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Il caso/2

Rosina: «La scuola non deve formare lavoratori, ma nemmeno disoccupati»

30 Gennaio Gen 2018 1609 30 gennaio 2018
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«Bene il confronto aperto tra aziende e famiglie. Mi convince meno il fatto che ciò avvenga in modo estemporaneo, partendo da una urgenza del mercato, non invece come sistema concertato e programmato»: così Alessandro Rosina, coordinatore del Rapporto Giovani, commenta la scelta di Confindustria Cuneo

Alessandro Rosina cura da diversi anni il Rapporto Giovani, promosso dall’Istituto di Studi Superiori Giuseppe Toniolo e professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano. Ha scritto “NEET. Giovani che non studiano e non lavorano” (2015) e già nel 2009 di “Non è un paese per giovani. L'anomalia italiana: una generazione senza voce”. A lui abbiamo chiesto un commento alla lettera che Confindustria Cuneo ha scritto alle famiglie che si apprestano a iscrivere i propri figli alle scuole superiori, per ricordare che le imprese del territorio prevedono di assumere addetti agli impianti e ai macchinari, operai specializzati, tecnici specializzati.

Se i ragazzi vorranno trovare lavoro è meglio che si confrontino da subito con questo dato di realtà, ha detto Confindustria. Ha fatto bene o male? Cosa la convince e cosa no di questa iniziativa?
Nel nostro Paese troppi giovani si perdono nel percorso di transizione dalla scuola al lavoro. Gli interlocutori principali dei giovani nel compiere con successo tale percorso sono le famiglie, la scuola, le aziende, i servizi per l’impiego. Più tali soggetti dialogano e interagiscono tra di loro, meno i giovani rischiano di fare scelte sbagliate, di uscire fragili dal sistema di istruzione e di non trovare un impiego coerente con le proprie aspirazioni e la formazione svolta. Quello che mi convince è quindi il confronto aperto tra aziende e famiglie, che passa attraverso il ruolo della scuola. Quello che mi convince di meno è il fatto che ciò avvenga in modo estemporaneo, partendo da una urgenza ed esigenza del mercato, non invece come sistema concertato e programmato che fa entrare in sinergia tutti gli attori che possono contribuire ad una formazione di successo per affrontare le sfide della vita e del lavoro in un mondo in continuo cambiamento.

Nella lettera si fa un appello esplicito alla razionalità contrapposta agli ideali e agli aspetti emotivi. C'è persino una chiamata alla responsabilità nei confronti del territorio: è corretto impostare in questo modo la scelta della scuola superiore a 14 anni?
I ragazzi alla fine delle medie, assieme alle famiglie, devono fare una scelta: troppi giovani dicono che tornando indietro avrebbero fatto una scelta diversa. Troppi sono i giovani che non trovano lavoro o trovano un lavoro non coerente con la propria formazione. La chiamata di responsabilità nei confronti del territorio non può valere per la scelta di un quattordicenne, che deve cercare prima di tutto di capire se stesso, quali sono i suoi desideri e le sue aspirazioni. È però giusto che sia chiaro quello che il territorio può offrire oggi e in prospettiva, in modo che i giovani e le famiglie possano fare scelte consapevoli: non necessariamente piegate alle esigenze odierne delle aziende, ma nemmeno ignare della realtà, intesa sia come limiti che come opportunità.

Le indagini Exclesior da anni dicono lo scandalo di un mismatching salito nel 2017 al 21%, mentre d’altro lato c’è chi ricorda che la che scuola deve formare persone, non essere costretta dalle indicazioni delle aziende… Chi ha ragione dei due?
Prima di tutto sta la formazione della persona, ma questo non significa non dotare i ragazzi, nel processo di formazione, degli strumenti utili, in termini di conoscenze e competenze, non solo per conoscere il mondo ma anche per agire con successo al suo interno. E questo passa in larga parte attraverso il lavoro. La scuola che forma la persona non può ignorare la realtà nella quale la persona andrà ad agire. La scuola non forma lavoratori, ma non può nemmeno formare disoccupati.

Di cosa devono tenere conto le famiglie quindi nella scelta della scuola? Da noi praticamente non si fa orientamento…
Le famiglie devono combinare al più alto livello le potenzialità del figlio e le sue predisposizioni, la formazione più adeguata per farle emergere e raffinare, le opportunità per renderle spendibili nel mondo del lavoro. Un compito per nulla facile e che ha bisogno di alleati su tutto il percorso di transizione scuola lavoro per ottenere il miglior esito. Troppo spesso invece le famiglie sono abbandonate a loro stesse.

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