Marta Pacor1sea Watch
Migranti

La volontaria di Sea-Watch: «Mi porto a casa la forza delle persone salvate»

11 Febbraio Feb 2019 1739 11 febbraio 2019
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Intervista a Marta Pacor, 26enne di Roma, rimasta a bordo della nave della ong dal 4 al 31 gennaio 2019, proprio nei periodi delicati dei due salvataggi di 33 e 47 persone che sono poi state fatte sbarcare - dopo lunghe attese - rispettivamente a Malta e a Catania. Ecco il suo racconto

Ben 27 giorni su una nave umanitaria. Sì, proprio di quelle che salvano le persone nel mar Mediterraneo. Una delle ultime rimaste, dato che l’Unione Europea - Italia in prima fila – cavalca da almeno un paio d’anni sia la criminalizzazione della solidarietà che la delega delle proprie responsabilità, leggasi azioni giuridiche per limitare la presenza di imbarcazioni di soccorso in mare e accordi con la Libia per fare tornare le persone recuperate da dove sono partite. Stiamo parlando dell’esperienza che ha portato Marta Pacor, 26enne originaria di Roma, a fare volontariamente parte dell’equipaggio della nave Sea-Watch 3 (appartenente all’ong omonima) dal 4 al 31 gennaio 2019: “ovvero, da quando erano a bordo le 33 persone poi sbarcate a Malta fino al successivo salvataggio di altri 47 esseri umani che dopo 13 giorni di attesa sono stati fatti sbarcare a Catania”, ci spiega quando la raggiungiamo. Attiva da anni nel sociale, con alle spalle studi di relazioni internazionale, Pacor - nella foto di apertura è la prima da destra sul rhib, il gommone di salvataggio - una volta scesa dalla nave è tornata in prima linea nella capitale, in particolare dando il proprio contributo in uno sportello di assistenza legale e socio-politica per richiedenti protezione internazionale. La intervistiamo mentre dal Mediterraneo arriva la notizia di un'imbarcazione con 150 persone a bordo in pericolo di naufragio ("Abbiamo ricevuto il loro SOS ma ora si è perso il contatto", lancia l'allarme Watch the Med - Alarm Phone, "abbiamo avvertito la Guardia costiera italiana ma non abbiamo aggiornamenti. Nella speranza che siano state salvate, c'è la forte preoccupazione che siano state recuperate dai libici e quindi riportate indietro").

Marta Pacor (a destra) parla con una persona salvata a bordo di Sea Watch 3 - Foto di Doug Kuntz

Quando hai deciso di imbarcarti su SeaWatch3?
Faccio parte fin dal suo inizio di Mediterranea, un’organizzazione fondata da un gruppo di persone della società civile che si sono unite per fare campagna di informazione diretta su quanto accade in mare anche attraverso un’imbarcazione, la Mar Ionio, che ha documentato diversi salvataggi e che si sta preparando per tornare in mare. Qualche mese fa Mediterranea ha creato con le ong Sea-Watch e Proactiva Open Arms la rete United 4 Med, e in virtù di questa collaborazione quando c’è stata necessità di un cambio di equipaggio a bordo di Sea-Watch 3 mi sono resa disponibile. È arrivato l’ok e sono salita a bordo venerdì 4 gennaio, quando la nave era al largo di Malta ancora senza autorizzazione allo sbarco.

Di quante persone era composto l’equipaggio della tua missione?
Eravamo in 22, di età compresa tra 25 e 50 anni, provenienti da varie nazioni europee come Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Olanda e Portogallo.

Quali sono state le tue prime impressioni una volta salita a bordo?
Ho avuto subito un impatto molto forte: le persone salvate erano a bordo da parecchi giorni e lo sconforto era alto, dato che non arrivava il nulla osta allo sbarco nonostante la costa era molto vicina. Per queste persone la sensazione prevalente è quella di essere trattati come merce, senza i diritti basilari di ogni altro essere umano. Questo aspetto l’ho riscontrato anche nel secondo gruppo, quello che ho conosciuto dal salvataggio fino allo sbarco nel porto catanese. Tra di noi a bordo le relazioni erano alla pari, è stato significativo in quei giorni confrontarsi sui temi disparati, dalle situazioni politiche nei vari Paesi di provenienza alle decisioni dell'Unione Europea riguardanti le migrazioni forzate. Ovviamente c'è stata anche molta condivisione di quanto accaduto loro prima di essere recuperati in mare, attraverso i racconti delle esperienze traumatiche nel loro viaggio e nella permanenza in Libia. Molti hanno perso parti di sé laggiù, ma per loro era molto doloroso pensare che nemmeno alle porte dell’Europa la propria dignità venisse rispettata, dato che non erano autorizzate a sbarcare. “Quante cicatrici dobbiamo mostrare, per far sì che vengano riconosciuti i nostri diritti?”, chiedevano.

Vivendo in prima persona l’esperienza del “blocco dei porti”, che idea ti sei fatta dell’attuale approccio europeo?
Ho sentito dal vivo sulla pelle delle persone trattenute in mare l’ipocrisia di un sistema di potere che interviene sulle traversate in mare ma non va a fondo nello scardinare le cause che provocano le partenze delle persone di propri Paesi e le successive violenze in Libia. E’ stato umiliante vedere come sia stata data l’autorizzazione a portare a bordo viveri e le pompe idrauliche per pulire il bagno chimico ma non sia stato subito concesso un porto, soprattutto nei cinque giorni passati davanti al molo di Siracusa. Dico questo sottolineando come di fatto l’espressione “porti chiusi” sia sbagliata, dato che è impossibile farlo a livello legale: di conseguenza si stanno facendo passaggi poco chiari riguardo al diritto marittimo e a convenzioni internazionali che vengono così infrante. Inoltre è oltremodo inquietante che ora si discuta su quanto sia lecito o meno il salvataggio delle persone in mare e si attacchi chi aiuta.

Come ci si sente a essere persone che vengono criminalizzate per la loro opera di solidarietà?
C’è un sentimento di forte rabbia che non nascondo, ma non è rabbia verso qualcuno, è piuttosto rivolta verso la situazione in generale e verso l’odio che viene rivolto a chi si dimostra solidale. Questa sensazione è molto più importante degli attacchi personali che uno può ricevere: essi passano in secondo piano perché l’ingiustizia collettiva che si sta consumando è la prima fonte di preoccupazione e quella dove vanno rivolte le energie. È stato sconvolgente, per esempio, sentire discussioni su “quanto sono minori i minorenni a bordo”, quando ognuno di loro è una persona con forza e dignità ben superiore a quella della maggior parte di noi solo per il fatto di essere sopravvissuti a un viaggio drammatico. Non meritano tutto questo, davvero.

Ti viene in mente un episodio che invece ricordi con positività?
Sì, ho il vivo ricordo del giorno in cui a Siracusa molte persone si sono ritrovate nella zona del porto per manifestare la loro solidarietà alla nostra nave. L’immagine che ancora oggi mi emoziona è quella di molti dei 47 migranti recuperati che non smettevano di guardare con il binocolo la manifestazione e ci chiedevano di fare vedere loro i video che ci arrivavano via telefono sia da Siracusa che da Genova, dove quel giorno almeno 10mila persone hanno sfilato per l’accoglienza. Li ho visti sorridere ed emozionarsi di fronte a quel supporto, capace di dare loro nuova speranza. Anche noi dell’equipaggio abbiamo provato emozioni intense.

Come hanno reagito i tuoi conoscenti sapendoti a bordo mentre il tema rimbalzava in ogni mass media italiano e internazionale?
Devo dire che ho ricevuto un grande supporto. Molte persone, dai parenti agli amici, avevano voglia di farmi sentire la loro vicinanza sia dal punto di vista umano che “politico” e questo l’ho apprezzato molto. Non ho ricevuto messaggi negativi, immagino che se anche qualcuno fosse stato contrario alla mia scelta in quei giorni abbia preferito non farsi sentire.

Se una persona volesse supportare o diventare volontaria di United 4 Med che passi deve fare?
Stiamo raccogliendo fondi per le prossime missioni in mare e ogni informazione si può trovare sul sito di Mediterranea o Sea-Watch, per esempio. Lì ci sono anche ulteriori informazioni sul progetto e chiunque fosse interessato a farne parte può mettersi in contatto con noi.