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Adozioni internazionali

Bambini abbandonati: è un dovere esplorare nuovi strumenti da affiancare all'adozione

19 Ottobre Ott 2018 2310 19 ottobre 2018
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«L’adozione internazionale così come è non basta oggi a soddisfare i bisogni dei bambini. Esistono altre possibilità per rispondere al bisogno di protezione dei bambini nel mondo? Se ci sono è nostro dovere esplorarle»: così la vicepresidente della CAI, Laura Laera, ha aperto il convegno a Firenze. Una sintesi della giornata

Uno, «c’è un tema culturale sull’adozione e sull’adozione internazionale in particolare: a ondate prevale la cultura dell’assoluta prevalenza dei legami di sangue, anche a scapito del diritto dei minori ad avere una famiglia. Questo è un motivo culturale che oggi serpeggia con forza sia nei Paesi di accoglienza sia in quelli di provenienza». Due, «nel mondo abbiamo milioni di bambini in stato di abbandono o istituzionalizzati per anni. Abbiamo anche bambini che muoiono negli istituti per assenza di cure. Sappiamo benissimo quello che sta accadendo in Etiopia dopo la chiusura delle adozioni internazionali, ci sono bambini che stavano in strutture che hanno chiuso, non più sostenute, e che sono per strada.

Laura Laera

Non possiamo chiudere gli occhi. L’adozione internazionale così come è non basta oggi a soddisfare i bisogni dei bambini. Esistono altre possibilità per rispondere al bisogno di protezione dei bambini nel mondo? Se ci sono è nostro dovere esplorarle. E gli strumenti ci sono. Ci sono ad esempio forme di accoglienza che non partono come adozione ma potrebbero sfociarvi. È il caso ad esempio dei soggiorni terapeutici con cui sono stati accolti bambini dalla Bielorussia e dobbiamo capire se l’iniziativa può essere utilizzata anche per altri Paesi. A livello nazionale abbiamo tanti strumenti per la protezione dei minori, nel loro migliore interesse, analogamente a livello internazionale potremmo sviluppare e usare diversi strumenti. O almeno discuterne». Tre, «va ribadita la grande disponibilità all’accoglienza delle nostre famiglie italiane, che accolgono bambini con bisogni speciali. Altri Stati si sono allontanati dalle adozioni internazionali anche per questo, dobbiamo dircelo, ci sono Paesi che rifiutano l’ingresso di bambini proposti per l’adozione internazionale perché hanno patologie e graverebbero sui sistemi sanitari nazionali. Noi non siamo così e spero che continueremo a rimanere così, diversi». Laura Laera, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, ha aperto così oggi a Firenze, all’Istituto degli innocenti, il convegno promosso dalla stessa CAI dal titolo “L’accoglienza di bambini in stato di abbandono nel mondo: strumenti giuridici a confronto”.

L’adozione internazionale così come è non basta oggi a soddisfare i bisogni dei bambini. Esistono altre possibilità per rispondere al bisogno di protezione dei bambini nel mondo? Se ci sono è nostro dovere esplorarle.

Laura Laera, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali

All'Istituto degli Innocenti

Ma quali sono questi strumenti collaterali all’adozione internazionale, che all’adozione potrebbero affiancarsi in una sorta di ecosistema (vedi l’intervista a Vita dello scorso maggio)? Alcuni sono stati accennati, molto forse però è da costruire, nel dibattito e nel confronto.

Joelle Long, ricercatrice dell’Università di Torino ed esperta di adozioni, ha esplorato gli strumenti giuridici a tutela di bambini e adolescenti fuori famiglia, con la premessa però che «l’adozione piena sia lo strumento prioritario per i minori che non possono crescere nella loro famiglia di origine, uno strumento conserva la sua attualità. Gli altri strumenti sono collaterali. Lo strumento egemone e a mio modo di vedere preferibile è l’adozione piena». L’adozione in casi particolari ad esempio, si può fare anche per le adozioni internazionali: «ce lo dice la Corte Costituzionale, con una pronuncia del 2005, quando una donna single sarda chiese l’adozione di una minore bielorussa che aveva accolto con i soggiorni climatici. Ci sono state solo due applicazioni ad oggi e sempre nell’ambito dei soggiorni climatici, i tribunali non hanno dato corso a questo orientamento, ma ci sono potenzialità».

Ci sono Paesi che rifiutano l’ingresso di bambini proposti per l’adozione internazionale perché hanno patologie e graverebbero sui sistemi sanitari nazionali. Noi non siamo così e spero che continueremo a rimanere così, diversi

Laura Laera, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali

Dei programmi solidaristici di accoglienza ha parlato diffusamente Stefania Congia, dirigente del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla direzione dell’immigrazione e le politiche per l’integrazione. «Adozioni e accoglienze sono due cose molto differenti, guai a pensare che i soggiorni siano un modo per eludere l’iter adottivo, negli anni ci sono stati episodi di contesa di bambini e abbiamo sospeso diverse associazioni, ma allo stesso modo non possiamo non prenderlo in considerazione». Sono 560mila i minori accolti in Italia tra il 2000 e il 2017, in prevalenza dalla Bielorussia. L'anno scorso sono state 150 le associazioni attive e 758 i progetti approvati, che hanno portato in Italia più di 9mila minori, per il 75% in piccoli comuni. «Quando ascolto le testimonianze dei ragazzi trovo sempre una smentita alla mia diffidenza iniziale», ammette Congia. «C’è una solidarietà molto sana, ad esempio ragazzi che con il sostegno della famiglia che li ha ospitati sono riusciti nel loro Paese a laurearsi. Non tutti i ragazzi vogliono vivere in Italia e non tutte le coppie vogliono adottare». Giusto il 1° ottobre 2018, la CAI ha consegnato alla Bielorussia la nuova lista di famiglie aspiranti all’adozione di 175 minori, corredata della lettera di garanzia a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri. Secondo il nuovo accordo bilaterale del 2017 entro tre mesi dalla ricezione dell’elenco (quindi al massimo entro il 1° gennaio dell’anno successivo), il Centro Nazionale per le Adozioni del Ministero dell’Istruzione della Bielorussia esamina i dati, in particolare lo status giuridico per l’adozione internazionale e richiede i consensi scritti all’adozione internazionale.

L’adozione piena è lo strumento prioritario per i minori che non possono crescere nella loro famiglia di origine, uno strumento che conserva la sua attualità. Gli altri strumenti sono collaterali. Lo strumento egemone e a mio modo di vedere preferibile resta l’adozione piena

Joelle Long, ricercatrice dell’Università di Torino

Per Marco Griffini, presidente di AiBi, «oggi c’è un problema a livello mondiale, molti Paesi chiudono le adozioni internazionali perché non hanno alternative, la comunità internazionale dovrebbe offrire loro strumenti non per riaprire le adozioni internazionali ma per creare un sistema organico di aiuti all’infanzia abbandonata». Griffini conta sulle dita della mano cinque nuovi strumenti che si potrebbero affiancare all’adozione: l’adozione aperta, l’affido internazionale, la kafala, le vacanze preadottive e l’adozione di pancia, ovvero l’adozione di un bambino già durante la gravidanza della madre, per prevenire l’aborto. Oltre all’auspicio di un’adozione europea, una terza forma giuridica oltre all’adozione nazionale e a quella internazionale. Le vacanze preadottive AiBi le ha testate nel 2014 in collaborazione con l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF), l’ente centrale per le adozioni della Colombia: due-tre settimane di soggiorno in famiglia, per bambini grandi e adottabili, in famiglie in possesso di decreto di idoneità, per conoscersi reciprocamente. Ma adesso c’è una novità: «La Colombia recentemente ha ripreso il progetto e rispetto al passato è disponibile a pagare le spese di viaggio per il minore e per un accompagnatore. Lo sta facendo già con USA e Francia e sta chiedendo da mesi di farlo in Italia. I dati dicono che 7-8 ragazzini su 10 vengono adottati», spiega Griffini. «Nuovi strumenti da affiancare all’adozione sono necessari, perché ci sono tante emergenze: l’aborto, i bambini grandi, i minori non accompagnati, le emergenze... Il fil rouge tra tutti questi strumenti è che recuperano quel concetto per cui dare una famiglia a un bambino è un atto di giustizia, che è alla base dell’adozione stessa».

Nuovi strumenti da affiancare all’adozione sono necessari, perché ci sono tante emergenze. La Colombia recentemente ha ripreso il progetto delle vacanze preadottive e rispetto al passato è disponibile a pagare le spese di viaggio per il minore e per un accompagnatore. Le sta facendo già con USA e Francia e sta chiedendo da mesi di farle in Italia. I dati dicono che 7-8 ragazzini su 10 vengono adottati

Marco Griffini, presidente di AiBi

Più prudente Paola Crestani, presidente di Ciai. «Servono strumenti alternativi all’adozione internazionali? Dipende. Quali strumenti, innanzitutto? Oggi ho sentito parlare di kafala, di vacanze solidaristiche, in maniera appena accennata di affido internazionale… sono strumenti che possono essere di aiuto per alcuni bambini con particolari caratteristiche ma sono anche strumenti che ancor più dell’adozione internazionale hanno necessità di un’attenta preparazione e accompagnamento delle famiglie e di una grande cautela per verificare che davvero tutto sia fatto nel migliore interesse dei bambini. Stiamo attenti che i rischi non siano più dei vantaggi», commenta. In particolare Crestani guarda con «molto cautela» ai soggiorni solidaristici: «se un bambino è in stato di abbandono ha diritto ad essere accolto in famiglia, non di fare un avanti e indietro. Come ha detto Joelle Long, anche per me l’adozione internazionale resta lo strumento principe per rispondere ai bisogni dell’infanzia abbandonata».

Sono strumenti che possono essere di aiuto per alcuni bambini con particolari caratteristiche ma sono anche strumenti che ancor più dell’adozione internazionale hanno necessità di un’attenta preparazione e accompagnamento delle famiglie e di una grande cautela per verificare che davvero tutto sia fatto nel migliore interesse dei bambini. Stiamo attenti che i rischi non siano più dei vantaggi

Paola Crestani, presidente di Ciai

E ancora. Nel corso della mattinata Cristina Gonzales Beilfuss, ordinario di diritto internazionale privato all’Università di Barcellona ha ricordato come a 25 anni dalla Convenzione dell’Aja, il punto debole sia la prevenzione della tratta a scopo adottivo dei bambini. «Sappiamo che la responsabilità rispetto ai bambini è del Paese di origine, quella dei paesi di accoglienza è relativa i futuri genitori. Però è troppo facile liquidare questi problemi di vendita/traffico come esclusiva responsabilità del Paese d’origine» ha affermato, «lo Stato di accoglienza ha molte possibilità per fermare le cattive pratiche ad esempio in fase di abbinamento c’è lo spazio per dire no, questa pratica non è chiara».

L’idea di avere diritto all’adozione come avvocato mi fa diventare matta, se uno dice che ha il diritto di adottare vuol dire che c’è qualcuno che ha obbligo di dargli un bambino da adottare. È un’idea molto pericolosa

Cristina Gonzales Beilfuss, ordinario di diritto internazionale privato all’Università di Barcellona

Un altro «problema da affrontare» è «la forte pressione sulle autorità centrali e sugli organismi accreditati da parte di persone che vogliono adottare e che aspettano da anni questo figlio. L’idea di avere diritto all’adozione come avvocato mi fa diventare matta, se uno dice che ha il diritto di adottare vuol dire che c’è qualcuno che ha obbligo di dargli un bambino da adottare. È un’idea molto pericolosa». Nigel Cantwell, esperto indipendente di adozioni internazionali e consulente sulle politiche di protezione dei minori ha invece stigmtizzato «la "gara" tra Paesi di accoglienza per assicurarsi i bambini di un certo Paese di origine. Ci sono casi in cui quando alcuni Paesi hanno deciso di interrompere le adozioni perché hanno scoperto che le garanzie non erano sufficienti, altri Stati hanno continuato a farle. Non è questo il messaggio che dovremmo dare». L’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza Filomena Albano ha parlato di adozione come «una risorsa enorme per i bambini ma anche per l'intera società». «Le famiglie italiane si sono dimostrate aperte e accoglienti ma c’è necessità di un post adozione strutturato, che accompagni e sostenga i bambini e le famiglie», ha aggiunto. Albano ha ricordato che la rete dei garanti per l’infanzia europei ha approvato da poco una raccomandazione sulle adozione e sulla ricerca delle origini e ha ribadito il proprio impegno per la «diffusione capillare delle linee di indirizzo su scuola e adozioni redatte nel 2014 in collaborazione con il Coordinamento CARE.

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