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Falsi insegnanti di sostegno a Cosenza, ma il 30% è in classe senza specializzazione

9 Novembre Nov 2017 1012 09 novembre 2017
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A Cosenza 33 persone sono indagate per aver presentato titoli falsi per l'insegnamento, in particolare per la specializzazione per il sostegno. «Più o meno il 30% degli insegnanti di sostegno oggi in classe non ha in realtà una vera specializzazione», afferma Roberto Speziale. Per Evelina Chiocca «non si deve più poter entrare nella scuola dell’inclusione se si è privi delle competenze per lavorare con tutti gli alunni»

33 persone sono indagate per aver falsificato i diplomi necessari per lavorare come insegnanti di sostegno. È accaduto a Cosenza, dove i Carabinieri hanno sequestrato diplomi contraffatti - 13 per istituto magistrale e 22 per specializzazione per l'insegnamento di sostegno, attraverso un’indagine avviata nell'ottobre del 2016. Emblematico il caso di diplomi di specializzazione per il sostegno con data successiva alla chiusura della scuola di Cosenza che li avrebbe rilasciati, l’Istituto nazionale scuole e corsi professionali. Alcuni dirigenti scolastici hanno già adottato provvedimenti di sospensione nei confronti di alcuni di questi insegnanti. Le 33 persone indagate avrebbero effettivamente insegnato nelle scuole, su tutto il territorio nazionale, grazie a questi diplomi falsi: i diplomi falsificati sarebbero infatti stati utilizzati sia per l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento, sia in quelle d'istituto.

«Il caso specifico è di una gravità inaudita, c'è il penale, ma temo purtroppo che questa sia la punta di un iceberg, di certo non possiamo nasconderci dicendo che si tratta di un caso isolato», commenta Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus. «Questo è il punto estremo, gravissimo, di un sistema in cui più o meno il 30% degli attuali 135mila insegnanti di sostegno non ha in realtà una vera specializzazione, un percorso di studi specifico, sia perché gli insegnanti specializzati sono meno di quanti ce ne vorrebbero sia perché alcuni sono arrivati sul sostegno attraverso brevi corsi che consentivano una ricollocazione professionale a docenti di altre materie. Presentare un titolo farlocco e vedere il sostegno come refugium peccatorum o come unico mezzo per entrare nella scuola sono evidentemente cose differenti, ma culturalmente camminano di pari passo. Sui corsi di specializzazione al sostegno e sui diplomifici c’è un punto interrogativo grande come una casa, c’è zona grigia. Nella riforma abbiamo tentato di rafforza la formazione obbligatoria, speriamo che l’attuazione ora non svuoti i decreti: serve un salto di qualità. La formazione dei docenti è elemento imprescindibile per garantire inclusione e qualità di vita».

Per Evelina Chiocca, del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno leggendo questa vicenda «sembra che l’attività di insegnamento possa essere svolta da chiunque, sembra che insegnare sia semplicemente un passaggio di informazioni da chi sa a chi non sa; si tratta invece di altro, non ci si può improvvisare docenti. L’insegnamento richiede una preparazione, che può essere acquisita attraverso lo studio e il tirocinio, che nemmeno si esaurisce con un titolo di studio, ma necessita di ulteriori approfondimenti con corsi di aggiornamento e che si arricchisce dell’esperienza». Il fatto che fra queste persone indagate vi sia anche chi ha pensato di presentare la specializzazione per il sostegno, va letto nella sua complessità e generalità. «Innanzitutto il docente di sostegno è assegnato alla classe e a lui, come ai colleghi, sono affidati tutti gli alunni della classe: il danno fatto da queste persone quindi non è fatto solo agli alunni con disabilità, ma a tutti gli alunni che sono stati loro affidati. Sul posto di sostegno spesso lavora personale privo di specializzazione, è vero: è diffusissimo nelle nostre scuole, in quanto gli specializzati non sono sufficienti a ricoprire le richieste. Su questo punto però non basta chiedere di aumentare il numero degli specializzati: oggi, a distanza da 40 anni dalla legge 517/77, è necessario pensare alla formazione obbligatoria di tutti coloro che aspirano all’insegnamento. Non si entra nella scuola dell’inclusione se si è privi delle competenze per lavorare con tutti gli alunni, quindi anche con gli alunni con disabilità. Alcuni temono che la specializzazione diffusa possa comportare il superamento della risorsa aggiunta alla classe: ma questo non può essere, né deve avvenire, in quanto è proprio grazie a quella risorsa che si può progettare un percorso effettivamente inclusivo».

«Quanto sto leggendo non può che suscitare preoccupazione», dichiara il Sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi: «come MIUR e come Governo abbiamo sempre lavorato per garantire un servizio di istruzione di qualità. Siamo per il sistema nazionale di istruzione che è fatto di scuole statali e paritarie e contro chi cerca scorciatoie», continua il sottosegretario, ricordando che grazie al piano straordinario di monitoraggio previsto dalla Buona Scuola, nell’ultimo biennio sono stati oggetto di accertamenti ispettivi più di 600 istituti paritari, di cui 232 nella sola regione Calabria. In Calabria è stata revocata la parità a 7 istituti delle scuole secondarie di secondo grado e 18 scuole dell’infanzia. «Dobbiamo continuare ad operare a garanzia della qualità del servizio di istruzione, non solo rispetto all’offerta formativa ma soprattutto rispetto alla qualificazione del personale docente».

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