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Giovani

Diventare mamma a 16 anni: cosa ci insegna la solitudine della ragazza di Trieste

12 Maggio Mag 2017 1431 12 maggio 2017
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Una settimana fa un'adolescente di 16 anni ha partorito una neonata e l'ha abbandonata nel giardino condominiale. Ciò che colpisce di quella storia è la solitudine: nessuno sapeva della gravidanza, nemmeno la ragazza. È davvero possibile? Quanto spesso capita in Italia? Davvero le ragazze non conoscono le alternative possibili, così che l'abbandono sembra loro l'unica scelta che si può fare? Alla vigilia della festa della mamma, ne abbiamo parlato con un'esperta, Gina Riccio.

Sabato scorso a Rimini, al convegno Adolescenti, supereroi fragili, c’è stato un workshop dal titolo “La maternità in età adolescenziale: fattori di rischio e di protezione”. Domenica a Trieste una neonata è stata trovata abbandonata in un cortile, è morta dopo poche ore: la mamma è una ragazza di 16 anni. Nel 2015 in Italia i bambini nati da madri minorenni sono stati 1.739. Gina Riccio è psicologa psicoterapeuta familiare e dottore di ricerca in psicologia clinica. È lei che sabato scorso ha condotto il workshop. Da 12 anni si occupa di nascite a rischio all’interno della Terapia Intensiva Neonatale ed in Centri Riabilitativi dell’Età Evolutiva: neonati con malformazioni congenite o prematurità, neonati da mamme HIV, tossicodipendenti, immigrate e madri in giovane età.

Dottoressa, posso chiederle che cosa ha pensato quando ha letto della vicenda di Trieste?
È una situazione che ci pone di fronte alla fragilità dei nostri adolescenti. Ci interroga come figure di riferimento, sia come operatori sia come genitori, e su come prevenire queste situazioni ai margini. Sono situazioni rare, ma quando accadono ci pongono di fronte a una fragilità assoluta. Mi ha fatto ricordare la storia di una ragazza che venne in ospedale, otto anni fa: pensava di avere un appendicite e invece doveva partorire.

Lo ha detto, pare, anche la ragazza di Trieste: "non sapevo di essere incinta".
C’è un aspetto di negazione in queste ragazze, la negazione è un meccanismo di difesa. Magari c’è oggettivamente una irregolarità mestruale, o una costituzione fisica per cui dall’esterno è difficile comprendere se c’è una gravidanza in atto. Da una parte c’è l’incoscienza di queste ragazza ( “l’irregolarità mestruale è normale!” spesso si dicono), ma dall’altra vi è tutto un mondo di solitudine e difficoltà, che le porta a non sapere a chi rivolgersi o confidare un possibile dubbio, per paura di essere giudicate o abbandonate (ad esempio dal partner).

Quello che emerge in modo drammatico dalla vicenda di Trieste è la solitudine. Nessuno sapeva della gravidanza della ragazza. Tutta questa solitudine annichilisce, significa che qualcosa non funziona. Nei consultori, nella scuola, nella famiglia… Come è come è possibile tutta questa solitudine?
Tante informazioni oggi sono bypassate ai social network, ed oggi nelle famiglie manca uno sguardo, una presenza (di dialogo e scontro) che possa contenere e non far sentire il peso delle decisioni che spesso questi adolescenti prendono da soli: l'adolescente chiede un limite, dato da regole e “no” che aiutano a diventare grandi e uno sguardo dove poter crescere e sentirsi riconosciuto.

Il procuratore di Trieste si è detto “perplesso” proprio per il fatto che la famiglia è “abbastanza acculturata”.
Non mi stupisce che anche una famiglia media si possa ritrovare ad affrontare una situazione a rischio, ma nel caso di Trieste, la giovane mamma non è riuscita a chiedere aiuto, a pensare alla famiglia, agli amici o ai servizi come possibili risorse di aiuto: per lei la soluzione è stata eliminare il bambino. Deve esserle sembrata una situazione senza via di uscita. Provi a pensare: partorire in casa, da sola senza chiamare nessuno (un’amica; il partner stesso, se c’è, o il 118), o dall’altra parte se vi fossero stati i genitori in casa, pensi a quanto dolore può aver provato questa ragazza da figlia, da non essersi permessa di “chiamare mamma o papà per chiedere aiuto”. Quanta solitudine, quanta paura di essere “abbandonati”. Non aveva un punto di riferimento. Questo mi interroga sulla relazione genitori-figlio: oggi gli adolescenti ci chiedono uno sguardo di contenimento, gli adolescenti tendono a metterci alla prova, ad assumere comportamenti ad alto rischio per mettere alla prova gli adulti, come per dire “dammi un limite”. Io conosco ragazze che fanno parte di famiglie con situazioni socio-economiche medie, che hanno affrontato la gravidanza nelle sue difficoltà, facendosi aiutare e riuscendo, per quanto possibile, a portare avanti una relazione equilibrata con i genitori e con il partner: è possibile una positiva maternità in età adolescenziale, seppur con tutte le sfide che richiede l’essere madre e ragazza adolescente allo stesso tempo. Per questo, rivedendo i fatti di Trieste, mi viene da pensare che forse in quella situazione, socio-economicamente media, vi fossero dei campanelli d’allarme non colti, che ce ne sottolineano la fragilità.

Rivedendo i fatti di Trieste, mi viene da pensare che forse in quella situazione, socio-economicamente media, vi fossero dei campanelli d’allarme non colti, che ne dicessero la fragilità. Spesso l’adolescente che si trova ad affrontare l’esperienza di una gravidanza ha una maggior rete amicale maschile, non femminile. Ricadono in relazioni disfunzionali, cercano l’amore romantico per colmare un vuoto. C’è solitudine rispetto a una rete amicale, dove tirar fuori una confidenza, dove sentirsi libere di poter confidare un dubbio…

Quindi la scuola, le amiche.
Mi sono interrogata sul gruppo degli amici. Spesso l’adolescente che si trova ad affrontare l’esperienza di una gravidanza ha una maggior rete amicale maschile, non femminile, e sono spesso un po’ isolate. Hanno già situazioni di rischio, conflitti familiari, condizioni economiche svantaggiate, bassa autostima, insuccessi scolastici, sfiducia nel futuro e carenza affettiva che le portano a cercare, nel rapporto con l’altro sesso, una possibilità di colmare i vuoti dati dalle situazioni avverse. Ricadono in relazioni disfunzionali, cercano l’amore romantico per colmare un vuoto, spesso sono messe in disparte dalle coetanee. C’è solitudine rispetto a una rete amicale, dove tirar fuori una confidenza, sentirsi libere di poter confidare un dubbio…

E rispetto ai servizi? Attorno all'episodio di Trieste si sono moltiplicati gli appelli a fare più informazione sul fatto che la legge consenta l’opportunità del parto segreto, di partorire in sicurezza e di non riconoscere il bambino. È questo secondo lei il punto, che la mancata conoscenza di questa possibilità?
In Italia il fenomeno mamme adolescenti riguarda soprattutto le mamme straniere, ed essere straniere comporta un basso utilizzo delle strutture e dei servizi: c’è la paura di essere denunciate per chi ha situazioni di irregolarità e dall'altra parte la paura di essere controllate, soprattutto per chi vive in precarietà socioeconomica, dove spesso la mamma ha paura che le venga tolto il bambino. Come operatore nel settore maternità mi sento di dire che una maggior informazione alle donne sulle possibilità di scelta ci vuole: il parto in anonimato, la culla termica e protetta del Policlinico Casilino di Roma, i servizi a supporto della maternità a rischio come lo SpazioNeonatoFamiglia dell’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma o il Progetto Fiocchi in Ospedale di Save the Children o ancora il Progetto PIPPI...

Le donne non sanno che esistono alternative non perché sono straniere né perché sono adolescenti, ma perché per quanto ci sforziamo di creare ponti sui territori c’è un fetta di popolazione a cui non arrivano molte delle informazioni che caratterizzano i nostri servizi. Il consultorio è ancora visto come un luogo per la fragilità, non il luogo delle opportunità per tutta la popolazione.

Le donne non sanno che esistono alternative non perché sono straniere né perché sono adolescenti, ma perché per quanto ci sforziamo di creare ponti sui territori c’è un fetta di popolazione a cui non arriviano molte delle informazioni che caratterizzano i nostri servizi. Il consultorio è ancora visto come un luogo per la fragilità, non il luogo delle opportunità per tutta la popolazione. La mamma adolescente può avere un percorso sereno se supportata nelle suedifficoltà: mantenere costante la cura di sé (ad esempio i controlli in gravidanza e post), la cura del bambino (le visite pediatriche e di follow up), percorsi psicologici e di supporto alla genitorialità o di coppia. Serve un lavoro di rete. C’è bisogno di lavorare con le scuole, sia per la prevenzione di possibili comportamenti e gravidanze a rischio, sia per la promozione del benessere di queste giovani mamme, perché dopo la maternità c’è un proseguo di crescita sia della mamma adolescente - penso alla scuola o a percorsi professionalizzanti - che del bambino stesso.

Come possiamo aiutare le mamme adolescenti?
Su due livelli, uno di prevenzione: lavoro con i genitori, facilitazione di uno sguardo dove i ragazzi possano orientarsi. Una mamma adolescente chiede un punto di riferimento: per essere una mamma, deve sentirsi figlia amata, supportata ma non sostituita. Infatti, spesso queste mamme hanno una “difficoltà di visione” perché, data la loro giovane età, i nonni tendono a sostituirsi facendo i genitori del proprio nipote e così le giovani mamme vivono i loro figli come fratelli. E poi con la scuola e la rete territoriale, ad esempio le associazioni sportive o culturali dove spesso ruotano i nostri adolescenti, un lavoro legato alla possibilità di notare i campanelli d’allarme, che possono essere l’insuccesso scolastico, le famiglie assenti, i problemi comportamentali, la precarietà sociale ed economica, ma anche l’introversione per ragazze che provengono da “famiglie del mulino bianco”, la tendenza a “non disturbare”, a rimanere in disparte e a non comunicare le proprie emozioni ed i propri vissuti… lo vediamo sempre più spesso. Infine come operatori poi la grande sfida è quella di essere chiamati a lavorare insieme, la risorsa è fare rete tra noi e mettere in circolo tutte le risorse presenti sul nostro territorio di appartenenza.

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