Reportage

Prima ora: gli attentati a Parigi. Ecco come ne parlano i ragazzi delle medie

17 Novembre Nov 2015 1632 17 novembre 2015

Sgomenti ma pronti a reagire, e molto meno sprovveduti del previsto: il racconto di due giorni passati tra gli studenti, con i professori ad accompagnarli nella difficile presa in carico degli avvenimenti traumatici di qualche giorno prima. Ne esce una sorprendente voglia di conoscere e affrontare temi tabù - a volte con più lucidità degli adulti - da parte di una generazione smartphone per nulla anestetizzata

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Scuola 9
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Sgomenti ma pronti a reagire, e molto meno sprovveduti del previsto: il racconto di due giorni passati tra gli studenti, con i professori ad accompagnarli nella difficile presa in carico degli avvenimenti traumatici di qualche giorno prima. Ne esce una sorprendente voglia di conoscere e affrontare temi tabù - a volte con più lucidità degli adulti - da parte di una generazione smartphone per nulla anestetizzata

Ore 8 di lunedì, 16 novembre 2015. Scuola media di un paese del Nord Italia: è la prima ora di lezione dopo gli attentati di Parigi. All’entrata, è già pronta la circolare del preside, che su indicazione ministeriale chiede a ogni insegnante, in particolare di Lettere, di affrontare con gli studenti l’argomento. La prima impressione è che non sarà per nulla facile. Gli stessi adulti sono sconvolti, figuriamoci i ragazzi.

Ore 14 di martedì, 17 novembre 2015. Finisce la giornata scolastica. Due giorni di osservazione, ascolto dei dialoghi tra docenti e alunni possono bastare a farsi un’idea? Sì, possono. Soprattutto se il risultato ribalta ogni aspettativa: se ti aspettavi il peggio, tra preoccupazione sfociante nel panico e luoghi comuni imperanti, torni a casa con il segno di una sberla mica da ridere, sonora ma rinfrancante.

Sì, perché i ragazzi sono sul pezzo. Sia chiaro, niente sconti: “Bombardiamoli tutti”. “Prima li facciamo arrivare, poi ci ammazzano”. “Tutta colpa dei musulmani”. Queste frasi le senti. Ma sono poche, pochissime di fronte a una stragrande maggioranza di studenti che prima di rilanciare invettive o superficialità tipiche dei politici d’assalto a caccia di voti e popolarità, vuole ascoltare, e capire. “Ora dobbiamo difenderci. Ma andare a bombardare in Siria è la cosa più giusta?”, è la domanda più gettonata. I docenti, ognuno con la propria sensibilità e ovviamente alquanto toccati anch’essi dai morti di venerdì scorso in terra di Francia – ma anche, seppur più distanti geograficamente, da quelli del giorno prima a Beirut, dell’aereo russo sul Sinai, della strage di studenti del Kenya ad aprile, dello sfacelo siriano, ricordano in molti ai ragazzi – rispondono a ogni domanda, anche a quelle senza una risposta del tutto plausibile: “Tocca a Roma la prossima volta? Arriveranno da noi per il Giubileo? A Expo non ce l’hanno fatta, ma ora?”.

C’è da dispensare tranquillità a queste menti in piena adolescenza spesso apparentemente svogliate per gran parte della mattinata ma con il corpo proteso in avanti quando c’è da capire “quanto sono pazzi, o lucidi pazzi, questi di Isis”. La frase di un ragazzo che fa di tutto per essere uno degli ultimi della classe risuona come una nave in piena corsa nel mare di faciloneria con cui spesso si definiscono questi ragazzi omologati e senza più stimoli: “queste cose mi interessano un botto, non sono mai stato così attento”. È proprio così: portare l’attualità, in modo ragionato e il più possibile pacato, dentro un’aula scolastica è l’antidoto alla troppa rapidità con cui le notizie scorrono nei telegiornali o tra le parole degli adulti: “ieri ho visto l’intervista a un musulmano che diceva che hanno fatto bene perché noi li trattiamo male”. Ma dopo di lui hanno fatto vedere anche quanti musulmani hanno espresso solidarietà e sono scesi in piazza a dire che Isis usa la religione per scopi di potere? “Mi sembra di sì”. L’informazione ha una responsabilità enorme verso le nuove generazioni, in particolare su questo tema. “Ho dovuto spegnere la televisione nel fine settimana, alcuni programmi sembravano mettere volutamente contro persone di religione diversa, è inammissibile”, ti sottolinea un professore. Già.

Nel frattempo, l’argomento di discussione si sposta sugli autori del massacro: “ho sentito che passavano ore e ore al computer su giochi violenti, quasi da poi non distinguere più tra morti virtuali e morti reali”, sottolinea un ragazzo. “Dobbiamo conoscerci di più, fare in modo che se uno ha problemi gli altri se ne accorgano”, aggiunge una coetanea. “Smettiamola di prenderci in giro per i luoghi da cui proveniamo”, è l’eco che risuona in un’incredibile classe composta da sette nazionalità di quattro continenti diversi, “noi stessi siamo il mondo”. Un mondo che, nonostante l’era dei compiti scambiati su whatsapp e dei ritrovi pomeridiani tra compagni che non ci sono più, capisce la necessità sociale di non porre fine al dialogo con il diverso, nemmeno in momenti atroci come questi: “Le bombe possono aiutare a sconfiggere i terroristi? Può darsi, ma morirà tanta gente innocente”, interviene una ragazza dalla voce tanto tenue quanto decisa. “E la violenza richiama altra violenza. Possibile che non ci sia una soluzione diversa?”. Possibile? Ai capi di Governo, alle diplomazie, ma anche ai signori del petrolio e delle armi il compito di fermare la barbarie. “Sì, ma facciano presto”.

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