Alexandre Niungeko UBJ Burundi
Africa

L’appello dei media burundesi ai donatori internazionali

29 Marzo Mar 2016 0800 29 marzo 2016
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Si è tenuta a Bruxelles una tavola rotonda sui media burundesi colpiti dal grave conflitto politico e armato in cui è sprofondato il Burundi dal 2015. L’incontro ha riunito i principali operatori internazionali che appoggiano gli organi di stampa del Sud del mondo, tra cui il gruppo VITA. Nel comunicato finale, un appello è lanciato ai donatori per sostenere i media in esilio e quelli ancora attivi nel paese.

Sono bastati qualche giorno – tra aprile e maggio 2015 – per distruggere quasi completamente uno dei paesaggi massmediatici più invidiati del continente africano. In Burundi, i media privati erano riconosciuti per il loro professionalismo e soprattutto il loro contributo ad un paese minato dalla guerra civile tra gli anni ’90 e 2000. Nonostante le pressioni sempre più forti esercitate dal regime del Presidente Pierre Nkurunziza negli ultimi anni, nessuno avrebbe mai ritenuto possibile la distruzione di cinque radio private e una televisione, con la conseguente fuga di un centinaio di giornalisti costretti all’esilio. Eppure oggi è una realtà con cui la Comunità internazionale deve fare i conti.

Il terzo mandato di Nkurunziza e la distruzione dei media

Tutto è nato dalla volontà di un uomo – Pierre Nkurunziza – di volersi candidare nel 2015 alle elezioni presidenziali per un terzo mandato, violando così gli Accordi di pace di Arusha firmati nel 2000 su cui riposa la Costituzione e che limitavano a due i mandati presidenziali. Subito dopo l’annuncio della sua candidatura il 25 aprile 2016, un’ondata repressiva si è abattuta sui media privati burundesi culminata durante il tentato golpo militare fallito del 13 maggio 2015. Due giorni dopo, cinque radio – Radio RPA, Radio Isanganiro, Radio Bonesha, Radio Rema FM e Radio Renaissance, assieme ad una televisione privata (Televisione Renaissance) vengono distrutte dagli uomini del regime. Ma la repressione non finisce qui. Anzi si intensifica con minacce di morte che costringono nel giro di pochi mesi un centinaio di giornalisti a fuggire il paese. I più importanti sono oggetto di un mandato di arresto internazionale da parte delle autorità giudiziarie con l’accusa di essere dei “putshisti”. Sono i più famosi e quindi i più temuti. Ecco i loro nomi: Bob Rugurika, direttore della famosa Radio Publique Africaine (RPA); Innocent Muhozi, direttore della Radio-Télévision Renaissance; Anne Niyuhire, caporedattrice di Radio Isanganiro; Patrick Mitabaro e Arcade Habyarimana, entrambi reporter di Isanganiro; Gilbert Niyonkuru di RPA e Patrick Nduwimana, ex direttore di Radio Bonesha FM e presidente dell’Associazione burundese dei radio-diffusori (ABR). L'unico giornalista a cui il mandato di arresto e la conseguente rischiesta di estradizione sono stati sospesi è Antoine Kaburahe, direttore del giornale Iwacu.

La situazione è tanto più drammatica che in questi ultimi tempi, la radio e televisione pubblica RTNB sta diffondendo messaggi di odio razziale nei confronti della minoranza etnica.

Patrick Nduwimana, presidente dell'Associazione burundese dei radiodifusori

Circa 70 giornalisti risiedono a Kigali, nel vicino Rwanda, in condizioni di estrema precarietà. Finora, possono contare sull’aiuto di alcune organizzazioni internazionali come la Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ), Reporters senza frontiere (RSF), la Maison de la presse rwandaise oppure quello centellinato dell’UE o di Stati membri quale i Paesi Bassi. Di fronte all’impossibilità di trasmettere dall’estero, alcuni media hanno di lanciare nuove iniziative editoriali come Inzamba che raggruppa una ventina di ex giornalisti di Bonesha, Isanganiro e TV Renaissance, Humura Burundi in cui sono coinvolti reporter di RPA, con una diffusione via web e social media.

Esiliati e sopravvissuti

In Burundi, sono rimasti i sopravissuti. Tra loro, ci sono il web-media SOS Médias Burundi, il giornale Iwacu, e da poche settimane Radio Rema FM, ritenuta vicina al regime, e Radio Isanganiro, la cui redazione è ormai spaccata tra chi ha deciso di rimanere in esilio e chi ha accettato la proposta del regime di Nkurunziza di riaprire l’emittente radiofonica a condizione di non disturbare la voce del padrone. Per quei giornalisti che provano a preservare la loro indipendenza in territorio burundese, il quotidiano è segnato da minacce continue, divieti di assistere ad incontri pubblici e ostacoli ripetuti per accedere all’informazione. “La situazione è tanto più drammatica che in questi ultimi tempi, la radio e televisione pubblica RTNB sta diffondendo messaggi di odio razziale nei confronti della minoranza etnica”, assicura a Vita.it Patrick Nduwimana. Per alcuni esperti, in Burundi c’è il rischio di tornare ai tempi che hanno preceduto il genocidio dei tutsi che si è consumato in Rwanda nel 1994, durante il quale alcuni media rwandesi come la Radio televisione delle Mille Colline che diffondeva messaggi propagandistici contro questa minoranza etnica. “Finora i burundesi non hanno attecchito alla propaganda di alcuni politici estremisti del regime di Nkurunziza”, sostiene Nduwimana, “anche perché hanno capito che la crisi burundese non è etnica, ma politica”.

Questo il contesto in cui i responsabili dei media privati, il Consiglio nazionale della Comunicazione (CNC) e una ventina di operatori internazionali (tra cui VITA) che appoggiano gli organi di stampa del Sud del mondo, si sono dati appuntamenti a Bruxelles i 23 e 24 marzo scorso per trovare delle soluzioni e formulare proposte ai donatori internazionali a sostegno dei giornalisti burundesi e dei loro media. “Mentre il Burundi precipita nelle violenze quotidiane, e che i messaggi di odio si stanno banalizzando, il bisogno del popolo burundese di accedere ad un’informazione pluralista e credibile è ogni giorno più urgente”, si legge nel comunicato di stampa finale sottoscritto dal gruppo VITA.

. Le regole di finanziamento dei donatori internazionali sono totalmente inadeguate rispetto alla situazione di emergenza attuale.

Innocent Muhozi, direttore di Radio Télévision Renaissance

Inocent Muhozi, direttore della radiotelevisione Renaissance, può contare su 15 giornalisti e tecnici esiliati in Rwanda e una ventina di colleghi rimasti in Burundi. “Di fronte all’impossibilità di andare in FM e onde corte, abbiamo deciso di diffondere le nostre notizie via web e social media, in particolar modo WhatsApp. Si calcola che sul territorio burundese circa 200mila persone sono dotate di uno smartphone e che per ogni smartphone ci sono dai 5 ai 7 lettori, quindi l’audience c’è, ma urge tornare a informare nel mondo rurale”. L’altro problema riguarda gi stipendi: “molti dei giornalisti in esilio vivono in condizioni di estrema precarietà. Alcune organizzazioni ci stanno aiutando, ma non basta”. A Renaissance basterebbe 5mila euro al mese per rilanciare in modo adeguato la produzione, una goccia nell’oceano degli aiuti allo sviluppo. “Ma accedere ai fondi è un calvario. Le regole di finanziamento dei donatori internazionali sono totalmente inadeguate rispetto alla situazione di emergenza attuale. Per ora gli interventi dei nostri partner si limitano al territorio burundese”. Perché? “Per via delle regole che non prevedono un’assistenza strutturata ai media in esilio, che sono poi i più influenti del Burundi”.

Radio private, un’assenza che pesa

Per capire la portata dell’impatto che sta avendo la distruzione dei media privati nel panorama massmediatico burundese, è opportuno rileggere i dati riportati in una ricerca sull’audience burundese pubblicata nel maggio 2014, esattamente un anno prima della crisi. All’epoca, 8 burundesi su 10 accedavano alla radio e 9 su 10 l’ascoltavano, mentre 6 su 10 guardavano la TV , 4 burundesi su 10 leggevano i giornali e meno dell’1% aveva accesso a internet. In termini di ascolto radiofonico, la radio privata RPA era quella più ascoltata nel paese (38%), seguita dalla radioTV pubblica (29%), Radio Bonesha e Radio Isanganiro (entrambe con l’11% degli ascolti), tutte percentuali nettamente superiori rispetto ai media internazionali come la BBC (6%), RFI (2%) o Voice of America (1%).

“La scomparsa dei media privati è catastrofica, la maggior parte dei burundesi hanno soltanto accesso alla radio e televisione nazionale che veicola quasi esclusivamente messaggi di propaganda del regime, alcuni dei quali puntano il dito contro la minoranza tutsi, accusata di voler tornare al potere”, sostiene Patrick Nduwimana, presidente dell’Associazione burundese dei radiodiffusori. Per i giornalisti rimasti in madrepatria, le condizioni di lavoro rimangono molto fragili, se non pericolose. “Reporter e cameraman rasentano i muri”, denuncia Innocent Muhozi.

Ho i poteri per cambiare le cose, chiedo soltanto ai giornalisti di avere pazienza.

Karenga Ramadhani, presidente del Consiglio nazionale della comunicazione

Nel tentativo di calmare le acque, il nuovo presidente del Consiglio nazionale della comunicazione, l’organo regolatore del Burundi, promette di fare tutto il possibile per consentire l’apertura progressiva dei media privati in Burundi. “Ho i poteri per farlo”, assicura Karenga Ramadhani, “chiedo soltanto ai colleghi burundesi di avere un pò di pazienza, sono stato nominato appena due settimane fa”. Ma a Bruxelles pochi credono alle sue parole. “Anche se le sue intenzioni sono buone e la sua presenza nei dibatti positiva, il Consiglio nazionale della comunicazione non ha né i mezzi, né il potere per aiutarci”.

Al termine della tavola rotonda organizzata dall’Institut Panos Grands Lacs, Global Forum for Media Development e il Centre de recherche en information et communication, con il sostegno della Federazione Wallonie-Bruxelles e la cooperazione svizzera, l’insieme dei participanti hanno formulato una serie di impegni e raccomandazioni presentata ai donatori internazionali, tra cui l’Unione Europea.

Le doleanze dei media burundesi

Di fronte alle derive mediatiche che si stanno moltreplicando in Burundi, i partecipanti hanno chiesto di “rifiutare con grande fermezza i messaggi di odio che tendono a banalizzarsi” ricordando “ai giornalisti dei media pubblici e privati la loro responsabilità deontologica e penale dei contenuti che diffondono”. Il Consiglio nazionale della comunicazione ha riaffermato la sua volontà “di favorire la riapertura progressiva di tutti i media”, mentre i giornalisti burundesi si sono impegnati “a svolgere il loro mestiere nel rispetto delle regole professionali per garantire il diritto del pubblico all’informazione”. Segno del attaccamento all’etica del giornalismo, “prevedono di pubblicare un manifesto in cui confermeranno questo impegno”.

Riguardo la Comunità internazionale, l’insieme dei partecipanti hanno insistito presso i donatori e i loro partner di “chiedere alla autorità burundesi di garantire il diritto costituzionale della popolazione di accedere all’informazione; di lanciare un’azione di advocacy per la riapertura dello spazio mediatico pluralista, in particolare delle radio private; di chiedere al ministero pubblico burundese di porre un termine alle incriminazioni nei confronti dei giornalisti e organi di stampa; “di chiedere delle garanzie per la sicurezza dei giornalisti nell’esercizio delle loro funzioni” e di “insistere sull’importanza di spingere la Radio televisione nazionale del Burundi (RTNB) di coprire in tutta integrità il suo ruolo di servizio pubblico”.

Sul breve termine, i donatori internazionali sono chiamati “a fornire un appoggio in tempi rapidi alle iniziative mediatiche in corso e future per consentire ai cittadini burundesi di avere un accesso adeguato all’informazione, in attesa di un ritorno alla normalità”. Per superare la rigidità dei meccanismi di finanziamento, i partecipanti chiedono “di adattare le regole di sostegno finanziario alla situazione di crisi eccezionale in cui versano i media burundesi e di prendere in considerazione le difficoltà in cui si trovano i media in generale, i giornalisti esiliati e quelli rimasti nel paese”. Tra le raccomandazioni, è stato espressa la necessitò di “sostenere attività di monitoraggio dei contenuti massmediatici prodotti sia all’interno del Burundi che all’estero”. I partecipanti chiedono infine un sostegno “per facilitare altri incontri e il dialogo tra gli attori del settore mediatico burundese, nonché scambi futuri con le autorità del paese”.

Articolo realizzato nell'ambito di un progetto editoriale sostenuto dalla Direzione Generale Mondializzazione e Questioni Globali (DGMO) del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) che associa VITA e Afronline a 25 media indipendenti africani. Tra loro, ci sono organi di stampa del Burundi, Rwanda e Repubblica democratica del Congo coinvolti nell'agenzia d'informazione Infos Grands Lacs.

Foto di copertina: Alexandre Niyungeko, presidente dell'Unione dei giornalisti burundesi, presenta al Parlamento della Wallonia-Bruxelles le raccomandazioni dei partecipanti della tavola rotonda sui media burundesi.

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