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Il caso

Veronesi, Dio e la speranza nel bisogno

13 Luglio Lug 2016 1026 13 luglio 2016
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La testimonianza di Don Tullio Proserpio sulle anticipazioni del nuovo libro del celebre oncologo. Il cappellano dell’Istituto dei Tumori di Milano oggi è a Houston, presso il Methodist Hospital, per partecipare ad una ricerca scientifica sulla speranza in malattia

Ho letto l'articolo di Lorenzo Maria Alvaro relativo alle affermazioni del Prof. Veronesi sulla non esistenza di Dio. Avevo già scritto tempo fa inviando il mio commento che è stato integralmente pubblicato su Vita.it.

È sempre difficile commentare un testo, soprattutto perché ciascuno di noi, in modo più o meno consapevole, porta dentro di sé dei pregiudizi, dei filtri, in forza dei quali legge e interpreta quanto è riportato e talvolta si corre il rischio di stravolgere il pensiero di colui che scritto quel testo.
Ritengo che la cosa migliore sia poter dialogare personalmente, in questo caso con il prof. Veronesi, per poter meglio comprendere il significato preciso e le ragioni delle sue affermazioni.

Fa sempre piacere "entrare in dialogo" su questi argomenti con ogni persona in particolare persone che, come il Prof. Veronesi, hanno segnato la storia della medicina; persone che si interrogano rispetto a temi, per me, così importanti. Credo questo sia segno di come, in ogni caso, una domanda di questo genere abita il cuore di ogni persona. Domande davvero complesse di fronte alle quali credo nessuno possa offrire risposte pienamente persuasive.

Utilizzo spesso una citazione del clinico medico Enrico Poli (nel 1966), quando tocco argomenti di questo genere.

Sotto il profilo biologico, riusciamo sempre meglio a risolvere l’intricata matassa dei fatti in trama di ordinate correlazioni. Sotto il profilo umano avvertiamo invece, in tutta la sua «concretezza», il problema del «senso» di questo continuo «nascere-svilupparsi-alterarsi-perire», di questo «gioire-soffrire» di cui siamo vigili testimoni. Da una parte, una problematica scientifica in continuo progresso. Dall’altra, una tematica escatologica, tutta pervasa di mistero, pressoché immutabile attraverso le generazioni e sulla quale la scienza non dice, né mai dirà, più del nulla che ha detto in passato. Due «discorsi», dunque, due visioni ben distinte, che se è deleterio confondere e neppur ci è dato di integrare, dobbiamo per lo meno, in noi stessi, [far] collimare

Enrico Poli

Sono i grandi interrogativi che accompagnano il cammino delle generazioni che ci hanno preceduto e di quante seguiranno dopo di noi. Credo davvero consolante leggere le considerazioni fatte dal Prof. Veronesi, sono la più bella conferma che nessuno è obbligato a credere.

Più complesso è poter stabilire chi è il credente e il non credente. Preferisco infatti dire persone che si definiscono credenti e non credenti.

Per fare un esempio, nel nostro lavoro pubblicato su TJ citato da Lorenzo Maria Alvaro, abbiamo trovato, tra le altre cose, che persone “non credenti” pregano anche per gli altri. Sarebbe interessante capire meglio cosa significa per queste persone essere “non credenti”; che significato ha per loro la preghiera, ecc.

Questo semplice esempio credo possa aiutare a comprendere come la realtà sia davvero molto complessa. Difficilmente la si può dividere in due parti nette e precise. Credo oggi una delle difficoltà presenti nelle nostre società occidentali, sia la fatica del saper tenere insieme la complessità.

Ritornando alle affermazioni del Prof. Veronesi, sarebbe interessante capire meglio a quale Dio egli faccia riferimento perché il Dio che manda il male, la sofferenza, il dolore, le malattie ecc. non corrisponde al Dio narrato nei Vangeli e vorrei dire che non è neppure quel Dio che la Chiesa cerca di narrare attraverso la testimonianza di ogni persona.
Mi è sempre di grande consolazione pensare all'esperienza umana di Gesù così come viene descritta nei Vangeli.
Gesù è venuto per guarire e non per infliggere dolore, malattia ecc. Nel momento della sua Passione, Gesù ha paura, non vuole morire appeso a una croce, in croce si sente abbandonato dal Padre, infine ha la forza di dire “Padre nelle tue mani consegno il mio Spirito”. Poi il grande silenzio che accompagna la restante parte del venerdì pomeriggio e del sabato sino alle prime luci dell'alba di domenica. (Non entro qui nel merito rispetto alla “Volontà di Dio Padre nei confronti del Figlio”, lasciamo per un'altra occasione).

Mi è consolante pensare a Gesù perché la sua esperienza “legge” bene il vissuto di molte persone (non so dire se tutte, certamente molte), che si dichiarino credenti o meno. È proprio un volto di Dio così che mi attrae perché capisce e comprende il vissuto di ogni uomo. Una prospettiva, questa, profondamente umana e proprio per questo, io credo, universale.
Solo il Dio cristiano si è fatto così vicino all'uomo da diventare uomo egli stesso, condividendo in tutto (tranne che nel peccato) la reale e concreta esperienza umana.
Esperienza umana che è segnata, la realtà ci dice così, anche dalla fatica, dalla sofferenza, dal dolore, dalla malattia, dalla morte.

Diceva il Papa Emerito Benedetto XVI, non ricordo le parole precise, «coloro che di fronte alla malattia dicono che occorre semplicemente rimuoverla, ci ingannano, perché una vita senza dolore e fatica, non esiste». Indica in questo modo una prospettiva. Se si riesce a intuire un senso si trovano risorse ulteriori per lottare e combattere contro le avversità; ma è un cammino e quindi ci vuole tempo.

Credo nessuno di noi possa cambiare la realtà, ciascuno di noi di fronte alla medesima realtà offre una lettura e una visione particolare che potrà essere più o meno condivisa. Sembra di capire che il prof. Veronesi di fronte alla realtà, del cancro in particolare, arrivi alla conclusione che Dio non esiste. È la conferma, almeno io credo, che l'uomo si ribella di fronte al male, alla violenza, alla cattiveria, alla malattia, al dolore, alla sofferenza, non può accettarle. (Ed è precisamente ciò che ha fatto Gesù, che si è ribellato e ha lottato contro tutte le forme di male che deturpavano l'immagine dell'uomo così come da sempre Dio lo ha voluto e per questo creato). Altri di fronte alla medesima realtà seguono un'altra strada.

Credo nasca spontanea la domanda: come mai nel profondo di ogni uomo ci sono questi e altri interrogativi simili? Il Vangelo, “la Buona Notizia” è “solo” per chi si riconosce povero. Il povero per definizione è colui che riconosce di non bastare a sé, riconosce di aver bisogno dell'altro, che si mette nelle mani dell'altro e spera di poter ottenere un aiuto, un sostegno, ecc.

Lo dico con grande rispetto, chi nella vita ha già capito tutto dei grandi interrogativi dell'esistenza (Perché sono qui? Che senso ha la mia vita? Cosa c'è dopo la morte?), difficilmente si aprirà ad una parola come quella del Vangelo o delle Religioni in generale, non gli serve.
Chi continuamente si sente interrogato e interpellato di fronte alla realtà osa invocare una domanda che è insieme una richiesta: “ho bisogno...”.

Credo questo un punto non secondario. La realtà della malattia, del dolore, della sofferenze, situazioni che il Prof. Veronesi ben conosce avendole viste di persona per molti anni, sono un'esperienza, non voluta, non desiderata, tuttavia sono qualche cosa di molto concreto.
A fronte di un'esperienza non si può offrire una risposta teorica (non sono “teorie” che soffrono, lottano, sperano, sono esseri umani; persone secondo una precisa antropologia.) Condivido quando il Prof. Veronesi afferma «Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del "non so"». Ho ripensato, e ripenso spesso, alle parole del Cardinale Scola rivolte ai genitori di un ragazzo morto per un cancro, il cui funerale era stato celebrato il giorno prima. Dopo averli incoraggiati a proseguire nel loro affidarsi al Signore Gesù e Maria Santissima, dopo un momento di silenzio pieno di commozione da parte di tutti, ha aggiunto (anche qui vado a memoria), «certo mi rendo conto che le mie sono solo parole...». Davanti all'esperienza di malattia, dolore, paura, angoscia una possibile “risposta” può essere, io credo, la condivisione, che non cambia in nulla la realtà, ma offre tuttavia, è l'esperienza che ce lo insegna, una speranza e sostiene il passo quotidiano.

Non dimenticando che «sperare, nel suo senso forte non è mai soltanto speranza in un bene, in un oggetto (che cosa spero?), ma è anzitutto speranza in qualcuno!».

Quanta speranza offrono spesso i medici, gli infermieri, le famiglie, gli amici, eccc. alle persone che si trovano, loro malgrado, confrontate da una malattia importante come quella del cancro. Questo diventa, per quanti si dichiarano credenti, “il segno” della presenza di Dio, quel Dio rivelato da Gesù che davanti alle miserie umane, alla malattia non ha fatto grandi discorsi. Gesù ha condiviso e ha vissuto “compatendo”, “patendo insieme” e ci ha indicato la via. La parabola del “Buon Samaritano” indica precisamente questa strada.
Ma sono solo “semplici” segni.

Sappiamo che “dietro ogni segno c'è sufficiente luce per credere, sufficiente ombra per non credere”; è garantito lo spazio per la libertà.

Concludo riportano una citazione del Cardinale Martini che risale a diversi anni fa (1985) e tuttavia mantiene immutata, io credo, la sua forte autenticità.

«Se il compito di dare parola e volto più familiari alla sofferenza appare arduo, e anzi del tutto impossibile a molti nostri contemporanei, ciò è forse dovuto alla nostra cattiva abitudine di volere soltanto tempi brevi e parole clamorose. Ci è divenuto difficile pronunciare parole e compiere gesti di cui non sia possibile misurare immediatamente il risultato nel volto e nella risposta dei nostri interlocutori. Viceversa, le parole e i gesti capaci di articolare i sentimenti e il senso delle cose, e quindi lo stesso senso della morte, non possono essere che parole e gesti pazienti, gettati come il seme nella terra: non gettati con amarezza ma con la consapevolezza che daranno frutto soltanto più tardi. Ho trovato estremamente suggestivo il gesto di quell’ammalato di malattia inguaribile, raccontato in una delle ricerche recenti sulla psicologia della morte: al termine del colloquio con la dottoressa che veniva regolarmente a trovarlo, volle regalarle il bastone con il quale si aiutava nei pochi passi ormai incerti che ancora muoveva per i corridoi dell’ospedale. La dottoressa cercò di dissuaderlo, assicurandogli che il bastone gli sarebbe certamente servito ancora per molto tempo. Ma l’ammalato insisteva e la dottoressa dovette accettare il bastone. Il giorno dopo venne a sapere che durante la notte quell’uomo era morto. Quel bastone, quel silenzioso testamento, quel gesto inizialmente scoraggiato e forse incompreso, ha cominciato a parlare un linguaggio più chiaro, più eloquente e commovente proprio dal giorno dopo. Non sempre appare facile trovare i segni per questa comunicazione a distanza, che sola consentirebbe di stemperare quella intensità di emozioni che impedisce di dare parola alla morte imminente […]. Occorre anzi riconoscere francamente che è impossibile trovare segni persuasivi di quel genere. Essi ci debbono essere donati e ci possono essere donati soltanto se insieme ci è donata la speranza che la morte non pronuncia l’ultima parola nella nostra vita. In questa direzione si muove la cura pastorale della Chiesa: annunciare una speranza oltre la morte e nello stesso tempo affidare agli uomini i segni, i Sacramenti, mediante i quali articolare e vivere quella speranza».

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