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Di Capua (Sprar): "Una corretta accoglienza va anche a beneficio dell'economia locale"

1 Marzo Mar 2016 1546 01 marzo 2016
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I migranti inseriti nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati sono oggi quasi 22mila, il quintuplo di due anni fa, ma solo il 28% del totale di chi è oggi asilante: gli altri 78mila sono nei Cas, Centri di accoglienza straordinaria: "Luoghi con meno controllo sui gestori e che seguono ancora la logica emergenziale, al contrario degli Sprar, dove l'investimento sul territorio è forte e trasparente", spiega la diretrice del Servizio centrale

“Spendere bene per l’accoglienza significa anche migliorare l’economia del luogo in cui vengono inseriti i richiedenti asilo”, indica Daniela Di Capua, direttrice del Servizio centrale dello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, nato nel 2002 ma impennato, nei numeri, meno di due anni fa: dai 4mila d’inizio 2013 ai 21.814 migranti censiti dal “Rapporto sull’accoglienza” di fine 2015, coordinato dal ministero dell’Interno alla presenza di docenti universitari, esperti di politiche migratorie, referenti delle istituzioni locali, il prefetto direttore centrale del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, personale dell’Istat e della Fondazione Moressa.

Dati alla mano, si sta investendo molto più che in passato sullo Sprar. È segno che si è superata la fase “emergenziale” dell’accoglienza?
E’ stato fatto una grande passo avanti, ma ne servirebbe uno ancora più grande per superare le difficoltà attuali, in particolare proprio la mancanza di una visione a lungo termine e una gestione ancora troppo emergenziale dell’accoglienza, di fronte a un fenomeno che da anni è diventato strutturale e come tale può essere regolato con scelte precise atte a evitare sprechi economici e di tempo.

Le strutture Sprar, gestite direttamente dai Comuni con la collaborazione del privato sociale, sono 430, ma accolgono solo il 20,5 per cento dei 99.096 richiedenti asilo accolti in Italia: il restante 79,5% è ospitato in Centri governativi come i 13 Cara (7%) e i 7 Cie (0,5%) ma soprattutto nei 3.060 Cas, Centri di accoglienza straordinaria, quindi ancorati alla gestione emergenziale…
Sì, i Cas, attivati direttamente dalle singole Prefetture tramite accordi con i privati, presentato forti criticità e dipendono molto dalle singole situazioni. Lo ha sottolineato più volte anche l’Unione europea: a fronte di un modello che funziona spesso molto bene, come lo Sprar, si trovano forti criticità nelle modalità di gestione dei Cas. Nei progetti Sprar gli standard di controllo sono molto dettagliati e trasparenti, per i Cas invece sono troppo bassi: sono assenti linee guida specifiche, di frequente si inseriscono tante persone in un’unica struttura, per esempio un hotel, e soprattutto i servizi sono affidati a chi ‘alza la mano’ avendo spazi a disposizione anche se magari non ha alcuna esperienza pregressa con i migranti e si limita a dare loro vitto e alloggio senza programmi di integrazione.

Per Cas, Cara e Cie viene spesa la gran parte dei fondi sull’accoglienza, ovvero 918,5 milioni di euro, mentre per lo Sprar il costo annuale è di 242,5 milioni. E, sempre secondo il “Rapporto sull’accoglienza”, la media giornaliera per richiedente asilo assegnata a chi gestisce è la stessa, 30-35 euro, sia per gli Sprar e i Cas. Come avviene la rendicontazione?
Gli enti gestori dello Sprar - spesso gli stessi Comuni capofila, che in base all’ultima normativa cofinanziano il 5% del progetto e non il 20% come prima, proprio per incentivare le amministrazione ad aderire al Sistema - devono redigere una rendicontazione dettagliata, mentre chi coordina i Cas deve far avere alle Prefetture relazioni generiche su quanto viene fatto e fatture delle spese, ma senza ulteriori dettagli. La differenza, in termini di trasparenza, è evidente (vedi il recente rapporto inCAStrati di Cittadinanzattiva, Libera e Campagna LasciateCIEntrare).

Come uscirne?
La via d’uscita da questa situazione è trasformare più velocemente possibile i Cas in centri Sprar, eliminando il rischio di guadagni illeciti sulla pelle dei migranti e dei contribuenti. Tenendo ben chiaro in mente che passare dalla gestione emergenziale del fenomeno a quella strutturale, basata su una programmazione ben definita, significa anche - come accade già oggi con lo Sprar - riversare soldi e professionalità sul territorio, con servizi trasversali per tutti. Per esempio, il 38% della spesa giornaliera per richiedente asilo va per pagare il personale, spesso del luogo, così come le spese effettuate per la gestione socio-assistenziale ricadono su esercizi commerciali locali. E gli sportelli per l’avviamento al lavoro, così come la possibilità di tenere aperte le scuole nei piccoli paesi o altri progetti anche di natura culturale sono azioni il cui beneficio si apre poi a tutta la collettività.

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