Guerra

I Caschi Bianchi siriani e quelle 60mila persone salvate dalle bombe

3 Ottobre Ott 2016 1738 03 ottobre 2016

Candidati al premio Nobel per la Pace che verrà assegnato tra pochi giorni, i White Helmets sono 3mila giovani che scavano nelle macerie per recuperate i superstiti pochi attimi dopo un bombardamento. Ben 141 di loro hanno perso la vita in azione, qualche giorno fa il salvataggio di un bambino di pochi mesi a Idlib ritratto in un video che sta commuovendo il mondo

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Candidati al premio Nobel per la Pace che verrà assegnato tra pochi giorni, i White Helmets sono 3mila giovani che scavano nelle macerie per recuperate i superstiti pochi attimi dopo un bombardamento. Ben 141 di loro hanno perso la vita in azione, qualche giorno fa il salvataggio di un bambino di pochi mesi a Idlib ritratto in un video che sta commuovendo il mondo

All’inizio della loro missione, nel 2013, erano 3mila. Giovani, disposti a tutto pur di salvare una vita umana finita sotto le macerie dei bombardamenti in Siria. Si sono uniti nella Syrian civile defence, Difesa civile siriana, meglio noti come White Helmet, Caschi Bianchi. Oggi sono meno, perché ben 141 di loro ci hanno rimesso la pelle, per quelle bombe. Uccisi mentre cercavano di salvare altre persone, civili come loro. Uccisi come i 54 volontari della Federazione di Croce rossa e Mezzaluna rossa, l’ultimo dei quali è caduto questa notte. Lo scorso 12 agosto 2016 è toccato anche a Khaled Omar, il Casco Bianco più conosciuto all’estero - per il salvataggio, due anni fa, del “bimbo miracolo” di cinque mesi di vita che era rimasto 16 ore sotto le macerie - colpito a morte ad Aleppo dai bombardamenti russi che appoggiano il regime del presidente-dittatore Bahar Al Assad. Omar ha lasciato moglie e un figlio, che si aggiungono alle centinaia già orfani di padri volontari che hanno pagato con la vita la loro scelta.

Chi li ha visti in azione, compresi reporter di guerra di gran stoffa, non ha dubbi: sono il massimo grado di altruismo e dedizione totale all’umanità. Non è un caso che i White Helmet siano in corsa per il Premio Nobel per la pace (verrà assegnato venerdì 7 ottobre). Per farsi conoscere hanno un sito sul web dove raccolgono anche fondi, mentre meno di un mese fa Netflix ha lanciato un documentario a tinte forti su di loro. Operano perlopiù nella zona gestita dai ribelli - non fondamentalisti – ad Assad, “ma non siamo schierati da una parte o dall’altra, nella nostra neutralità puntiamo alla fine della guerra”, ripete come un mantra uno dei fondatori, Raed Al Saleh. Per il fatto che hanno ricevuto finanziamenti dal Dipartimento allo sviluppo degli Stati Uniti, sono finiti nel tritacarne della propaganda filo-regime con l’accusa di cospirazione. “Ma andiamo avanti per la nostra strada, perché sappiano che l’unico nostro scopo è quello di salvare vite. Veniamo attaccati perché siano una delle poche voci libere che testimoniano dal vivo quello che sta accadendo”. Ne hanno contate ben 60mila, di persone recuperate vive. 60mila tolte a un body count che è da anni orribile, avendo superato le 300mila vittime e i 12 milioni di sfollati – sei interni, sei all’estero – sui 24 milioni di abitanti registrati prima dell’inizio della guerra, nel 2011.

Una di queste 60mila è una bambina di pochi mesi, salvata da un Casco Bianco il 30 settembre 2016. Il video qui sotto, che sta facendo il giro del web, documenta il momento in cui il soccorritore – che scoppia in lacrime per il sollievo - capisce la bambina è ancora in vita. "Ho realizzato che poteva essere mia figlia"; dirà in seguito.

Vincano o meno il Nobel, per i White Helmet rimarrà un posto importante nella storia tragica della Siria degli ultimi cinque anni e mezzo. Nel mare di dolore e annientamento di un’intera nazione, il loro esempio positivo è una delle poche luci in un’oscurità internazionale che oggi non lascia intravedere alcuna via d’uscita da un inferno terreno senza appello per la generazione in cui viviamo.

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