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Raccolte fondi

Campagna Sea-Watch: è fundraising oppure no?

1 Luglio Lug 2019 1005 01 luglio 2019
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Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di Roma Fund-Raising.it interviene sul caso della raccolta di donazioni da record lanciata su Facebook in favore di Carola Rackete, che Valerio Melandri aveva definito «un'operazione one shot legata a casi urgenti ed emotivi sostenuti da un lavoro insistente dei media», sottolineando che «il fundraising è qualcosa di più professionale e frutto di un impegno quotidiano»

In un articolo di Vita, si discute se il caso della raccolta fondi a sostegno della Sea-Watch, che in questi giorni sta impazzando sul Web e fuori dal Web, si possa ritenerlo fundraising o meno.

Il mio amico e collega Valerio Melandri afferma di no. Dice che al massimo è un one shot o più che altro crowdfunding.

Occorre fare un po’ di ordine evitando di entrare nella polemica politica ma parlando di fundraising in senso stretto. Per me la raccolta fondi per la Sea-Watch è a tutti gli effetti fundraising e spiego perché.

Massimo Coen Cagli

Perché la raccolta fondi per la Sea-Watch è fundraising: punto 1
Il fundraising non è solo “organizzazioni che chiedono a persone o aziende o fondazioni” ma è (sotto un profilo più sociologico e politico) lo strumento di un’economia di comunità o sociale diversa dall’economia pubblica (il cui strumento sono le tasse) e dal mercato (il cui strumento è la vendita).
In tal senso gli attori del fundraising sono sempre due: un’organizzazione o comunque un insieme di persone e la comunità. Questo è tanto più vero in una società ad alta soggettività dove gli individui agiscono (e meno male) anche a prescindere dalle istituzioni (le organizzazioni non profit sono istituzioni sociali!). Quindi è un’azione di fundraising anche quella promossa da due persone a favore di un’organizzazione. Anzi, sotto questo aspetto forse hanno un valore maggiore perché sono portatrici di una manifestazione di consenso concreto verso una causa maggiore e perché fanno parte di un nuovo bagaglio di diritti sociali tra cui c’è quello di spostare risorse economiche su obiettivi che si ritengono importanti al di là dei fondi pubblici e del libero mercato. In poche parole: il diritto ad essere donatori.

Perché la raccolta fondi per la Sea-Watch è fundraising: punto 2
Le campagne emergenziali, ossia trainate da un’emergenza, sono a tutti gli effetti fundraising. Lo sono sempre state. Tanto è vero che le organizzazioni sanno bene che, quando c’è un’emergenza o un fatto che provoca una sensibilizzazione al livello di massa su un problema, si apre una finestra di opportunità per la raccolta fondi anche perché la polarizzazione tra diverse posizioni spinge a schierarsi anche concretamente con le donazioni. Se così non fosse, metà delle organizzazioni che fanno fundraising in modo professionale dovrebbero affermare che non lo fanno (soprattutto le Ong). Le emergenze, in senso lato, sono il pane quotidiano per chi ha bisogno di acquisire donatori perché favoriscono lo schierarsi, il prendere parte, la voglia di impegnarsi. Le emergenze, per altro, costringono l’agenda politica, culturale e sociale a inserire temi di cui volentieri non si vorrebbe parlare…

Perché la raccolta fondi per la Sea-Watch è fundraising: punto 3
Il crowdfunding non è alternativo al fundraising ma è uno strumento del fundraising al pari di altri. Esso valorizza un fenomeno sociale di grande portata, che è la tendenza degli individui a inserirsi in reti sociali on line e off line (di interesse, amicali, parentali, ecc.), che sono produttrici di fiducia e di solidarietà a distanza, e la tendenza degli individui a cercare radicamento identitario aderendo ad una causa o ad un’organizzazione (vale la pena rileggere questi fenomeni alla luce del pensiero del grande Baumann). Ossia a coinvolgersi in un progetto, in una causa sociale, anche come forma di appartenenza ad una comunità e quindi come elemento identitario. Detto questo, può il crowdfunding sostituirsi al fundraising? Assolutamente no: esso rappresenta appena lo 0,5-1% di tutta la raccolta fondi ma favorisce l’attivarsi degli individui in forma indipendente dalle istituzioni. La folla ama le persone e non le istituzioni. Se inserito in una strategia di fundraising può essere uno strumento potente per acquisire e coinvolgere donatori.

Perché la raccolta fondi per la Sea-Watch è fundraising: punto 4
La Ong Sea-Watch, così come altre organizzazioni che fanno o che sono coinvolte in campagne emergenziali, fa solo questo? No. Come si evince dal sito (sezione donazioni, tradotto – male – da me dal tedesco), hanno un loro sistema di fundraising (che non giudico qui). Quindi le sue campagne possono essere marginali, o scatenate dai donatori a prescindere da un input mandato dall’organizzazione, ma alla fine finiscono in un sistema di raccolta fondi sistematico che noi chiamiamo fundraising. Certo, se Sea-Watch a valle di queste campagne non mette in atto sistemi di informazione, di rendicontazione, di fidelizzazione, rinnovo, ecc., probabilmente rimarrebbe un caso isolato non inserito in un adeguato sistema di fundraising. Ma questo non può negare il fatto che siamo di fronte ad una campagna di fundraising, per quanto trainata principalmente dai donatori.

Perché la raccolta fondi per la Sea-Watch è fundraising: punto 5
Vale la pena ricordare che, da sempre, il fundraising non è solo raccolta fondi (anzi questa è l’ultima cosa) ma è la sostenibilità di una causa sociale grazie al fatto che la società o parte di essa condivide questa causa sociale perché si riconosce nei valori che essa esprime e negli impatti che essa può produrre. In molti casi (soprattutto italiani, risalendo fino alle lotte per i diritti dei lavoratori e ancora prima per creare sistemi di welfare locale sin dal 1200) gli attori principali della raccolta di fondi sono i donatori stessi, in quanto portatori di un consenso e di una volontà di agire a favore di una causa sociale. È, insomma, una delle forme del fundraising – in senso sociale.
Melandri, giustamente, si domanda se allora anche Salvini potrebbe fare una campagna di raccolta fondi per pagarsi i costi di una sua eventuale difesa di fronte ad una causa civile o penale. Sì, è vero: anche quella sarebbe raccolta fondi anche se, devo dire – mi si passi la battuta –, che in genere quel mondo preferisce altri sistemi di raccolta fondi che non prevedono un rapporto franco e aperto con i donatori o che si basano su leggi e regole che assicurano le entrate anche quando non c’è una causa sociale e quando non c’è trasparenza. Infatti, la Lega ha una onlus di riferimento (Più Voci) che, più che altro, è stata una scatola per gestire al meglio (al peggio) i flussi di denaro di diversa natura, avendo vantaggi fiscali e soprattutto per rendere più opachi i passaggi da scatola a scatola. Tant’è che questa onlus non ha neanche un sito internet e non dice da nessuna parte a cosa servono i soldi raccolti. Ecco: quello effettivamente non sarebbe fundraising ma altro. Eppure anche quella è una onlus… sulla quale però non si lanciano i vituperi che oggi va di moda lanciare contro le Ong.

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