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Non conosciamo i richiedenti asilo? Li invitiamo per cena

14 Marzo Mar 2016 1721 14 marzo 2016
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Ben 46 famiglie della cittadina di Agrate Brianza, nel monzese, ospitano due migranti ciascuno. "È un gesto semplice che supera diffidenze reciproche e vale molto più di mille parole", spiega Carmen Collia, assessore alle Politiche sociali tra gli ideatori dell'iniziativa, che avrà luogo sabato 19 marzo in vista della Pasqua, con la collaborazione delle parrocchie e del volontariato

Ci sono gesti semplici che possono abbattere muri di paura e diffidenza. Ad Agrate Brianza, nel monzese, uno di questi avrà luogo il prossimo sabato per cena: 92 richiedenti asilo, la quasi totalità degli ospiti di una struttura di accoglienza temporanea calata dall’alto – ovvero per decisione prefettizia - sulla cittadina nel luglio 2015, andranno a cena a coppie in 46 famiglie cittadine, che in occasione delle feste pasquali apriranno le porte a chi viene da lontano, con il proprio carico di sofferenze e desiderio di una vita più fortunata in Europa.

“Stiamo parlando di ragazzi sui 20-25 anni, arrivati da soli, provenienti da Bangladesh, Nigeria, Senegal, Gambia, che sono ad Agrate da otto mesi, ancora in attesa delle interviste della Commissione territoriale chiamata a esaminare la loro domanda di protezione internazionale”, spiega Carmen Collia, assessore alle Politiche sociali del Comune brianzolo che, assieme ad alcuni colleghi e coinvolgendo la comunità pastorale Casa di Betania, le tre parrocchie cittadine e il tessuto del volontariato locale, ha pensato al momento di condivisione di sabato 19 marzo. “Siamo soddisfatti dell’ottima adesione, fa parte di un percorso di conoscenza reciproca che sta dando i suoi frutti”, ragiona Collia, “iniziato con i corsi di italiano cinque giorni alla settimana e proseguito con numerose iniziative di volontariato per gli ospiti della struttura: nei mesi scorsi hanno aiutato nella pulizia delle strade, nel giardinaggio, nel verniciare le cancellate, comprese quelle delle scuole, assieme ai genitori degli alunni.

Sabato sera il programma prevede l’incontro in oratorio, la suddivisione nelle famiglie per la cena, poi il ritorno per una festa collettiva. “La finalità va ovviamente al di là del mangiare assieme, è basata sulla condivisione che stimola la conoscenza reciproca”, aggiunge l’assessore. Visti i tempi, c’è chi ha storto il naso una volta saputa l’iniziativa? “Sì, ma solo sui social network”. Dal vivo è un’altra cosa – “molte famiglie hanno chiamato dicendosi dispiaciute per non potere dare la propria adesione per vari motivi” – anche dal punto di vista dei luoghi comuni e delle paure. “E’ certo che, soprattutto all’inizio, la diffidenza era presente: ricevevo chiamate da signore preoccupate per la propria sicurezza dopo avere visto una decina di questi ragazzi tutti assieme a prendere il pullman”, racconta Collia. “Oltre alle nostre rassicurazioni, hanno parlato i fatti, ovvero nessun problema a livello sociale, anzi nel tempo sempre più rispetto reciproco”. Anche a livello di comunicazione, va meglio rispetto all’inizio: “fin da subito abbiamo convocato la cittadinanza per chiarire che il Comune in questo servizio di accoglienza non sta spendendo nemmeno un euro, e tutto quanto si sta facendo per loro è frutto dello splendido lavoro delle associazioni”.

Il problema vero, semmai, è un altro e riguarda proprio il futuro degli stessi richiedenti asilo: nell’hub, la struttura (oggi gestita dalla Croce rossa di Monza in collaborazione con il Consorzio Comunità Brianza, che si occupa dei servizi) che doveva accogliere le persone per un massimo di 90 giorni che sono diventati ben otto mesi, “l’accoglienza è diventata da temporanea a stanziale, e gli ospiti non sanno nulla del proprio futuro prossimo, cosa che genera un’inevitabile tensione personale”, sottolinea Collia, “pochi giorni fa la Prefettura ci ha assicurato che a breve verranno intervistati tutti, speriamo”. Una speranza che poi, in caso di diniego della domanda, andrebbe a rimettersi a un ricorso il cui ulteriore responso negativo metterebbe questi ragazzi in condizione di irregolarità sul territorio nazionale. A livello legislativo, sia chiaro. Perché a livello umano, Agrate ha già dato il proprio esempio a tutta l’Italia: accogliere è un dovere morale. Ogni decisione successiva non spetta né al piccolo o grande Comune né ai cittadini, ma alle istituzioni nazionali in congiunto con quelle europee. Da queste ultime, visti i tempi di frontiere chiuse e clamorose idee di respingimenti verso la Turchia per chi scappa dalle guerre, non ci si può aspettare granché.

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