Iuventa2 Cesar Dezfuli
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Iuventa, il film-realtà del peschereccio di giovani che ha salvato 14mila persone

14 Giugno Giu 2018 1759 14 giugno 2018
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Il regista è l'italiano Michele Cinque, che Vita.it intervista alla vigilia della doppia proiezione in sala a Bologna, il 17 e il 19 giugno 2018. "Ho passato con loro 18 mesi, dalla prima missione in mare al momento del blocco preventivo della nave in porto", che ora è in attesa della chiusura delle indagini. "Ho visto giovani prendere in mano i propri ideali e portarli in mare salvando migliaia di persone nella denuncia contro un'Unione europea che rimane a guardare il dramma"

Questo è un film che va visto. Ora. Perché in questi tempi in cui una parte della classe dirigente mondiale ha deciso che la solidarietà può diventare reato, capire come nasce – e viene poi ridotto in fin di vita, ma non finisce – un ideale è oltremodo necessario. Stiamo parlando di "Iuventa", questo il titolo del film documentario. Il nome lo dice già: parla di giovani, giovanissimi, che finite le superiori hanno visto quanto accadeva di tragico nel Mare Mediterraneo e si sono messi in gioco, fondando la ong Jugend Rettet e poi raccogliendo 400mila euro con un incredibile crowdfunding per comprare un peschereccio del 1963 e metterlo in mare a salvare vite umane. Il fondatore ha 19 anni, si chiama Jacob Schoen, è tedesco, luogo dove è partita l’idea. A 20 anni, dopo avere recuperato migliaia di persone, è però uscito dall’ong. Per protesta: “Siamo nati per denunciare l’insolvenza dell’Unione europea nel garantire la salvaguardia della vita in mare. Ma siamo diventati strumento indispensabile della stessa Ue che non vuole risolvere il problema”. L’ong ha comunque continuato, fino all’evento che ha gettato nello sconcerto tutti i volontari e nel dubbio tante persone: il sequestro preventivo della nave, con un’indagine della Procura di Trapani che va avanti dall’estate 2016 per ora senza accuse formali ma con il fermo della nave che dura dallo scorso 2 agosto.

Il regista, l’italiano Michele Cinque, classe 1984 con alle spalle vari lavori documentaristici di qualità, segue la nave proprio dai primissimi momenti. Vede l’ispirazione: legge sulla stampa che ragazzi tedeschi stanno mettendo una nave in mare e va a farsi conoscere. A Malta, da dove il peschereccio sarebbe partito per la prima missione, d’accordo con il Mrcc, il Comando centrale della Guardia costiera di Roma, che coordina ogni movimento delle navi nel Canale di Sicilia, Mediterraneo centrale. Iniziamo da qui l’intervista al regista, il cui film avrà una doppia proiezione in sala molto presto: a Bologna la prossima domenica 17 giugno alle 16.30 come anteprima del concorso Biografilm Italia. Poi ancora Bologna il 19 e il 22 a Roma, ma presto anche Milano e Palermo. E dal 1 luglio, via al tour nelle sale tedesche, dove c’è già il distributore mentre in Italia per ora è tutto dal basso. Prima di parlare con Michele Cinque, ecco il trailer di Iuventa.

Come è andato il primo incontro con i fondatori di Iuventa?
Mi sono presentato al porto di Malta dopo che avevo scritto loro già con l’idea di fare un film. All’inizio erano scettici: era la loro prima missione in mare, non sapevano come sarebbe stata e avere una telecamera dietro non era il massimo. Poi però nei tre giorni di preparazione ci siamo conosciuti e hanno iniziato a darmi fiducia. Dopo una votazione di staff, la decisione è arrivata 15 minuti prima della partenza: mi facevano imbarcare con loro.

Quindi hai partecipato alla prima missione in mare?
Sì. Data la decisione all’ultimo momento, sono partito così com’ero, con il materiale per filmare già pronto ovviamente. È stata la mia unica missione a bordo. Quando sono sbarcato, una decina di giorni dopo la partenza, l’8 agosto 2016, la Iuventa aveva portato in salvo 2mila persone. Affidandole alle navi militari una volta recuperate in mare, sempre sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Il film, che dura 86 minuti – scelti tra 500 ore di girato, di cui 120 in mare - per almeno la metà riguarda proprio quel primo viaggio, ogni momento significativo.

Che cosa ti ricordi di quel viaggio?
Per arrivare nella zona Sar (Search and rescue, Ricerca e soccorso) ci abbiamo impiegato due giorni. Alle 5 e mezzo della mattina del terzo giorno, il 29 luglio 2017, abbiamo avvistato i primi gommoni, che in tutto sarebbe poi stati sei durante la giornata, con 460 persone totali che abbiamo dovuto fare stare su un peschereccio con una capienza massima che era stimata in 250 persone. Con la guardia costiera il rapporto è stato fin dall’inizio ottimo. Jacob era andato a presentarsi al Comando centrale prima della partenza e aveva ricevuto le istruzioni: essere una sorta di nave di primo soccorso. A volte, essendo l’unico italiano a bordo di quel viaggio, lasciavo da parte la telecamera e parlavo direttamente con la Guardia costiera per facilitare la comunicazione tra le due lingue. È stata un’esperienza indelebile nella mia mente, comunque. Due ragazze poco più che ventenni sono state recuperate già senza vita: ci ho messo più di quattro mesi, una volta a terra, per recuperare il dramma della vista di quei corpi. Non parlavo più con gli amici, nulla mi sembrava avesse importanza nelle relazioni umane. Poi ho recuperato, ma sono cose che non dimentichi mai.

Hai definito il film “il viaggio di una generazione”. Perché?
Perché quello che emerge fin dal primo momento è che siamo di fronte a giovanissimi che rendono concreti i loro ideali. Il film, infatti, parla dei recuperi in mare ma al centro è l’impegno giovanile, che può essere trasversale anche ad altri ambiti. Decine di giovani di tutta Europa si sono alternati nelle sette missioni portate avanti in un anno. Mi ha colpito la loro decisione, la perseveranza, il coraggio e la voglia di lottare contro il cinismo dilagante attraverso l’esempio in prima persona. È una generazione orfana dei movimenti di contestazione del passato, e ha deciso senza appartenenza partitica di mettersi in gioco in mezzo al mare. Un gesto di denuncia verso le politiche europee: era finita l’operazione italiana Mare Nostrum che aveva salvato molte vite, l’Unione europea non ha messo in atto un dispositivo analogo dicendo che costava troppo, i volontari di Iuventa volevano dimostrare loro che un gruppo di ragazzi della media borghesia tedesca ce l’avrebbe fatta a smascherare l’ipocrisia istituzionale e così è stato. In un anno, prima che la nave venisse sequestrata, sono state salvate 14mila persone.

jacob Schoen, fondatore a 19 anni dell'ong Jugend Rettet. In questa foto durante la prima missione in mare della Juventa, nell'estate 2016

Parliamo del sequestro. Nel film come viene affrontata questa parte?
Come nel resto del film, faccio io la voce narrante esterna e quindi ne parlo come narratore, dando allo spettatore tutte le informazioni in merito, in questo caso le motivazioni giuridiche del sequestro preventivo, ovvero in attesa dei risultati delle indagini. Poi do spazio alla delusione dei protagonisti, compresa quella di Katrin, tedesca come Jacob, Sarco (coordinatore del Sar team) di quell’ultima missione prima dello stop, che davanti alla telecamera si commuove e rivolge poche ma intense parole allo spettatore, prima e unica volta nel film. È stato un momento talmente di rottura che ho preferito rappresentarlo per quello che è stato, senza fronzoli. Sebbene uno studio approfondito dell'agenzia di ricerca londinese Forensic architecture di Londra ha smontato in modo fattuale l’accusa, la Iuventa rimane oggi ancorata al porto di Trapani, dato che la Cassazione ha confermato il sequestro ritenendo non valida la richiesta di dissequestro della nave così come era stata formulata. L’indagine è in corso e secretata – sono invece disponibili le 550 pagine in italiano che sono state rese pubbliche riguardanti il sequestro preventivo – e nessuna notifica è arrivata a persone dell’ong.

Quando si saprà qualcosa di più?
Penso entro la fine dell’estate perché scadono i due anni che per legge possono decorrere come limite massimo dall’inizio dell’indagine, datata estate 2016.

Quali sono, oltre ai girati in mare, altri momenti significativi del film?
Sicuramente la parte in cui siamo tornati in Sicilia, nell’inverno del 2016, per rivedere sei minori non accompagnati che erano state salvate su quella prima missione in cui ero a bordo anch’io. Sono stati attimi molto forti. Un'altra scena a forte impatto è verso la chiusura del film, che ho voluto caricare di speranza dato che la speranza c’è e continua a esserci nei giovani di Iuventa: un gruppo di loro ha da poco fondato una nuova ong che si chiama Mare Liberum e si recherà a breve nel mar Egeo ad aiutare le persone in difficoltà. Tra l’altro proprio lì, in particolare nell’isola di Lesbo, è nato quel gran movimento di coscienza civile che ha poi portato molti volontari arrivati da tutto il mondo sull’isola a fare quell’esperienza necessaria nei salvataggi che poi è servita loro per dare una mano nel Mediterraneo centrale a bordo delle navi umanitarie.

Ci puoi anticipare qualcosa di quella scena?
Siamo a Berlino, settembre 2017: migliaia di persone sono in piazza per manifestare solidarietà ai volontari di Jugend Rettet, scandendo a gran voce "Free Iuventa". Cresce un urlo davvero forte, che coinvolge e appassiona e fa capire che gli ideali di molti giovani sono più vivi che mai.

“Più vivi che mai” nonostante questi tempi difficili, visto quanto sta accadendo in queste ore nel Mediterraneo con la nave Aquarius ora verso la Spagna dopo avere passato giorni in mare ed essere stata rifiutata dall’Italia, e una nave militare statunitense che ha a bordo 40 persone ma non le viene assegnato un porto dove sbarcare?
Sì. Bisogna portare tutto sul piano reale, di quello che accade sul campo, che sia in terra, dove le persone che migrando subiscono vessazioni e violenze di ogni tipo come documentato anche dalla Nazioni unite, o in mare, dove diventano vittime per la seconda volta. Il film vuole aiutare la narrazione della realtà contro la strumentalizzazione in atto a livello politico e mediatico. Strumentalizzazione molto dolorosa da vedere perché parte già da un altro dolore: quello delle persone che, appunto, ne hanno passate di tutte a casa loro o quando sono venute via. E non sto facendo un discorso solo umanitario, che di certo ci deve essere, ma anche legale, ci sono convenzioni internazionali sul salvataggio in mare che invece vengono disattese dai governi.

Tutte le foto sono di César Dezfuli

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