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ONG e comunicazione civile: per combattere l'odio e l'indifferenza ricostruiamo reti di fiducia

22 Luglio Lug 2019 1630 22 luglio 2019
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Costruire reti di fiducia, tracciare percorsi di speranza, tessere relazioni concrete anche tramite il web. Perché lavorare sul capitale sociale è la sfida della comunicazione civile. Di questo si è parlato nell'incontro di due giorni "Le cose che non ti ho detto" tenutosi all'Abbazia di Mirasole a Milano alla presenza delle principali ONG italiane

«Senza progresso civile non c’è politico che può risolvere da solo i problemi della nostra società». Così Leonardo Becchetti ha commentato il percorso di comunicazione civile che ha preso inizio venerdì, durante la due giorni di incontro e confronto fra le principali ONG italiane sul tema dell'agire umanitario.

Un confronto organizzato da Vita, in collaborazione con il Politecnico di Milano e PlanetB, che si è tenuto nella splendida cornice dell'Abbazia di Mirasole, a Opera, appena fuori Milano. Tanto lavoro, seminari. Ma soprattutto: uno spazio finalmente aperto al pensiero e al confronto a cui hanno partecipato i comunicatori e i responsabili delle principali Ong.

Da quando, nel 2016, iniziarono a circolare false informazioni su un presunto dossier di Frontex che avrebbe dovuto attestare una complicità fra scafisti e navi umanitarie, le ONG sono diventate un target quasi quotidiano da parte della politica. Con una escalation che continua anche in queste ore.

Oggi più che mai, in un contesto dove dominano la retorica della sicurezza e dei porti chiusi, gli attori umanitari sono sotto attacco. Ma come cogliere la sfida? Forse partendo proprio dalla vulnerabilità intrinseca a ogni azione umanitaria. D'altronde, proprio questa vulnerabilità può essere vista come la precondizione per ricostruire quella rete di fiducia tra soggetti che è alla base di ogni incontro etico e di ogni azione umanitaria.

Da questa vulnerabilità intrinseca del sociale nasce la necessità di raccontarsi e raccontare. Attraverso un'altra narrazione, che non sia l'oramai logorato e invecchiato "storytelling del bene".

Ma cosa dire del mondo? Cosa, di sé? Scriveva Hannah Arendt, in una lettera a Mary McCarth: «Dovresti scrivere su ciò che porta le persone a volere una storia. Il racconto di storie. Vita ordinaria di gente ordinaria, come in Simenon. Non si può dire come sia la vita, come il caso o il fato abbiano a che fare con la gente, se non raccontandone la storia. In generale, solo questo si può dire: sì, è proprio così che è andata … Senza eventi, sembriamo incapaci di vivere; la vita diventa un flusso indifferente e siamo a stento capaci di distinguere un giorno dall’altro. È la vita stessa ad essere piena di storie». Non facciamo scomparire le storie, raccontiamole. Altrimenti saranno gli altri a raccontarle per noi, riempiendole d'odio e di rancore. Non ce lo possiamo permettere.

Il prossimo appuntamento è per l'1-2 ottobre (per informazioni scrivere a vita@vita.it)

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