Dopo Parigi

Impagliazzo, Sant'Egidio: L'obiettivo è la convivenza, a ogni livello

16 Novembre Nov 2015 1918 16 novembre 2015

Il presidente della Comunità che da decenni lavora in prima linea nella risoluzione dei conflitti internazionali indica la strada a una popolazione italiana che vive in questi giorni con sgomento i fatti francesi: "Gli insegnanti hanno una grande responsabilità verso gli studenti: trattino il tema in profondità, evitando semplificazioni. Siamo una società con anticorpi ben radicati, la reazione passa attraverso il non lasciare solo nessuno, in particolare i più marginali che possono diventare prede dell'ideologia del terrore"

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Marco Impagliazzo
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Il presidente della Comunità che da decenni lavora in prima linea nella risoluzione dei conflitti internazionali indica la strada a una popolazione italiana che vive in questi giorni con sgomento i fatti francesi: "Gli insegnanti hanno una grande responsabilità verso gli studenti: trattino il tema in profondità, evitando semplificazioni. Siamo una società con anticorpi ben radicati, la reazione passa attraverso il non lasciare solo nessuno, in particolare i più marginali che possono diventare prede dell'ideologia del terrore"

“Chiunque ricopra un ruolo di responsabilità, in particolare nell’insegnamento scolastico, non esiti a scendere in profondità parlando di quanto successo a Parigi. Le semplificazioni vanno evitate del tutto, bisogna accompagnare i ragazzi a uscire dalla paura e capire che anche loro possono fare molto per raggiungere l’obiettivo principale: la convivenza”. A parlare è Marco Impagliazzo, dal 2003 presidente della Comunità di Sant’Egidio - che stasera alle 20 nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma promuove una Preghiera per la pace in memoria delle vittime di Parigi – mentre non accenna a diminuire l’apprensione a livello mondiale per la minaccia del fondamentalismo e da più parti viene invocata una chiamata generale alle armi contro Isis, in Siria come altrove.

In effetti proprio oggi in molte scuole è stato riportato da una parte lo sgomento degli studenti nell’affrontare le conseguenze psicologiche degli attentati parigini, dall’altra la difficoltà nell’evitare semplificazioni fuorvianti legate alla matrice islamista del terrorismo di Isis. Se l’obiettivo è la convivenza, come dovrebbero spiegarlo concretamente i docenti agli alunni?
Trattando l’argomento il tempo necessario e azzerando la superficialità, ascoltando le domande e spiegando ogni cosa con la maggiore chiarezza possibile proprio a partire dall’obiettivo: il mondo sta mutando e il cambio è epocale dato l’enorme spostamento di persone e la presenza nello stesso luogo di religioni e culture diverse, ma proprio per questo è fondamentale oggi che tutti vengano coinvolti nel processo di potere vivere assieme in pace e unità. Unità, sì, perché i fondamentalisti operano per creare scontri tra le differenti anime della popolazione, quindi la via vincente è invece il lavorare per superare le divisioni.

Quali invece le parole d’ordine per una popolazione europea scossa nel profondo?
La paura è legittima, il panico non deve farsi spazio. Siamo una società con anticorpi profondi, democrazia e solidarietà sono capisaldi, così come la fede per chi è credente. Bisogna andare al di là della paura nel senso di assumerci le nostre responsabilità per il domani, ovvero collaborare a tutti i livelli per coinvolgere e integrare tutti, in primo luogo le persone marginali, magari di fedi diverse da quella più diffusa, che per varie cause potrebbero essere lasciate sole e quindi alla mercé di ideologie del terrore.

Si riferisce ai giovani cittadini francesi di fede musulmana reclutati per gli ultimi attentati?
Si, è proprio l’ideologia fondamentalista che si fa strada nelle menti più deboli, isolate. Perché stiamo parlando di persone, come dice Papa Francesco, che usano il nome di Dio per uccidere e questo rappresenta una bestemmia, perché non si raggiunge la salvezza ai danni di altri, per nulla.

La prima risposta francese all’abominio di Parigi è stata quella di intensificare i raid sulla Siria, in particolare sulla città di Raqqa. Sulla base della forte esperienza di mediazione dei conflitti che la Comunità di Sant’Egidio mette in atto da decenni, la considera una via percorribile?
È una scelta molto rischiosa che vuole rispondere in modo tardivo e con le armi a un problema di fondo: la pacificazione della Siria attraverso la creazione di basi per una tregua tra le varie fazioni, Isis esclusa in quanto il chiaro obiettivo è isolarla. In questo senso la nostra responsabilità come mondo occidentale, Russia compresa, è grave: siamo andati avanti quattro anni – in Siria si combatto dalla primavera del 2011 - in ordine sparso su tutto quello che riguardasse un intervento nella guerra siriana. Guerra che è tra musulmani, mentre noi siamo delle comparse, questo è bene ricordarlo. Da anni è in atto una guerra di potere, oggi confluita nel disastro siriano, che ha raggiunto un’ulteriore escalation quando Al Qaeda, che voleva al massimo il controllo dell’Arabia Saudita, è stata superata da Isis e il proprio progetto di unificazione della Mesopotamia in un Califfato. In tutto questo scenario la priorità attuale è una sola: unirsi tutti per fermare l’avanzata di Isis.

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