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La Sierra Leone da sabato sarà Ebola free

5 Novembre Nov 2015 1446 05 novembre 2015

Dopo 14.061 casi registrati e 3.955 morti, sabato la Sierra Leone - il Paese più colpito - potrà dire ufficialmente conclusa la più grande epidemia di Ebola. La sfida ora? Risollevare un sistema sanitario piegato dall’Ebola, dice Medici con l’Africa Cuamm, che è sempre rimasto nel Paese

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Dopo 14.061 casi registrati e 3.955 morti, sabato la Sierra Leone - il Paese più colpito - potrà dire ufficialmente conclusa la più grande epidemia di Ebola. La sfida ora? Risollevare un sistema sanitario piegato dall’Ebola, dice Medici con l’Africa Cuamm, che è sempre rimasto nel Paese

Dopo 1 anno e 5 mesi, la Sierra Leone sta per essere dichiarata ufficialmente Ebola free. Dopo 14.061 casi registrati e 3.955 morti, sabato la Sierra Leone - il Paese più colpito - potrà dire ufficialmente conclusa la più grande epidemia di Ebola che si sia mai verificata: sabato infatti saranno passati 42 giorni senza che nessun nuovo caso di Ebola sia stato riscontrato, ovvero un arco di tempo doppio al periodo di incubazione. In totale, nei paesi dell’Africa sub-Sahariana, l’Ebola ha contagiato 28.575 persone, di cui 11.313 sono morte (dati Oms al 25/10/2015).

«È stato un percorso lungo e drammatico, con il paese messo in ginocchio, annichilito e incapace di reagire di fronte alle cifre dell’epidemia in crescita frenetica. Poi il coprifuoco, le restrizioni ai movimenti, la caccia ai casi di contagio, la dura lotta contro disinformazione e pericolose credenze, l’impegno per sostenere un sistema sanitario devastato ed evitare le perdite collaterali dell’epidemia», racconta Matteo Bottecchia, responsabile dei progetti del Cuamm in Sierra Leone. «La Sierra Leone si prepara adesso a una grande festa liberatoria. Con la consapevolezza che la minaccia di Ebola non è andata per sempre e che un futuro ritorno del virus è più che una possibilità».

La maggior parte dei centri di trattamento chiuderanno nel corso del mese di novembre: resteranno in piedi due strutture, una nell’est del paese e a Freetown, pronte a un eventuale nuovo emergere di focolai epidemici, e ancora per 90 giorni saranno mantenute le misure di sorveglianza. La sfida ora diventa quella di risollevare un sistema sanitario piegato dall’Ebola: «un impegno che Medici con l’Africa Cuamm ha fatto proprio e che porta avanti con dedizione e costanza accanto al personale sanitario locale che con perseveranza ha continuato ad assistere le proprie comunità».

Medici con l’Africa Cuamm è impegnato in Sierra Leone dal febbraio 2012. Allo scoppiare dell’epidemia di Ebola, il Cuamm ha deciso di restare. L’azione si è concentrata su due ambiti: fornire agli operatori sanitari tutti gli strumenti di protezione di cui avevano bisogno e continuare nel lavoro di identificazione e isolamento dei malati. È stato quindi avviato un sistema triage per l’identificazione dei casi sospetti nei centri sanitari. Contemporaneamente, con uno sforzo logistico considerevole, sono stati aperte due unità di isolamento a Pujehun e a Zimmi. Strategico è stato poi il lavoro di sensibilizzazione delle comunità, influenzata dalla paura e dal rigetto delle misure di sicurezza. «Così abbiamo creato una squadra di “contact tracer”: un gruppo di giovani che, percorrendo il territorio in lungo e in largo, muniti di moto, cellulare e taccuino, tracciavano tutti i contatti avuti da un nuovo contagiato. In totale sono state messe in isolamento oltre 1.200 persone ed è stato possibile contenere il contagio», raccontano al Cuamm.

«Questa epidemia è stata un vero e proprio tsunami che ha portato via medici, infermieri, mamme, papà, famiglie, ospedali, scuole», spiega don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm. «A Pujehun, distretto sanitario con un unico medico locale per 350.000 abitanti, anche grazie al nostro team ci sono stati solo 51 casi di Ebola. È stato il primo distretto a essere dichiarato 'Ebola free', già a febbraio. Mi piace dedicare questa “vittoria” sul virus al dottor Khan (e con lui a tutti gli Ebola Fighters), collega medico sierraleonese di 43 anni, che ha perso la vita nell'ospedale di Kenema, vicino al nostro. Ora l’importante è guardare avanti. Abbiamo 9 persone, tra medici, amministrativi e logisti impegnate in Sierra Leone, per continuare questo cammino e ogni sfida che ci si presenterà».

Foto FRANCISCO LEONG/AFP/Getty Images

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