La storia

Il siriano Ameer e la salvezza raggiunta dopo 7 ore di nuoto

22 Dicembre Dic 2015 1626 22 dicembre 2015

Ex nuotatore della nazionale della Siria, è fuggito in Libano a maggio 2015 dalla guerra e si è allenato fino a settembre, quando ha raggiunto le coste turche e, correndo rischi altissimi, ha nuotato le quattro miglia marine necessarie per raggiungere l'isola greca di Samos. Ora è rifugiato in Svezia e racconta la sua storia: "Non avevo soldi per pagare la traversata. Altri pronti a nuotare quando l'acqua sarà meno fredda"

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Ameer
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Ex nuotatore della nazionale della Siria, è fuggito in Libano a maggio 2015 dalla guerra e si è allenato fino a settembre, quando ha raggiunto le coste turche e, correndo rischi altissimi, ha nuotato le quattro miglia marine necessarie per raggiungere l'isola greca di Samos. Ora è rifugiato in Svezia e racconta la sua storia: "Non avevo soldi per pagare la traversata. Altri pronti a nuotare quando l'acqua sarà meno fredda"

Dove Bilal, nel film Welcome, non ce l’aveva fatta, Ameer invece ci è riuscito: in fuga dalle bombe lanciate sulla propria casa in Siria, è arrivato sulle coste turche e qui, dopo una nuotata lunga quattro miglia, ha raggiunto l’isola greca di Samos verso la salvezza e l’inizio di una nuova vita dia rifugiato politico. “Non avevo soldi per pagare la traversata ai trafficanti”, spiega Ameer Mehtr, la cui emozionante vicenda, raccolta dalla testata The Sunday Times e ripresa anche dall'Indipendent, sta facendo il giro del mondo.

Ora Methr, non ancora trentenne, è in Svezia, in un centro per asilanti, mentre l’impresa l’ha realizzata a settembre 2015. A Damasco lui si era allenato con la nazionale siriana di nuoto, e una volta scappato in Libano nel maggio scorso ha intrapreso settimane di allenamento quotidiano sulle coste libanesi vicino a Beirut, con un allenatore fidato. “Durante il periodo di preparazione ho studiato le mappe del mar Egeo, poi quando mi sono sentito pronto ho raggiunto la Turchia, nel punto più vicino a Samos”. Che si chiama Guzelcamli, piccola cittadina costiera a quattro miglia marine, equivalenti a 7,4 chilometri. Da qui il tentativo. Iniziato male: “Sulla costa quel giorno la polizia turca pattugliava ogni metro in cerca di trafficanti. Dopo un’ora di corse, quasi esausto, mi sono gettato in acqua e ho iniziato a nuotare”. Vestito solo con costume, cuffia, occhialini e tappi per il naso – più un telefonino e alcune schede di memoria in cui teneva conservate le foto e i ricordi di tutta una vita, legate al polso avvolte nella plastica- ha trovato energie insperate e, dopo sette ore di nuotate, è arrivato in Grecia. “Ho pensato di non farcela in vari momenti, ma alla fine è andata bene”, racconta. Una volta a terra, dopo un’altra decina di chilometri, questa volta ovviamente a piedi, ha trovato un centro dove potersi registrare ufficialmente come richiedente asilo all’Unione europea.

La mia iniziativa non è isolata. So di altre persone che si stanno preparando, ma ora il mare e troppo freddo”, aggiunge Methr. Persone che rischieranno la vita, come fanno le migliaia che anche in questi giorni stanno provando la traversata con i gommoni: almeno 40 i morti dell’ultima settimana, la metà bambini. Persone che avrebbero diritto a un corridoio umanitario per portarli in salvo dalla guerra senza rischi aggiuntivi, via oggi impensabile – a parte la lodevole seppure circoscritta iniziativa di Comunità di Sant’Egidio e Federazione evangelica – per un’Unione europea ancora troppo impegnata, nonostante le migliaia di vittime innocenti, a pensarsi come fortezza da difendere anziché patria dei diritti umani e recente vincitrice di un premio Nobel per la pace.

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