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Onu: "Non siamo parte dell'accordo Ue-Turchia, stop alle nostre attività nell'hotspot"

23 Marzo Mar 2016 1450 23 marzo 2016
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Drastica decisione dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i profughi: "Il centro di Moria, sull'isola di Lesbo, si è trasformato in struttura detentiva, con 934 persone presenti dopo i primi giorni di apertura. E' contro i nostri valori, sospendiamo le azioni umanitarie in quel luogo. Continuiamo nel resto dell'isola e ai confini di terra". Anche Medici senza frontiere esce da Moria denunciando la miopia dell'accordo in questione

“Noi non siamo parte dell’accordo tra Unione europea e Turchia, non parteciperemo a respingimenti o detenzioni. Per questo da lunedì 22 marzo 2016 abbiamo sospeso tutte le attività – rifornimento di cibo e trasporti dai luoghi di sbarco compresi - nei centri chiusi dell’isola, i nuovi hotspots creati appositamente dall’accordo in questione”.

È duro il comunicato emesso da Melissa Fleming, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i profughi, nel prendere le distanze da un’intesa che solo nel primo giorno di attuazione “sta tenendo rinchiuse 934 persone, tra cui molte famiglie con bambini, nel centro di registrazione e accoglienza temporanea di Moria”. Ovvero gli ultimi arrivati, mentre gli altri 8mila sull’isoal al momento dell’accordo di venerdì scorso sono stati sistemati in fretta e fuoria in altri centri con l’idea di essere ricollocati in altri Stati europei, senza finora indicazioni di tempi o luoghi precisi.

Arrivata nel giorno dell’attentato jihadista a Bruxelles, la decisione dell’Unhcr si aggiunge alla stessa presa di posizione dell’ong Medici senza frontiere, che ha indicato i nuovi centri come “vere e proprie prigioni, una nuova Guantanamo”. Dalle isole, così come dal confine Greco-macedone di idomeni – dove ieri due giovani siriani esasperati si sono dati fuoco, venendo salvati da altri profughi – la preoccupazione per l’incertezza della peropria sorte, a causa della chiusura delle frontiere, è molto alta.

Migliaia di persone che hanno rischiato la vita in mare, una volta scappati dalla guera, per raggiungere quell’Unione europea che è patria dei diritti umani sulla carta, ma sempre più una Fortezza chiusa in sé stessa dall’altra, dove il terrore esplode in modo sempre più terrificante per mano di giovani di origine panaraba ma spesso nati e cresciuti nelle città dell’Europa nordoccidentale.

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