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Il premier incaricato

Conte: la riforma dell'impresa sociale? Si doveva osare di più

26 Maggio Mag 2018 1533 26 maggio 2018
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Siamo andati a rileggere l'analisi del giurista pugliese contenuta nel suo ultimo libro ("L'impresa responsabile"). Le divergenze rispetto alla posizioni che sul provvedimento ha sinora tenuto il Movimento 5 Stelle paiono evidenti. Sostiene il possibile futuro inquilino di palazzo Chigi: "Manca il segno di un ampio disegno riformatore in grado di rimettere in discussione le più tradizionali concezioni economicistiche"

Sarà anche un “uomo qualunque”, come in tanti l’hanno definito in Italia e all’estero non senza qualche nota di superiorità, ma certamente Giuseppe Conte non è un giurista qualunque. Il docente di diritto privato, all’inizio dell’anno ha dato alle stampe per Giuffré un saggio non banale, né scontato “L’impresa responsabile” a cui vale la pena rifarsi per inquadrare non tanto il personaggio, quanto l’atteggiamento che il premier incaricato, semmai sciogliesse la riserva, avrà nei confronti della creatura più discussa figlia della Riforma del Terzo settore: l’impresa sociale.

L’approccio alla materia del professore di Volturana Appula è certamente accademico, ma alcune sottolineature meritano attenzione. Soprattutto in considerazione di una premessa: fino ad oggi gran parte degli esponenti 5 Stelle con il testa l’ex candidato premier Luigi Di Maio si erano espressi senza se e senza ma contro l’istituto dell’impresa sociale, in coerenza con l’atteggiamento apertamente ostile tenuto nel corso del lungo iter parlamentare (non ancora concluso del resto). Quanto alla Lega, sono proprio le regioni del Nord a guida centrodestra (Lombardia, Veneto e Liguria) quelle ad essersi messe di traverso anche recentemente in sede di Conferenza Stato-Regioni.

In questo senso l’analisi di Conte ha una sua originalità. “L’impresa responsabile”, non è un saggio esclusivamente dedicato all’impresa sociale o alla riforma del Terzo settore. Si legge nella prefazione: “Chi assume su di sé tutti i complessi rischi connessi allo svolgimento di un’attività economica e decide di fare impresa non agisce perché animato da spirito di benevolenza verso il prossimo o perché mosso da slanci solidaristici verso la comunità in cui vive…Ma è altrettanto vero che chi sperimenta un’attività di impresa è presto costretto a misurarsi con una realtà…ben complessa e articolata, dove la medesima prospettiva del tornaconto economico, che certo non può finire negletta, si sovrappone e commistiona con molte altre prospettive e istanze, alcune delle quali non attengono al piano meramente economico…I saggi raccolti in questo volume sono ispirati da questo filo conduttore: invitano a considerare le molteplici direzioni e dimensioni della responsabilità che assume su di sé chi svolge un’attività di impresa. Responsabilità economica, senz’altro. Ma anche giuridica, sociale, morale”.

È all’interno di questo framework che Conte, insieme fra le altre alle riflessioni su responsabilità sociale di impresa e società benefit, colloca quella sull’impresa sociale.

Di Maio e Conte non la pensano allo stesso modo sull'impresa sociale

Innazitutto Conte tiene a marcare il confine fra imprese socialmente responsabili ed enti non profit (incluse le imprese sociali): “…Non è certo una generica sensibilità per la sfera dei valori etici e sociali che può costituire una chiave di analisi utile ad accumunare forme organizzative, che, per il resto, sono assoggettate a regolamentazioni giuridiche molto diverse tra loro. Né tantomeno il processo attualmente in corso di ibridazione delle forme organizzative, originariamente distinte, di cui al primo e al quinto libro del codice civile, può costituire la giustificazione teorica per operare indistinte configurazioni e generiche assimilazioni”.

Questa distinzione non impedisce a Conte di individuare “nella tentazione di intessere stretti rapporti con lo Stato e gli enti pubblici” una delle cause che hanno determinato per gli enti non profit una sorta di asservimento al potere statale “esponendosi così al rischio di contribuire a realizzare quel disegno di dirigismo economico già in parte prefigurato dalla legge 266 del 1991, in tema di disciplina delle organizzazioni di volontariato”. L’autore poi individua un secondo processo: “la tendenza delle organizzazioni non profit a svolgere attività di impresa e a svolgerla anche al di fuori del principio di connessione o strumentalità con le primarie attività istituzionali”. Con il rischio, sostiene Conte, “di porsi in contrasto con le norme comunitarie che regolamentano la concorrenza e gli aiuti di Stato”. Del resto, come ben sappiamo, tutta la normativa fiscale relativa alla Riforma del Terzo settore è ancora in attesa del “verdetto” di Bruxelles. Questa osservazione però non impedisce al professore di sostenere la legittimità degli enti non profit “allo svolgimento dell’attività economica” naturalmente all’interno del contesto giuridico dato.

È nel capitolo 5 intitolato “To profit or not to profit: la riformata disciplina dell’impresa sociale” quello in cui emergono le posizioni più originali (almeno per la parte politica di cui è espressione).

Conte parte pare condividere il presupposto delle riforma dell’istituto dell’impresa sociale, ovvero il superamento della 155 del 2006. “In effetti”, scrive, “l’originaria disciplina, che era risultata fortemente innovativa rispetto alla nostra tradizione giuridica, non aveva suscitato grande interesse”. Di più: “Lo strumento normativo originariamente introdotto dal nostri legislatore non si era rivelato in linea con la crescita progressiva dell’economia del Terzo settore, esibendo chiari limiti laddove ha prefigurato forme organizzative caratterizzate da una precisa vocazione imprenditoriale, ma irrimediabilmente segnate nella possibilità di accedere ai capitali di rischio e di perseguire forme di remunerazione degli investimenti”.

Quindi ben venga la riforma? Proprio sulla valutazione della riforma Conte si pone su una posizione che appare critica, ma nel senso opposto rispetto al mainstreaming grillino. Leggiamo: “Se è vero che alcune novità significative non mancano, deve riconoscersi che, nel complesso, la riforma introdotta con il recente d.lgs 112/2017 si è rivelata meno incisiva di quello che ci si aspettava”. In particolare “…Chi si aspettava un più radicale intervento che potesse rimuovere il divieto di lucro soggettivo è rimasto deluso. La nuova disciplina ha concesso alcune apertura sul punto, aperture – tuttavia – che rimangono ben contenute”.

Venendo quindi alle notazioni conclusive, Conte chiosa in questo modo: “La disciplina dettata in tema di impresa sociale, anche all’esito dell’intervento riformatore, appare chiaramente orientata a confermare tutti i tratti tiplogici propri della fattispecie impresa, anche se contribuisce a delineare un regime speciale caratterizzato in funzione dei valori sociali di cui tale impresa si fa portatrice. È stato osservato che la disciplina dell’impresa sociale contribuisce a cogliere un “ribaltamento radicale della concezione di impresa come organizzazione volta al mero profitto…e apre alla concezione giuridica dell’impresa come strumento …per la realizzazione di qualunque fine ivi incluso quello meramente solidaristico, sociale, civico”. Da qui la stoccata finale: “…l’intervento riformatore in tema di disciplina dell’impresa sociale sembra aver tradito le più confidenti attese, poiché le novità, …, non offrono, nel loro complesso, il segno di un ampio disegno riformatore in grado di scandire e accompagnare…il processo evolutivo della realtà economico-sociale, che, soprattutto negli ultimi tempi, si è incaricata di rimettere in discussione le più tradizionali concezioni economicistiche”.

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