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Migrazioni

Benvenuti a Cavenago, dove i richiedenti asilo danno nuova vita ai campi incolti

24 Novembre Nov 2016 1215 24 novembre 2016
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Per 30 persone dell'Africa Subsahariana in attesa del riconoscimento o meno dello status, gli ultimi 4 mesi hanno significato formazione e lavoro in bonifica, semina e raccolta di ortaggi, grazie a un progetto promosso dalla rete di enti gestori di buona parte dell'accoglienza in Brianza, una scuola agraria e una coop sociale di giardinaggio. "Fare esperienza lavorativa offrendo un servizio utile alla cittadinanza permette loro di impiegare in modo proficuo le loro giornate, affossando il luogo comune che pensa sia una loro scelta quella di "non fare nulla dalla mattina alla sera"

Accoglienza e formazione lavorativa, binomio che può funzionare. Quello che è avvenuto in un campo alle porte di Cavenago Brianza, a nord-est di Milano, lo conferma: 30 richiedenti asilo, in attesa di sapere se la loro domanda venisse accolta o meno, hanno prima recuperato poi coltivato a ortaggi in agricoltura biologica un terreno incolto, accompagnati dagli enti gestori del percorso di accoglienza – riuniti in una rete territoriale, Rti Bonvena – dalla Scuola agraria del vicino Parco di Monza e da altri soggetti del privato sociale locale, come la cooperativa sociale Il Cedro, che si occupa di giardinaggio. “E’ un esperienza piccola, pilota, ma dimostra che si può fare”, spiega Giancarlo Brunato, presidente del Consorzio CS&L, che ha al suo interno le cooperative sociali Aeris e La grande casa, gli enti che, con Arci Monza Brianza, associazione Sulé e Comune di Monza (con il proprio progetto Sprar) tramite una richiesta di adesione volontari al progetto hanno fatto da tramite tra i referenti del progetto formativo “Orti senza frontiere” e i richiedenti asilo che hanno aderito. Dopo una formazione alternata teorico-pratica iniziata tra giugno e luglio 2016, durante tutta l’estate e l’inizio dell’autunno le persone, tutti maschi in media tra i 20 e i 30 anni e provenienti dall’Africa Subsahariana, si sono alternate nella cura dell’orto e nella successiva raccolta, che per questa prima sperimentazione è stata poi distribuita nelle case d’accoglienza. “L’esperienza accumulata dalle persone accolte risulta spendibile, in Italia nel momento in cui dovesse essere accettata la loro domanda, oppure altrove, anche nello stesso paese d’origine, se andassero incontro a un rifiuto”, sottolinea Brunato.

Il supporto economico dell’iniziativa è stato dato dal fondo Hope, un sostegno a esperienze di avvio all’inserimento sociale promosso da Rti Bonvena accantonando una parte della cifra quotidiana ricevuta per l’accoglienza, che ammonta a 34 euro al giorno, di cui 2,50 vanno direttamente al richiedente asilo. “Per legge, trascorsi due mesi dall’inserimento nel sistema delle richieste di asilo, le persone accolte possono lavorare in attesa del responso e così superare il fatto che in molti casi si trovano a non sapere come passare le loro giornate, tanto che spesso chi non conosce il funzionamento dell’accoglienza vede questo ‘far niente’ come lassismo: in realtà nella gran parte dei casi hanno molta voglia di fare, aggiunge Davide Martina, componente del direttivo della coop Il Cedro e cooperante internazionale (fondatore dell’ong Punto Sud) con decenni di esperienza sul campo in diversi scenari, sia di guerra che di arretratezza economica e sociale. È Martina, con il docente della Scuola agraria Pio Rossi e uno dei fondatori de Il Cedro, Gian Luigi Casagrande, che materialmente hanno formato i 30 lavoratori del progetto.

“L’indicatore più importante intorno al quale costruire il futuro di questa esperienza è che la partecipazione attiva dei ragazzi inseriti non è mai venuta meno. All’inizio le incognite erano tante ma, dopo una stagione insieme, abbiamo la certezza che una soluzione per l’integrazione socio-lavorativa dei migranti e dei richiedenti asilo è possibile”, continua Martina, che incontriamo sul campo assieme agli operatori mentre sono intenti a togliere erbacce e rovi da un'altra porzione di terreno attorno a Cascina Sofia (qui sotto una galleria di immagini con le varie fasi del progetto, dall'estate fino alla nostra visita), accanto alla sede del consorzio CS&L, in vista della coltivazione della prossima annata.

L’esperienza si è rivelata più che replicabile, e fa scuola: “abbiamo ricevuto l’interesse di almeno tre popolosi Comuni della zona a fare altrettanto, e stiamo studiando con loro le modalità”, indica Martina. Anche in questi paesi sono presenti richiedenti asilo e le esigenze primarie sono le stesse: occupare queste persone in modo virtuoso tanto per il loro percorso umano quanto per la collettività del territorio in cui sono inseriti (un tema sempre più centrale per molte amministrazioni comunali, che con numeri in crescita stanno chiedendo ai richiedenti asilo di fare volontariato cittadino). “Il successo del progetto passa nel sapere intercettare un momento della loro vita in cui possono recuperare nella transitorietà del loro status una vita precedente e costruirne forse una futura, acquisendo competenze specifiche in materia di gestione dell’orto biologico: il calendario e le tecniche di coltivazione, la gestione del terreno, l’uso degli attrezzi manuali e meccanici, le pratiche colturali (concimazione, diserbo biologico, irrigazione), la valorizzazione della sostanza organica, la raccolta dei prodotti”, conclude Martina.

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