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Don Pino Puglisi, il martire celebrato da Palermo a Bogotà

17 Settembre Set 2018 1031 17 settembre 2018
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Il ricordo di Cristiano Morsolin, obiettore di coscienza grazie all’incontro con la storia del sacerdote e impegnato oggi nelle periferie colombiane, per il venticinquesimo anniversario dell’omicidio voluto da Cosa Nostra il 15 settembre 1993

«La condizione giovanile è un campo nel quale don Pino Puglisi ha messo a frutto il suo carisma pedagogico ponendo al centro l’esperienza di vita donata di Cristo che diventa messaggio di liberazione non solo sul piano individuale, ma anche progetto che investe la politica, l’economia, la cultura e tutta la vita sociale. L’impegno di Puglisi accanto e a favore dei giovani puntava allo sviluppo di un senso della libertà capace di resistere alle suggestioni di ogni forma di male, anche quello insidioso incarnato nel potere mafioso; libertà ispirata alla leggerezza delle beatitudini evangeliche e orientata all'inserimento pieno dei giovani nella vita sociale».

Don Pino Puglisi, durante un battesimo

È uno dei passaggi principali della lettera aperta scritta al papa Francesco da parte di preti, suore e intellettuali palermitani, tra cui p. Nino Fasullo, direttore rivista “Segno”, Palermo; Don Fabrizio Fiorentino, parroco, Palermo; Fraternità carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto, Messina; Don Antonio Garau, parroco, presidente Ass. Jus vitae, Palermo; don Rosario Giuè, teologo, Palermo, Mimma Cinà, direttrice Caritas cittadina Bagheria, Don Salvatore Lo Bue, fondatore Casa dei giovani, Gregorio Porcaro, referente regionale “Libera” in Sicilia; Don Cosimo Scordato, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo; Don Francesco Michele Stabile, storico della Chiesa, Palermo.

Aggiungono che «l’esempio di don Pino Puglisi ci spinge a riqualificare inoltre l’evangelizzazione della religiosità popolare verso la priorità della pratica evangelica che renda ogni cristiano responsabile di rapporti umani autentici e liberanti nella costruzione di una nuova società che metta al centro la dignità di ogni uomo e di ogni donna, soprattutto dei più poveri. Ciò è possibile, perché “se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”, come spronava i giovani il beato Giuseppe Puglisi».

Papa Francesco scende a Palermo, per il venticinquesimo anniversario dell’omicidio di padre Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, e ripropone, come già aveva fatto tre anni fa a Cassano allo Ionio in Calabria («i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati»), l’assoluta incompatibilità fra Vangelo, fede e mafia rispondendo alla lettera aperta: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore».

Alla ricerca di un’autentica liberazione cristiana
Le decine di lenzuoli bianchi che sventolano in un quartiere popolare come Brancaccio che celebra festoso l’arrivo di Papa Francesco, sono gli stessi lenzuoli mostrati durante il funerale del 22 settembre 1993 di don 3P, come amichevolmente veniva chiamato Padre Pino, dove il Cardinale Pappalardo tuonava: «Occorre lavare il sangue di padre Puglisi... non si può combattere e sradicare la mafia se non è il popolo tutto che reagisce alla sua prepotenza», gridava il cardinale. Poi Salvatore Pappalardo si fermava, con un filo di voce diceva «che è la comunità civile e ancora più quella cristiana che devono reagire coralmente». Sembrava guardare dentro la sua chiesa di San Gaetano, sembrava parlare anche ai suoi preti: «...devono reagire assumendo atteggiamenti di pubblica aperta ripulsa, di isolamento, di denunzia e di liberazione nei riguardi di ogni forma di degenerazione e di mafia a tutti i livelli».

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, accoglie il Santo Padre, facendo una ricostruzione storica di questo martirio: «Venticinque anni sono passati da quel 15 settembre del 1993. Palermo era ancora ferita dalle stragi del 1992; Palermo cominciava a reagire a quelle stragi anche grazie alla forza datale dalle parole che Papa Giovanni Paolo II aveva pronunciato pochi mesi prima contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento. E Don Pino, 3P, era per una parte di Palermo segno e speranza di cambiamento e liberazione, ne era motore e testimonianza. E anche per questo, come lui stesso disse al suo assassino, “si aspettava” di morire e accolse la morte col sorriso sulle labbra. Sapeva, Don Pino, che il cambiamento richiede tempo; sapeva che il suo martirio era e sarebbe stato parte di un lungo percorso di cambiamento del suo quartiere, della comunità ecclesiale, di tutta la città. Venticinque anni sono passati dal quel martirio. Venticinque anni durante i quali quel seme è germogliato. Palermo ha “nella sofferenza fatto ricorso all’olio della solidarietà”, ha scelto di rompere il silenzio del dolore e della violenza, senza aver paura della paura e senza trasformare dolore, violenza e paura in urlo di odio. Oggi Papa Francesco incontra tanti frutti nati da quel seme di amore che Padre Puglisi ha gettato: dalla piccola, grande comunità di Brancaccio che ha continuato e continua l’impegno quotidiano di Don Pino, a tutta la comunità ecclesiale certamente, che ha trovato in Don Corrado non solo una guida, ma anche una fonte di forza e fiducia. Papa Francesco incontra anche la città dell’accoglienza e della solidarietà, una città dove “non vi sono migranti”, dove tutti e ciascuno, ovunque siano nati e da dovunque provengano, sono e sono riconosciuti come persone, titolari di diritti umani; quella città che nel quotidiano fa proprio, quale che sia la religione professata, quali che siano la nazionalità o il colore della pelle, l’insegnamento evangelico “scomodo e impegnativo” che ci vuole portatori di speranza e di solidarietà. Con migliaia di giovani e con Fratello Biagio e la sua Missione di Speranza e Carità che sono simboli di una città che riconosce l’unità e l’uguaglianza della comunità umana non solo di fronte a Dio, Papa Francesco incontra una città che “si sforza di agire in modo solidale piuttosto che parlare”. Francesco incontra la città che incarna la potenza di quella splendida frase di Don Pino: “Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto…”; quella città che rappresenta l’unione del nostro migliore passato con il nostro migliore futuro, le nostre radici e le nostre ali. Palermo è oggi, anche grazie al seme di speranza lasciato da Padre Pino Puglisi e con lui dal Magistero del Cardinale Salvatore Pappalardo, una città in cammino; una città che a venticinque anni da quei giorni tristi e luttuosi, sta ritrovando la propria strada e che pur fra mille difficoltà e contraddizioni vuole porsi all’Italia e al mondo come modello possibile di comunità che accoglie e dialoga, perché riconosce che solo nell’accoglienza e nel dialogo può trovare liberazione, riscatto e sviluppo morale prima ancora che materiale», conclude Leoluca Orlando.

È un fermento di iniziative religiose e laiche legato alla “primavera di Palermo” con la leadership di Leoluca Orlando che transita dalla DC alla Rete (un progetto politico costruito con vari politici di altissimo livello come Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava) con 93.000 voti alle elezioni cittadine del ’94, l’accompagnamento spirituale del gesuita Ennio Pintacuda, il progetto socio-politico dei cattolici di Cittá per l’Uomo che nel 1986 rompe l’unita politica dei cattolici filo DC, con la benedizione del Cardinale Pappalardo (come documentato nel libro di Giacomo Vaielli, Palermo cittá che cambia. Ed. Argo 1998). Quel laboratorio ecclesiale e socio-politico è strettamente legato al martirio di P. Pino Puglisi, che decise di fondare il centro sociale Padre Nostro a Brancaccio, seguendo le orme di Don Cosimo Scordato all’Albergheria e Don Baldassarre Meli con il centro santa Chiara nel centro storico di Palermo.

Ricordo una carovana antimafia nel luglio 1994 insieme a giovani di tutta Italia accompagnando le riflessioni di P. Ennio Pintacuda e il giovane deputato Giuseppe Lumia, poi Presidente della Commissione Parlamentare antimafia, insieme ai giovani del Movimento del Volontariato Movi e FUCI raccogliendo un milione di firme che poi portarono all’approvazione della legge 109 nel marzo del 1996 sulla confisca dei beni e capitali ai mafiosi.

Il martirio di P. Puglisi mi fece decidere di fare l’obiettore di coscienza come educatore di strada al Borgo Vecchio, insieme a vari preti “antimafia”, sotto scorta, come P. Pintacuda, P. Garau, P. Turturro, una scelta esistenziale profonda (provengo da un paesino del nord-est) che dopo 25 anni mi continua ad animare, in trincea, sulla scia di don Pino, nell’educazione di strada nelle periferie degradate di Bogotá, con l’Associazione Escuela Viajera (Scuola Viaggiante).

Fedeltà a Cristo antitetica alla cultura e alla prassi mafiosa
Gregorio Porcaro, ex vice parroco di Padre Puglisi a Brancaccio, oggi coordinatore Libera Sicilia (lo ricordo parroco dell’Acquasanta nel settembre 1995 quando Cosa Nostra gli brucio l’auto), sottolinea: «Martire in Odium fidei o l’odio contro quel prete che vivendo e agendo secondo il Vangelo e nello spirito del Concilio Vaticano II ha innescato una fedeltà a Cristo antitetica alla cultura e alla prassi mafiosa? La religione non serviva più come giustificazione del potere, ma era forza di liberazione totale dell’uomo. I semi di libertà, di giustizia, di pace e di non violenza gettati da 3P nelle nostre vite hanno ancora il potere di vincere la paura e di scardinare la sudditanza rassegnata e passiva al dominio mafioso. Questo, i mafiosi, lo capirono e per questo hanno ammazzato quel prete. E con lui pensavano invano di poter colpire tutti quei cristiani appartenenti a quella chiesa e quella “società civile organizzata” che ha ormai rotto il muro del silenzio».

Quel modello di prete che la mafia voleva ricacciare in Sagrestia, «oggi viene riconosciuto dalla Chiesa come massima fedeltà al Vangelo”, disse don Luigi Ciotti in occasione delle beatificazione di Puglisi nel 2015, aggiungendo che “Morì per strada, dove viveva, dove incontrava i piccoli, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la strada e di esercitare il ministero del parroco è scomodo».

Serve una ricostruzione storica del laboratorio ecclesiale e socio-politico che portò al martirio di Padre Pino Puglisi, una pastorale antimafia del “sorriso” che arricchisce la “pastorale del risanamento” come la battezzò il teologo e parroco dell’Albergheria Don Cosimo Scordato in un libro del 1986 per le edizioni Paoline, e continua il cammino tracciato da p. Gustavo Gutierrez, co-fondatore della Teologia della Liberazione del 1971, che oggi vive del rinnovamento profetico del magistero di Papa Francesco, che si ispira a quella teologia del popolo di cui abbiamo raccontato su Vita (La teologia latinoamericana 50 anni dopo Medellin continua sulle orme di Francesco).

Qui, dall’alta parte dell’Oceano, in una Colombia che non riesce a superare 50 anni di un conflitto armato che ha mietuto 8 milioni di vittime, 220.000 assassinati, sono molto attuali le scelte di p. Pino Puglisi e la visione della Dottrina Sociale della Chiesa nella formazione socio-politica che ispira non solo i gesuiti palermitani ma anche i gesuiti colombiani...

Va sottolineato che la candidata alla Vice Presidenza della Repubblica di Gustavo Petro (ex sindaco progressista di Bogotá) è la femminista verde Maria Angela Robledo (collaboratrice stretta di Antana Mokus), ex decana di psicologia dell’Università Javeriana dei Gesuiti di Bogotà, nel 2008 aveva scritto un libro con la Compagnia di Gesù dell’America Latina sulla formazione etico-politica per costruire un cammino sostenibile di cambiamento politico sulla scia di quanto disegnato da Papa Francesco con l’enciclica rivoluzionaria di Laudato Si.

Concludo con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricordando l’assassinio del sacerdote. «La Chiesa Cattolica – ha ricordato – lo ha proclamato Beato, indicando la sua integrale ribellione alle mafie come esempio di coerenza cristiana. La Repubblica riconosce in Puglisi il martire civile, morto per quei valori di solidarietà, di giustizia, di uguaglianza, di rispetto dei diritti inviolabili della persona, che costituiscono il nucleo vitale della Costituzione Repubblicana e il motore del nostro modello sociale». Il capo dello Stato ha affermato che «Puglisi fu un generoso, instancabile educatore: come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sapeva che la vittoria contro la mafia, cioè la liberazione delle istituzioni e della società, passava necessariamente per una crescita di consapevolezza dei giovani, per una loro assunzione di responsabilità, per la scintilla di una nuova speranza capace di aprire squarci nei muri del conformismo».

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