Africa

Burundi: cronologia di una crisi annunciata

26 Aprile Apr 2016 1411 26 aprile 2016

Un anno fa il Presidente uscente del Burundi, Pierre Nkurunziza, si candidava per un terzo mandato presidenziale, violando la Costituzione. L’annuncio ha precipitato il paese in una crisi politica dal bilancio catastrofico. In 12 mesi l’ONU conta 500 morti e 270mila burundesi in esilio, tra cui molti oppositori e rappresentanti della società civile. Vita ripercorre con una cronologia la tragedia burundese.

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BURUNDI PROTEST
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Un anno fa il Presidente uscente del Burundi, Pierre Nkurunziza, si candidava per un terzo mandato presidenziale, violando la Costituzione. L’annuncio ha precipitato il paese in una crisi politica dal bilancio catastrofico. In 12 mesi l’ONU conta 500 morti e 270mila burundesi in esilio, tra cui molti oppositori e rappresentanti della società civile. Vita ripercorre con una cronologia la tragedia burundese.

2015

26 aprile
Le prime manifestazioni anti-Nkurunziza

Centinaia di manifestanti, soprattutto giovani, scendono nelle strade della capitale, Bujumbura, per denunciare la candidatura di Pierre Nkurunziza alle elezioni presidenziali in programma ad agosto. L’opposizione e la società civile denunciano la volontà del Presidente uscente di correre per un terzo mandato presidenziale, il che costituirebbe una violazione della Costituzione e degli Accordi di Arusha. Siglati nel 2000 sotto l’egida di Nelson Mandela per porre fine a due decenni di guerra civile, questi accordi limitano a due i mandati del Presidente. Le manifestazioni sono represse nel sangue. Il bilancio è di due morti.

27 aprile
Chiusura della radio RPA

Accusata di essere troppo vicina all’opposizione, la Radio Publique Africaine (RPA), l’emittente radiofonica privata più ascoltata del paese, è costretta a chiudere. Il suo direttore, Bob Rugurika, era stato incarcerato pochi mesi prima in seguito alla diffusione di un’inchiesta sul triplice omocidio delle suore italiane Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernadetta Boggian, uccise brutalmente il 7 settembre 2014. Smentendo le ricostruzioni del regime, le testimonianze raccolte da RPA avevano chiamato direttatemente in causa i servizi segreti burundesi.

5 maggio
Candidatura autorizzata
Mentre proseguono la mobilitazione e gli arresti di oppositori, la Corte costituzionale autorizza la candidatura di Pierre Nkurunziza. Ma il vice presidente della Corte, Sylvère Nimpagaritse, si rifiuta di sottoscrive la decisione e fugge dal paese accusando il regime di pressioni esercitate su di lui e i suoi familiari.

13-15 maggio
Golpe militare fallito

Ex capo maggiore dell’esercito burundese, il generale Godefroid Nyiombare approfitta di un viaggio di Stato del Presidente Nkurunziza in Tanzania per compiere un colpo di Stato. Il golpe è annunciato sulle radio private, che verranno poi distrutte dal regime con l’accusa di “complicità con i golpisti”. Ma al termine di due giorni di combattimenti a Bujumbura, il generale Niyombare annuncia il fallimento del tentativo di rovesciare Nkurunziza e lascia il paese.

25-28 giugno
Elites in esilio

Di fronte alle proteste popolari che si molteplicano nel paese, due leader fuggono il Burundi dopo aver chiesto al Nkurunziza di ritirare la propria candidatura alle elezioni presidenziali. Il primo è il vice-Presidente della Repubblica, Gervais Rufykiri, seguito dal Presidente dell’Assemblea nazionale, Pie Ntavyohanyuma. Oggi entrambi vivono in Belgio.

24 luglio
Trionfo elettorale di Nkurunziza

Dopo la vittoria del suo partito CNDD-FDD alle legislative, Nkurunziza raccoglie quasi il 70% dei consensi alle elezioni presidenziali e viene rieletto per un terzo mandato.

27 luglio
Il “tradimento” di Agathon Rwasa

A sorpresa, il leader principale dell’opposizione, Agathon Rwasa, decide di partecipare alla prima sessione dell’Assemblea nazionale appena eletta. L’ex ribelle giustificherà la sua scelta con “la necessità di dialogare con il potere e trovare uno spazio per esprimerci”.

2 agosto
Il braccio destro del presidente assassinato

Il generale e responsabile dei servizi di sicurezza Adolphe Nshimirimana viene ucciso a Bujumbura da un razzo lanciato contro la sua auto. Ex capo di Stato maggiore, era considerato il numero due del regime e il braccio destro del presidente Nkurunziza. La RPA lo aveva accusato di essere stato la mente degli omicidi delle tre suore italiane. Sopraggiunto sul luogo del crimine, il giornalista burundese e corrispondente di Radio France Internationale (RFI), Esdras Ndikumana è arrestato e condotto negli uffici del Servizio nazionale di intelligence, dove viene maltrattato. La sua agressione diventa un caso internazionale.

3 agosto
Tentato omicidio contro Pierre-Claver Mbonimpa

Non passano nemmeno 24 ore che il difensore dei diritti umani, Pierre-Claver Mbonimpa, scampa per miracolo a un tentato omicidio. Ferito gravemente alla testa, viene trasportato in un ospedale dove i suoi sicari lo attendono per ucciderlo. Grazie alla protezione della rete diplomatica internazionale, Mbonimpa è trasferito a Bruxelles dove viene sottoposto ad una lunga convalescenza. In ottobre suo genero è ucciso, la stessa sorte toccherà a suo figlio, Welly Nzitonda, assassinato il 6 novembre dopo essere stato arrestato dalla polizia.

30 ottobre
“Tutti al lavoro”

Le parole pronunciate dal Presidente del Senato, Révérien Ndikuriyo, nel corso di una riunione con responsabili dei servizi di sicurezza dei quartieri di Bujumbura, e registrate a sua insaputa (la versione audio originale in kirundi) sono la dimostrazione del clima incandescente che sta dilagando nel paese. Un clima che secondo molte organizzazioni di difesa dei diritti umani ricordano i mesi che hanno preceduto il genocidio dei Tutsi in Rwanda nel 1994: “Dovete fare tabula rasa, dovete sterminare questa gente buona soltanto a morire. E’ un ordine, andate!”, ha dichiarato Ndikuriyo. Dal momento che riceverete il segnale tramite indicazioni che bisogna farla finita, le emozioni e i pianti non avranno più spazio. Aspettate il giorno in cui vi diremo di ‘lavorare’, dovrete fare la differenza! Attualmente i poliziotti si nascondo per mettersi al riparo dalle granate, ma vedrete come cambieranno le cose il giorno in cui riceveranno il messaggio per lavorare”. Il discorso di Ndikuriyo provoca un’ondata di indignazione nella comunità internazionale. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Samantha Power, denuncia “un linguaggio dell’orrore che la regione non aveva più sentito da almeno 20 anni”, e cioè dal genocidio dei Tusti del Rwanda, il cui sterminio era stato accelerato dagli appelli all’odio razziale lanciati sui media e nelle piazze da leader estremisti hutu che invitavano “il popolo hutu a lavorare”, cioè ad uccidere i tusti.

6 Novrembre
La rabbia di Kagame

“La gente muore ogni giorno, i cadaveri aumentano nelle strade. Com’è possibile che dei dirigenti siano autorizzati a massacrare il proprio popolo da mattina a sera?” E’ la domanda, e nel contempo la denuncia che il Presidente rwandese Paul Kagame rivolge alla Comunità internazionale mentre peggiorano le relazioni bilaterali tra i due paesi. Bujumbura accusa Kigali di sostenere dei ribelli burundesi presenti in Rwanda e che attraversano regolarmente la frontiera per compiere attacchi in territorio burundese.

16-23 novembre
Giornalisti in esilio

Dopo Bob Rugurika, Innocent Muhozi, Patrick Nduwimana e altri 70 giornalisti burundesi, ecco la volta di Antoine Kaburahe. Dopo essere stato convocato dal procuratore generale del Tribunale di Bujumbura il 13 novembre per un presunto legame con i responsabili del golpe militare di maggio, il direttore del gruppo editoriale Iwacu lascia il Burundi il 20 novembre fuggendo a una seconda convoncazione che lo avrebbe portato direttamente in carcere. Non appena sbarcato in Belgio, le autorità burundesi sottopongono al governo belga una richiesta di estradizione nei suoi confronti.

Dovete fare tabula rasa, dovete sterminare questa gente buona soltanto a morire. E’ un ordine, andate!

Révérien Ndikuriyo, Presidente del Senato

12 dicembre
Il bagno di sangue

I corpi di una quarantina di giovani sono scoperti nelle strade di Bujumbura. L’esercito burundese parla di “79 nemici uccisi”. In alcuni quartieri, i residenti accusano le forze dell’ordine di aver arrestato l’11 dicembre tutti i giovani che incontravano per strada e di averli deliberatamente uccisi poche ore dopo l’attacco di ribelli contro tre campi militari della capitale burundese.

18 dicembre
L’UA per l’invio di truppe

Questo bagno di sangue spinge l’Unione Africana a reagire. Accusata di passività nella crisi burundese, l’UA vota a favore dell’invio di truppe africane in Burundi. I membri del Consiglio di Pace e di Sicurezza (CPS) dell’Unione giustificano il voto affermando che “l’Africa non consentirà un altro genocidio sul suo continente”.

23 dicembre
Nasce la rebellione

Per la prima volta, un leader proclama l’esistenza di un movimento ribelle per cacciare Nkurunziza dal potere. Un ex ufficiale dell’esercito burundese, il luogotenente-colonnello Edouard Nshimirimana annuncia la nascita delle Forze repubblicane del Burundi che a suo dire raggruppa i principali movimenti ribelli attivi nel paese e alle sue frontiere.

30 dicembre
Nkurunziza minaccia l’Unione Africana

Ecco la risposta del presidente burundese alla forza di peacekeeping voluta da Addis Abeba: “Se le truppe [dell’Unione Africana] arrivano, considererò che il Burundi sarà sotto attacco e che ogni burundese potrà alzarsi per combatterle”.

2016
31 gennaio
L’UA si piega a Nkurunziza

Di fronte alla pressioni esercitate da alcuni capi di Stato molto legati alla difesa della sovranità nazionale, il Summit dell’Unione Africa dichiara irrecevibile la proposta della Commissione dell’UA di mandare truppe in Burundi. Sui social media, girano foto e video sui festeggiamenti della delegazione burundese ad Addis Abeba. La società civile e l’opposizione esprimono il loro sconcerto.

25 febbraio
L’impasse politica

Durante una visita a Bujumbura, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, prova a convincere Nkurunziza della necessità di rilanciare il dialogo con l'opposizione e la società civile. Il presidente burundese accetta a denti stretti, ma nemmeno un’ora dopo la partenza di Ban Ki-Moon da Bujumbura, il consigliere in comunicazione della presidenza burundese, Willy Nyamitwe, dichiara in un’intervista rilasciata a Infos Grands Lacs, media partner di Vita, “che il governo si rifiuta di dialogare con la piattaforma dell’opposizione e con i ribelli”. Il dialogo è di nuovo in un impasse. Due giorni dopo, arriva nella capitale una delegazione di capi di Stato e di governo guidata dal Presidente sudafricano, Jacob Zuma, il cui ruolo nella crisi burundese rimane molto ambiguo secondo esperti vicini al dossier.

14 marzo
L’UE sospende il suo aiuto budgetario

Dopo il Belgio, i Paesi Bassi e le sanzioni degli Stati Uniti, l’Unione Europea decide di sospendere il suo aiuto budgetario al governo burundese. Sui 432 milioni di euro di aiuto previsti nel 2014-2020 a titolo di budget support, 110 milioni era già stati erogati secondo Jeune Afrique, mentre i 322 milioni restanti sono congelati. Nonostante Bujumbura cerchi di minimizzare l’impatto della decisione di Bruxelles, è un colpo duro inferto al regime.

24 marzo
L’appello dei media privati burundesi

A Bruxelles si riuniscono per una tavola rotonda i media burundesi distrutti durante il golpe militare fallito del maggio 2015. L’incontro ha riunito i principali operatori internazionali che appoggiano gli organi di stampa del Sud del mondo, tra cui il gruppo VITA. Nel comunicato finale, un appello è lanciato ai donatori per sostenere i media in esilio e quelli ancora attivi nel paese.

6 aprile
La svolta politica della Tanzania

Per la sua prima visita ufficiale all'estero, il presidente neo-eletto della Tanzania, John Magufuli, decide di recarsi in Rwanda. Il suo predecessore, Jakaya Kikwete, era noto per la sua ostilità nei confronti del presidente rwandese Paul Kagame e la conseguente vicinanza a Nkurunziza. Con l'elezione di Magufuli, diventato popolare tra i cittadini africani per la sua lotta senza quartiere contro la corruzione in Tanzania, Bujumbura sembra ormai isolata sul piano diplomatico in Africa dell'Est.

18 aprile
Il J’accuse delle Nazioni Unite

“Dall’inizio dell’anno, il mio team ha recensito 345 nuovi casi di tortura e maltrattamenti. Questa cifra è scioccante e dimostra chiaramente l’uso ricorrente della tortura da parte delle forze di sicurezza governative”. Queste le dichiarazioni dell’Alto Commissario ONU per il diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, in seguito alla visita effettuata da esperti del suo dipartimento in Burundi. In tutto si stima a quasi 600 il numero di persone torturate in Burundi dall’inizio della crisi. Una cifra che secondo molti non riflette la realtà, molto più grave, per via della “totale impunità” che prevale nel paese.

25 aprile
La CPI apre indagine preliminare

Il procutarore generale della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, annuncia l’apertura di un’indagine sulle violenze a sfondo politico che insanguinano il paese da un anno. Nello stesso giorno, il generale Athanase Kararuza, consigliere della vicepresidenza, viene assassinato a Bujumbura assieme a sua moglie, con la figlia gravemente ferita.

Fonti: Jeune Afrique, BBC, VOA, RFI, TV5 Monde, Infos Grands Lacs, Iwacu

Foto copertina: Getty Images

Articolo realizzato in collaborazione con l'agenzia d'informazione Infos Grands Lacs.