Immigrazione

Legge cittadinanza: "Dopo 23 anni di attesa ci voleva un po' più coraggio"

29 Settembre Set 2015 1606 29 settembre 2015

In discussione alla Camera il testo che dovrebbe sancire il diritto a essere italiani per almeno 250mila minori nati in Italia da genitori stranieri o che hanno completato un ciclo di studi nel Belpaese. "Ma si intrudoce pericolosamente una forma di cittadinanza per censo", specifica Antonio Russo di Acli e campagna L'Italia sono anch'io

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Getty Images Minori Migranti Roma
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In discussione alla Camera il testo che dovrebbe sancire il diritto a essere italiani per almeno 250mila minori nati in Italia da genitori stranieri o che hanno completato un ciclo di studi nel Belpaese. "Ma si intrudoce pericolosamente una forma di cittadinanza per censo", specifica Antonio Russo di Acli e campagna L'Italia sono anch'io

Cittadinanza ai nuovi italiani, dopo 23 anni ci siamo. O quasi. Da ieri lunedì 28 settembre 2015 è in discussione alla Camera dei deputati la proposta di legge che, presumibilmente nel giro di un paio di settimane, se tutto dovesse filare liscio (ovvero il tempo per passare tra le due camere ed essere eventualmente rifinita con gli emendamenti del caso), si andrebbe a sostituire alla legge 91 del 1992. “Il testo ora in aula, la cui relatrice è Marilena Fabbri, Pd, è la sintesi di 24 proposte arrivare da singoli e da partiti. Un passo significativo, certo, che però non può essere considerato pienamente soddisfacente: ci voleva più coraggio, l'attesa di più di due decenni era carica di speranza e aspettativa”, sono le prime parole in merito di Antonio Russo, responsabile immigrazione delle Acli, uno dei 30 enti nazionali che nel 2012 ha promosso la campagna L’Italia sono anch’io raccogliendo ben 250mila firma per arrivare alla nuova legge.

Che cosa intende Russo quando parla di mancanza di coraggio? “Si era partiti da uno ius soli temperato, ossia dal fatto che la versione italiana del diritto di cittadinanza in base al luogo di nascita, in vigore in altri Stati, avrebbe dovuti sottomettersi ad alcune restrizioni. Così è stato, ma i paletti sono stati molto più stringenti di quelli auspicati, diventando di fatto uno ius soli temperatissimo e restringendo di netto la platea degli aventi diritto”. La spiegazione arriva subito dopo: “in primo luogo la nuova legge così com’è in discussione prevede che entrambi i genitori stranieri del minore nato in Italia debbano essere soggiornanti di lungo periodo, condizione che si ottiene in base al reddito”. Una “cittadinanza per censo, che già per come è pensata presenta problemi di costituzionalità: per questo proponiamo (oggi la rete L’Italia sono anch’io ha espresso il proprio parere ai parlamentari in una conferenza stampa ad hoc, ndr) di sostituire al lungo periodo il requisito del soggiorno legale, che supererebbe la questione del reddito”, specifica Russo.

Sono 800mila i minori stranieri nati in Italia: di questi, alla luce del testo attuale “solo 250 mila avrebbero diritto alla cittadinanza”. Oltre alla questione del censo per quanto riguarda lo ius soli temperato, l’altra azione in essere è l’introduzione dello ius culturae: diventa neocittadino il minore che, nato all’estero ma residente in Italia, abbia completato almeno un ciclo di studi, a partire dalla scuola primaria. “Lo ius culturae è una buona iniziativa, ma in mancanza della retroattività penalizzerebbe tutti coloro che hanno già compiuto il ciclo di studi e ora si trovano a essere maggiorenni senza diritto alla cittadinanza se non con la naturalizzazione”, aggiunge il responsabile immigrazione delle Acli. Naturalizzazione che, nonostante fino a poco tempo fa sembrava potere assumere nuove regole di attuazione, rimane invece così com’è: la si ottiene o sposando una persona italiana o con 10 anni di permanenza continua nel paese. “Per questo, ribadisco, i promotori della legge attuale sono stati poco coraggiosi”, indica Russo.

Un ultimo aspetto riguarda un’altra parte della popolazione straniera oggi in Italia di cui la nuova legge non tiene conto: “stando il testo attuale, potrebbe essere negata la cittadinanza ai soggetti con forte disabilità psichico-fisica, per incapacità oggettiva a dichiarare la propria volontà di diventare neocittadini. Per risolvere la questione, basterebbe inserire il riferimento alla Costituzione italiana e alla Convenzione dell'Onu sui diritti alle persone con disabilità, che contengono la soluzione al problema". Ogni questione è aperta nei tempi della discussione, quindi tutto quanto appena descritto si può migliorare con la parte emendativa: “c’è speranza, perché, come continuiamo a ribadire, la questione della cittadinanza non interessa solo alle persone immigrate”, sottolinea Russo. “Il paese in 23 anni è cambiato, ci sono 5milioni di immigrati, che vengono usati spesso in modo strumentale ma che invece sono una risorsa economica per quanto riguarda le tasse che pagano e per il fatto che arginano la crescita dell’età media nel paese e la diminuzione della natalità. Aprirsi a nuove forme di cittadinanza significa scongiurare un’immigrazione rancorosa che vive e pensa da ‘italiana’ ma trova di continuo ostacoli laddove non ce ne dovrebbero essere”.