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Finanza etica

Fondi pensione sempre più etici, ma ci vuole più trasparenza

5 Dicembre Dic 2016 1629 05 dicembre 2016
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Lo Studio su SRI e previdenza in Italia realizzato dal Forum per la Finanza Sostenibile, in collaborazione con Mefop, ha analizzato e valutato 50 piani previdenziali all’interno di fondi pensione, piani pensionistici individuali, enti di previdenza con asset complessivi per 140 miliardi di euro

L’integrazione di criteri ambientali, sociali e di governance nei processi di selezione degli investimenti sta diventando una pratica sempre più comune tra gli operatori previdenziali italiani. Il dato esce dallo Studio su SRI e previdenza in Italia realizzato dal Forum per la Finanza Sostenibile, in collaborazione con Mefop, la società per lo sviluppo dei fondi pensione che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico.

Un esercizio che questa volta ha coperto ben 50 piani previdenziali all’interno di fondi pensione, piani pensionistici individuali, enti di previdenza con asset complessivi per 140 miliardi di euro. Rispetto agli approcci adottati, il verdetto è in linea con quanto già emerso nell’edizione 2016 dell’European SRI Study di Eurosif, ovvero che le Esclusioni e le Convenzioni internazionali coprono più asset di qualunque altra strategia. L’88% dei soggetti previdenziali che adottano criteri ESG nelle decisioni di investimento ha infatti dichiarato di adeguare le proprie strategie a standard e trattati internazionali. I ricercatori hanno poi notato che i Fondi e gli enti previdenziali analizzati dallo studio prevale la tendenza a non finanziare il settore degli armamenti. Seguono il riciclaggio del denaro, la pornografia, l’alcol, il tabacco e il gioco d’azzardo. Ma un dato ancora più rilevante è che nel 2015 c’è stato un aumento delle esclusioni di società con impatto negativo sull’ambiente o che vìolano i diritti dei lavoratori.

Anche la strategia dell’Engagement, dove gli investitori richiedono un confronto con l’impresa. mette a segno un clamoroso successo. Lo studio segnala due interessanti azioni di “engagement collettivo” avviate in Italia: la prima, promossa a fine 2014 dal Fondo Cometa, il principale fondo negoziale italiano, che comunica il rischio clima agli stakeholder. La seconda, lanciata nel 2015 da una cordata di investitori istituzionali, principalmente fondi pensione ma anche asset manager, su iniziativa sempre di Fondo Cometa, si concentra sul rispetto dei diritti dell’infanzia nella catena di fornitura delle principali aziende italiane. Meno diffuse, invece, le strategie Best in Class e Investimenti tematici.

Tuttavia, a fronte di una crescente diffusione delle strategie SRI, solo il 44% dei fondi pensione descrive la propria strategia di investimento sostenibile in un documento accessibile pubblicamente. E qui si arriva alla questione cruciale della trasparenza. Una comunicazione più chiara e completa delle informazioni relative ai prodotti finanziari da parte degli operatori previdenziali consentirebbe ai risparmiatori non indifferenti alle tematiche sostenibili di premiare le aziende più virtuose in campo ambientale, sociale e di governance.

È questo in sostanza l’obiettivo della Direttiva Europea IORP II (Institutions for Occupational Retirement Provision). relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali. Il documento approvato il 24 novembre scorso dal Parlamento Europeo a larga maggioranza è che sarà pubblicato in Gazzetta Ue a gennaio 2017, chiede ai fondi pensione e agli altri schemi pensionistici di predisporre un documento (Statement of Investment Policy Principles), da rendere pubblico, in cui devono dichiarare se e in che misura hanno integrato i fattori chiave della finanza sostenibile nelle scelte di investimento. La novità è che gli operatori previdenziali dovranno anche presentare un’analisi dei fattori di rischio associati al cambiamento climatico, all’utilizzo delle risorse, all’ambiente, alla sfera sociale e in particolare alla svalutazione degli assets come conseguenza delle modifiche normative. Il riferimento ai cosiddetti stranded assets, non è casuale. Si tratta di attivi non recuperabili come ad esempio le ingenti riserve di combustibili fossili che non possono essere bruciate a causa della necessità di ridurre le emissioni, in linea con l’accordo di Parigi di evitare un riscaldamento superiore a + 2 °.

C’è comunque da attendere il recepimento della direttiva dei singoli stati entro un anno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ma ora è necessario superare i principali ostacoli al suo sviluppo tra cui i modelli di governance e il pregiudizio diffuso gli investimenti sostenibili vogliono dire rendimenti inferiori.

Oltre 2000 ricerche accademiche hanno messo in luce la relazione positiva che esiste tra l’integrazione dei criteri ESG nelle scelte di portafoglio e le performance aziendali. E soprattutto che le imprese più sostenibili e, di conseguenza, i loro investitori ottengono risultati finanziari stabili e duraturi nel tempo. Da ultimo una ricerca del Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing, a partire dall’analisi di oltre 10.000 fondi pensione aperti e circa 2.900 gestioni separate statunitensi, ha attestato che gli investimenti sostenibili raggiungono, e spesso superano, le performance degli investimenti non SRI, sia in termini assoluti sia ponderate per il rischio.

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