari per ogni persona che viene procurata loro, e spiegano la durata del viaggio: dall’Egitto 10 giorni circa, con trasbordo da piccole navi in isolotti poi ancora su altre navi sempre più precarie, dalla Libia un giorno e mezzo. Tutto questo sarebbe eliminato alla radice anche con un’altra via: l’apertura di corridoi umanitari.

Perché i corridoi umanitari potrebbero essere una soluzione e perché non vengono aperti?
La mia storia personale dimostra che sono una soluzione: i 5mila migranti che abbiamo liberato dalle prigioni, spesso mettendo a rischio la nostra pelle, sono un dato di fatto. Se ce l’abbiamo fatta noi il cui unico interesse è il benessere dell’umanità, potrebbero farcela anche le potenze della terra. Ma dove sono? Mi chiedo spesso il motivo di tanto indugiare e non mi so dare una risposta convincente. I governi europei fanno accordi con la dittatura eritrea, ma non si collabora con l’Etiopia, mentre il tentativo in Sudan con il Processo di Khartoum non ha dato finora alcun risultato. Bisogna che gli Stati coinvolti si uniscano e facciano finalmente qualcosa di concreto.

Come riesce a liberare i migranti dalle prigioni libiche ed egiziane?
Con una rete di contatti che mi permette di entrare nelle strutture in modo informale, anche attraverso poliziotti e funzionari che fingono di non sapere perché sia lì o comunque danno una mano a portare a termine la liberazione di donne, uomini e bambini. Mi è stato detto che per il sistema carcerario in fondo è un “sollievo”, perché si libera spazio nelle celle e si risparmia, non dovendo più somministrare a ognuno di loro tre pasti al giorno. Noi poi aiutiamo i migranti liberati – spesso vittime di abusi e percosse di ogni tipo – a raggiungere l’Etiopia, dove possono fare richiesta d’asilo, ottenendolo.

Come vede la situazione di oggi ai confini europei, in particolare quello ungherese?
Vedo immagini indicibili, vergognose. Se me l’avessero raccontato qualche anno fa non ci avrei creduto, le persone dei paesi dell’Est hanno subito guerre e crudeltà di ogni tipo non molti decenni fa, com’è possibile che ora si comportano così? Per fortuna accanto alle decisioni governative sta uscendo anche il lato solidale di una parte della popolazione, che può fare molto per cambiare le cose: l’esempio della gente dell’isola di Lampedusa che apre le case ai profughi nei momenti del bisogno parla da sé, ed è un modello per tutto il mondo.

Se in alcuni paesi europei si sta facendo strada una maggiore volontà di accogliere rispetto al recente passato, in Italia l’opinione pubblica è ancora molto divisa e i toni spesso accesi non aiutano in tal senso. Come vede il caso italiano?
Non si esce dall’errore di fondo di gestire tutto come se fosse sempre un’emergenza e quindi senza una seria strategia legata all’accoglienza. Da una parte l’assenza di regole precise permette che ci sia chi lucra sui migranti, dall’altra l’assenza di una comunicazione - istituzionale e dei media - efficace a riguardo porta con sé una volontà di non far capire alla gente come stanno le cose, che addirittura supera la volontà di non accogliere. Parte dell’opinione pubblica reputa allora che i propri soldi vengano usati male, venendo addirittura “mangiati” da delinquenti, e il risultato è la creazione di un capro espiatorio nella figura dei migranti stessi, che in realtà sono anch’esse vittime.

Di recente è balzata alle cronaca la vicende legata a 66 giovani nigeriane, alcune minorenni, vittime di violenze in patria e in Libia e oggi rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria che hanno evitato all’ultimo il rimpatrio e che se non tutelate potrebbero finire vittima di tratta e prostituzione. È giusto che rimangano rinchiuse (quattro di loro sono state liberate pochi giorni fa) in attesa del vaglio della loro domanda d’asilo?
Deve essere accertato il fatto che stiano subendo un trattamento che rispetti i diritti umani, che possano ricevere le cure sanitarie necessarie. Bisogna trovare loro una struttura idonea che le possa proteggere, anche perché quando si parla di tratta di esseri umani, un referente in Italia delle organizzazioni criminali è sempre in agguato, come accade anche per i tanti minori scomparsi: queste persone fragili vanno protette fino alla fine, con la creazione di alternative efficaci alla ricaduta nella rete dei trafficanti.

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