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Manzione: Minori non accompagnati, presto l'apertura di centri specializzati

19 Luglio Lug 2016 1541 19 luglio 2016
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"Pronta la modifica normativa che vuole assicurare l'accoglienza e punta a superare il coinvolgimento diretto del Comune dello sbarco, che da tempo si trova di fronte all'impossibilità di trovare posti", spiega a Vita.it il sottosegretario agli Interni con delega all'Immigrazione. Cambiamenti anche sul fronte Sprar: "per convincere i Comuni ad aderirvi, pronti nuovi incentivi. E da settembre partirà un Piano nazionale di integrazione e formazione post asilo". Infine, a livello di Ue, "la proposta della Commissione di revisione generale ha chiaroscuri, aspettiamo le decisioni concrete".

Ci sono i 300 Msna, Minori stranieri non accompagnati che a Reggio Calabria occupano lo stabile dove sono trattenuti, chiedendo migliori condizioni di accoglienza. C’è il 17enne afgano, anch’egli arrivato dal mare in fuga dalla guerra, che cade nella rete dell’estremismo più atroce e accoltella i passeggeri del treno in Germania, prima di venire ammazzato dalla Polizia. Ci sono i numeri, implacabili: 13mila arrivi di Msna dall’inizio del 2016, un record che straccia tutti i precedenti, e che getta sempre più angoscia verso la sorte di questi ragazzini, che nel 70% dei casi poi fanno perdere le tracce rischiando di venire coinvolti nella tratta di esseri umani. “Le parole non ci bastano più”, denunciava poco più di un mese fa la Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano: basti pensare alla proposta di legge Zampa per la revisione del sistema di accoglienza minorile è ferma in Parlamento dal 2013.

Vita.it ha raggiunto Domenico Manzione, sottosegretario al ministero degli Interni con delega a Immigrazione e libertà civili, ovvero la persona più titolata a livello governativo a dettare la linea politica, per chiedere conto di una situazione oramai oltre i limiti, allargando poi l’intervista agli altri punti caldi del tema immigrazione e richiedenti asilo.

I numeri sono senza appello: arrivano sempre più minori non accompagnati, e sul territorio nazionale i problemi di collocamento – denunciati da anni dalle ong – non sono ancora stati risolti, con il risultato che i Msna sono trattenuti negli hotspot e in altri centri inadeguati più del previsto. Come uscirne?
Non c’è da nascondersi, il numero di arrivi di minori stranieri non accompagnati è decisamente in aumento, e l’intasamento aumenta con il passare del tempo. È ora di dare un segnale forte, e devo dire che finalmente ci stiamo arrivando: a breve introdurremo una modifica normativa che ci permetterà di trovare nuove strutture, parallele ai programmi Sprar (Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati) per gli adulti, a livello regionale. L’obiettivo è assicurare l’accoglienza, superando il problema principale riguardo alla sistemazione dei Msna, ovvero il fatto che ora a farsene carico è il Comune dello sbarco: puntiamo a eliminare tale collegamento, liberando i sindaci da una situazione paradossale – ognuno di loro si trova a essere tutor anche di 2mila minori – trovando centri specializzati sul territorio nazionale.

Accoglie la proposta delle organizzazioni non governative di effettuare una banca dati per i Msna?
È difficile: al momento dello sbarco non tutti vengono identificati, e soprattutto garantire la tracciabilità dei minori non è possibile, anche perché entrerebbero in gioco le libertà personali di movimento .

La modifica normativa che avverrà a breve riuscirà ad arginare le fughe dei minori dalle strutture?
È un argomento complesso. Di certo con strutture più adeguate è maggiore la possibilità che la persona riconosca l’importanza di entrare in un percorso di accoglienza, che gli permetta di fidarsi e far conoscere il proprio progetto di vita, ovvero nella maggior parte dei casi raggiungere parenti o conoscenti in un altri Stato dell’Unione europea, cercando di conciliarlo con la situazione in cui si trova. L’alternativa è la fuga, ovvero la decisione di continuare la propria strada a ogni costo, entrando nell’illegalità e nel rischio tratta. Ci conforta un recente studio europeo che spiega che il 40% dei Msna scomparsi e poi rintracciati abbiano raggiunto il proprio scopo, pensando che molti altri abbiano fatto lo stesso. Ma il problema rimane enorme: in questo senso aspettiamo le linee guida della nuova proposta sull’immigrazione presentata la scorsa settimana dalla Commissione europea. C’è una parte che riguarda i minori e che vuole armonizzare la figura del tutor a livello europeo.

Domenico Manzione

È la prima volta che la Commissione propone una revisione generale sull’argomento rifugiati. La vede come una proposta concreta?
A grandi linee è un inizio. So che però alcuni enti della società civile l’hanno ritenuta insufficiente, e di certo bisogna capire nel concreto cosa accadrà, dato che si parla si provvedimenti che verranno presi in futuro ma non c’è una tempistica. Il fatto positivo è che si tratta di un regolamento che riguarda tutta la procedura riguardo alle migrazioni forzate. Ma sulla modifica al Trattato di Dublino, per esempio, c’è poco e quel poco è blando. Quindi, direi, una prima valutazione in chiaroscuro, in attesa di maggiore concretezza.

Per quanto riguarda il Migration compact da applicare agli Stati africani, a che punto è il ragionamento?
A livello nazionale le ultime missioni in Niger e Sudan sono state positive, stiamo cercando di capire i partner terzi più affidabili per stabilire un accordo riguardo alla permanenza dei rifugiati in luoghi terzi in cui non corrano pericoli. A livello europeo, dopo i recenti fatti internazionali legati al terrorismo e alla situazione in Turchia, siamo di fronte a una situazione in via di peggioramento e quindi non so quali saranno i prossimi passi che la Ue prenderà in materia.

La lunga permanenza dei migranti negli hotspot, i centri di identificazione voluti dalla Ue, è oggetto di forti critiche. E’ di ieri la notizia che ai giornalisti sarà permessa la visita, anche se concordata e in delegazione. Segno che le cose vanno meglio?
Sono strutture europee, non vedo problemi all’accesso dei media, lo ribadisco da tempo, almeno dal nostro punto di vista come Viminale. Spero che presto questa prima modalità di accesso diventi ancora più estesa, perché di fronte a resistenze uno pensa che ci sia qualcosa da nascondere, quando in realtà non deve essere così.

Sono tempi duri anche per l’accoglienza in Italia: i numeri degli sbarchi e le previsioni sono gli stessi degli ultimi due anni, ma vari Comuni si lamentano per la difficoltà nella gestione quotidiana dei richiedenti asilo, e c’è sempre il problema dell’affanno di varie Prefetture nel monitorare le condizioni nei Cas, Centri di accoglienza straordinaria. Dall’altro lato, seppure poco alla volta, aumentano le amministrazioni coinvolte nello Sprar. Su quali azioni state ragionando per migliorare la situazione?
La situazione attuale impatta su un sistema comunale già in crisi economica, c’è da ricordarselo, e questo può portare a una maggiore insofferenza verso l’accoglienza, da parte di cittadini come di decisori politici locali. A questo si aggiunge un’ulteriore crisi legata alla sicurezza, che ci fa guardare con sospetto chi viene da fuori. Sono tempi duri, ma non dobbiamo cedere e mantenere i nervi saldi. Dal punto di vista governativo, stiamo lavorando per creare un meccanismo più equo di quello attuale nella distribuzione delle persone in arrivo, almeno in due direzioni. La prima è quella di diminuire le tensioni a livello locale: ci sono Provincie in cui tre comuni accolgono e 50 no, per esempio. A quei tre non chiederemo ulteriore disponibilità, allo stesso tempo dobbiamo incentivare gli altri, per cui stiamo studiando agevolazioni e benefit a livello di servizi sociali legati all’accoglienza per i Comuni che entrano nella rete Sprar, anche con una deroga al blocco del turnover del personale dell’ente locale in uscita, proprio per mansioni legate a questo tema.

La seconda novità?
Per settembre prevedo che sia finalmente messo a punto un Piano nazionale sull’integrazione: è uno strumento fondamentale che altri Stati hanno ma di cui l’Italia non si è mai dotata. Il Piano andrebbe a colmare il vuoto che si crea una volta che un migrante ha ottenuto l’asilo, ovvero un’offerta formativa e di effettiva integrazione che lo inserisca nella società anziché lasciarlo ai margini nel caso non abbia già attivato reti informali di socializzazione. Il Piano è già in discussione nel Tavolo asilo e spero arrivi presto a una definizione seria e ragionevole, da cui partire per lavorare assieme al Mef, Ministero dell’economia e delle finanze, per le necessarie coperture finanziarie.

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