Lorent Saleh ©Global Campus Of Human Rights
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Lorent Saleh: al Venezuela serve il rispetto della legge, non l'intervento militare

15 Aprile Apr 2019 1224 15 aprile 2019
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Attivista venezuelano per i diritti umani, ex prigioniero politico, Premio Sakharov 2017 per la libertà d'espressione, Lorent Saleh parla della situazione del suo Paese partendo dall’ascesa al potere di Chávez, e chiede l’intervento della comunità internazionale, “non per sostenere l’opposizione democratica in Venezuela, ma per appoggiare la nostra Costituzione, garantendo libere elezioni”. Il suo intervento a Venezia, dove è stato ospite di Global Campus of Human Rights

Attivista venezuelano per i diritti umani, ex prigioniero politico, a partire dal 2007 Lorent Saleh, 31 anni, partecipa come leader studentesco all’organizzazione di proteste per denunciare la violazione di diritti umani nel Paese.

È stato detenuto ripetutamente dalle autorità venezuelane con l’accusa di terrorismo. Il governo venezuelano l’ha accusato di pianificare attacchi contro il Paese e di fare addestramento paramilitare. Nel 2014 è stato espulso dalla Colombia, e consegnato agli ufficiali dell’Intelligence Service Bolivariano (Sebin). Per quattro anni, fino al 2018, è stato imprigionato e torturato a La Tumba, carcere nel centro di Caracas, situato 5 piani sottoterra, in isolamento, con privazione sensoriale: senza suoni, colori, senza vedere la luce del sole.

Durante la detenzione la sua udienza è stata posposta 52 volte. Nel 2017, quando ancora si trovava in carcere, Lorent Saleh è stato insignito dal Parlamento Europeo del Premio Sakharov per la libertà di pensiero, assegnato all’opposizione democratica del Venezuela, che include l'Assemblea Nazionale del Paese, rappresentata da Julio Borges, e sette prigionieri politici, tra cui Saleh. Il 12 ottobre 2018 è stato rilasciato dalle autorità venezuelane ed esiliato in Spagna, da dove continua la sua lotta per i diritti umani e la democrazia in Venezuela.

In visita in Italia, è stato ospite a Venezia di Global Campus of Human Rights, una rete di oltre 100 università in tutto il mondo, la più grande istituzione a livello internazionale che offre educazione post laurea nel campo dei diritti umani e della democrazia, dove è intervenuto a una tavola rotonda su "La Difesa dei Diritti Civili in Venezuela", insieme a Michel Forst, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani; Mara Marinaki, Consigliere principale del SEAE sulle questioni di genere e l’attuazione dell’UNSCR 1325 su Donne, Pace e Sicurezza e Manfred Nowak, Segretario Generale del Global Campus of Human Rights.

La sua testimonianze è stata supportata dagli interventi di Mara Marinaki, che ha affermato che è necessario che l’Unione Europea si impegni per la transizione democratica del Venezuela stanziando 50 milioni di euro; Michel Forst ha spiegato che ci sono ancora dei difensori dei diritti umani in Venezuela, ma che spesso sono oggetto di violenze e incarcerazioni arbitrarie; Manfred Nowak, già relatore speciale dell’Onu sulla tortura, ha sottolineato che la comunità internazionale ha sviluppato un mezzo, la Corte Penale Internazionale, per proteggere le vittime di crimini internazionali. Tuttavia questo strumento non funziona, perchè è altamente burocratizzato.«Viviamo in un tempo di crisi, e il Consiglio di Sicurezza è paralizzato, come stiamo vedendo in Siria, e Venezuela», ha aggiunto.

Lorent Saleh

Questo l’intervento di Lorent Saleh alla tavola rotonda:

«In Venezuela c’è un regime di terrore. La popolazione civile è sottomessa a un livello di violenza molto alto da parte dello Stato. Si tratta di terrorismo di Stato». [...] «C’è un regime al potere che domina la popolazione con il terrore: rapiscono, assassinano, usano la fame e la malattia per sottomettere la gente», afferma Lorent Saleh.

«Nel 1998 Hugo Chávez, che aveva tentato un colpo di Stato nel 1992, assassinando molte persone per cercare di conquistare il potere con la forza, è stato eletto democraticamente al governo». [ ...]

«Per mantenersi al potere (i tiranni e i dittatori) sono disposti ad abusare la legge e a uccidere un popolo con le malattie e la fame, come succede adesso. Hugo Chávez ha usato l’odio per fare politica, e quando i politici usano l’odio come strumento di politica è una bomba».

«Durante il governo di Chávez il prezzo del petrolio è salito moltissimo: è passato da 8/10 dollari al barile a 100 dollari al barile. Inoltre tutte le grandi risorse minerarie del Venezuela, come oro, diamanti, alluminio… erano in mano a un militare che aveva tentato di fare un colpo di Stato prima di andare al potere». Grazie a questo potere «ha iniziato ad avere il controllo su tutte le istituzioni dello Stato, anche sulla Chiesa». [...] «Nel 2007 Hugo Chávez decide di chiudere la principale rete televisiva in Venezuela, Radio Caracas Televisión, ottenendo il monopolio dell’informazione». [...] «In quel periodo in cui il petrolio aveva un prezzo così alto Chávez aveva molti amici nel mondo e nessuno ci ascoltava». [...]

«Quando muore Chávez (nel 2013, ndr), Maduro va al potere e il prezzo del petrolio crolla». A causa del crollo del prezzo del petrolio le entrate diminuiscono e «la violenza di Stato aumenta. Il regime di Maduro inizia a neutralizzare gli oppositori e a metterli in prigione». [...] «Ci sono nelle carceri del Paese più di 800 prigionieri politici e più di 5 milioni di Venezuelani hanno lasciato il Paese». [...] «Nel momento in cui diminuisce il prezzo del petrolio, arriva l’attenzione internazionale».

«Alle elezioni del 2015 il partito di Maduro ha perso l’Assemblea Nazionale, e ha deciso di creare una struttura incostituzionale, per aggirare la volontà popolare». Nel 2018 Maduro è stato rieletto presidente senza essersi presentato a giurare davanti all’Assemblea Nazionale, come invece prevede la Costituzione venezuelana, «che stabilisce che quando c’è un’usurpazione del potere il presidente dell’Assemblea Nazionale prende il potere e porta il Paese a elezioni nazionali». [...] «Non è una strategia dell’opposizione, è la Costituzione che lo prevede».
«Il presidente dell’Assemblea Nazionale è Juan Guaidó, che è della nostra generazione, e ha colto questa grande sfida. Nicolás Maduro è protetto dai militari e deve dimostrare che ha titolo per il potere. E l’Assemblea Nazionale è l’unica istituzione legittima nel Paese» [...]

Quello che chiediamo alla comunità internazionale non è di sostenere l’opposizione democratica in Venezuela, ma di appoggiare la nostra Costituzione» [...] «Di fronte a una «sistematica violazione dei diritti umani, a crimini contro l’umanità, ciò che chiediamo alla comunità internazionale è che applichi gli strumenti che la comunità stessa ha creato». [...] «Il piano di azione che l’Assemblea Nazionale ha tracciato è la fine dell’usurpazione del potere, e l'organizzazione di elezioni libere».

«Non vogliamo che ci mandiate i vostri soldati, i vostri tank per liberarci, ma quello che chiediamo è un’indagine con la Corte Penale Internazionale per determinare le responsabilità. [...] «Bisogna che le impunità finiscano». [...] «E se la comunità internazionale non agisce ci saranno più morti e violenza contro i Venezuelani e più la comunità internazionale rimane inattiva più è probabile che ci sia uno scontro tra Russia e Usa» [...] «L’Unione Europea deve dire ai militari e a coloro che sono coinvolti nella politica del terrore e che hanno depositato i loro patrimoni in Europa: “Questi soldi che avete qui in Europa noi li congeliamo”. Io credo nelle sanzioni contro gli individui».

Lorent Saleh conclude il suo intervento con una domanda che rimane sospesa: «¿Cuántos muertos nos faltan?» Quante persone devono ancora morire?

In questa video-intervista, rilasciata da Lorent Saleh a Global Campus of Human Rights, durante la Venice School of Human Rights, l’attivista afferma: «Fortunatamente abbiamo ricevuto gesti di sostegno da parte dell’Unione Europea e del Parlamento Europeo e, anche se possono sembrare piccoli, sono abbastanza. Sono molto grato, particolarmente all’Unione Europea e al governo spagnolo, perché mi sono stati vicini e mi hanno portato fuori da quella scatola (la cella di 3 metri per 2 in cui è stato rinchiuso per quattro anni, nella prigione La Tumba, a Caracas, ndr) in cui mi trovavo, liberandomi dalle tenaglie della tirannia nel mio Paese.
Ora non voglio distruggere quel ponte che ho attraversato. Voglio renderlo più grande in modo che molte più persone possano contare su questo ponte per ottenere la libertà. E questo ponte è la comunità internazionale».

Foto di apertura: Lorent Saleh nella sede del Global Campus of Human Rights, a Venezia. Pagina Facebook Global Campus of Human Rights.
Foto nel corpo dell'articolo:©Global Campus of Human Rights

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