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Politica

Una rivoluzione per il mercato del lavoro: il payoff sparito del Reddito di Cittadinanza

13 Novembre Nov 2019 0614 13 novembre 2019
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Nella comunicazione sul Reddito di Cittadinanza sta sparendo l'enfasi sull'inclusione lavorativa, che fino ad ora era stata invece martellante. Giusto così, perché il Reddito di Cittadinanza non è una politica attiva del lavoro ma una misura di politiche sociali. «Oggi pare che se l’inclusione lavorativa non funziona, la lotta alla povertà non funziona. Non è così. E non lo è esattamente perché l’obiettivo della misura è la lotta alla povertà», dice Cristiano Gori

Ricordate il giorno in cui Conte, Di Maio e Salvini annunciarono l’approvazione del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100? Quello in cui Conte e Di Maio stringevano fra le mani un foglio con i loghi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100 e Salvini un foglio con solo Quota100? Se riprendete le foto di quei giorni, vedrete un altro dettaglio. La grafica ufficiale, sotto “Reddito di Cittadinanza”, aveva un payoff che recitava così: “una rivoluzione per il mercato del lavoro”. C’era anche nella scenografia del lancio del Reddito di Cittadinanza e campeggiava sul sito dedicato. Fu detto che il Reddito di Cittadinanza «è una misura di reinserimento nel mondo del lavoro che serve ad integrare i redditi familiari», con tre obiettivi: «Migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro; Aumentare l’occupazione; Contrastare la povertà e le disuguaglianze». Oggi, sullo stesso sito, quel payoff è scomparso.

Rivoluzione per il mercato del lavoro: il payoff sparito

Di Reddito di Cittadinanza come di rivoluzione per il mercato del lavoro non si parla più. Ha cambiato completamente registro per esempio il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, vicino al M5S, all’indomani della pubblicazione del report della Svimez in cui il Reddito di Cittadinanza è stato definito come una misura «opportuna» ma con un impatto sul mercato del lavoro «scarso se non nullo» in quanto paradossalmente la misura pare «stia allontanando dal mercato del lavoro anziché richiamare persone in cerca di occupazione», al giornalista che gli ha chiesto se «l’impatto zero sull’occupazione rappresenta un fallimento della riforma», ha risposto così: «No, assolutamente. L’obiettivo del RdC è contrastare la povertà e ridurre il coefficiente di disuguaglianza. Mi sembra siano completamente centrati, grazie al Reddito di Cittadinanza è diminuita di 8 punti percentuali l’intensità della povertà. La misura certamente mira anche all’inclusione sociale e all’inclusione nel mercato del lavoro, ma un povero è spesso emarginato, il suo obiettivo è uscire dalla povertà e dopo che è uscito dalla povertà può iniziare un processo di reinserimento nel mercato del lavoro. Capisce il nesso logico?».

Tridico ha ragione. I numeri piccoli (e forse deludenti) di quanti beneficiati di RdC abbiano trovato un lavoro e di quanti abbiano siglato un percorso di inclusione lavorativa non decretano il fallimento del Reddito di Cittadinanza, perché il Reddito di Cittadinanza non è una misura per il lavoro ma una politica sociale, di contrasto alla povertà, che ha anche una parte relativa all’inclusione lavorativa. Un po’ come dire che il payoff scelto faceva una descrizione di prodotto che il prodotto non aveva. L’errore cioè è stato fatto prima, quando si è scelto di incentrare tutta la comunicazione del Reddito di Cittadinanza sul lavoro, un po’ per farlo digerire alla Lega e un po’ perché quello di più occupazione era un obiettivo identitario del Movimento Cinque Stelle. E l’Alleanza contro la Povertà aveva ripetutamente messo in guardia proprio su questo punto: una comunicazione tutta sull’inclusione lavorativa, per marcare una discontinuità col passato, esponeva la misura al rischio che, qualora si fossero verificati risultati insoddisfacenti dal punto di vista degli inserimenti lavorativi – cosa facile da prevedere, se non altro per il fatto che in tutta Europa, con Centri per l’impiego più strutturati dei nostri e con una disoccupazione minore, le politiche contro la povertà portano ad un lavoro stabile solo il 25% dei beneficiari perché la grande maggioranza delle persone in povertà assoluta ha bisogno preliminarmente di risolvere problemi di varia natura, non legati solo all’occupazione – si sarebbe decretata tout court il fallimento della misura di contrasto alla povertà. In questo modo, scriveva l’Alleanza, il Reddito di Cittadinanza pur essendo «la più grande distribuzione di risorse mai effettuata in Italia sulla povertà», rischiava allo stesso tempo di essere «un colpo fatale alla possibilità di costruire moderne politiche contro la povertà».

Nel dicembre 2018, in un documento intitolato “Non perdiamo questa occasione. I dubbi dell’Alleanza contro la povertà in Italia sul Reddito di Cittadinanza”, si leggeva che «Sul piano comunicativo viene sempre più accentuata la finalità occupazionale del Reddito di Cittadinanza, con il rischio di diffondere tre messaggi sbagliati». Il primo è «assegnare al RdC obiettivi che non gli competono. Gli si attribuiscono, infatti, eccessive responsabilità nel fronteggiare i problemi occupazionali italiani, che richiedono invece differenti interventi». Secondo, sminuire il valore dei diritti sociali: «insistere sull’inserimento lavorativo veicola il messaggio che le politiche contro la povertà non possono essere promosse con il loro vero obiettivo: garantire diritti sociali alle fasce più deboli della popolazione». Terzo, spianare la strada ad attacchi futuri: «Se l’obiettivo principale del RdC viene presentato essere la creazione di lavoro, domani, quando questo obiettivo non sarà raggiunto se non per una quota circoscritta di utenti, si potrà facilmente affermare che la misura ha fallito».

I numeri

L’ultimo report dell’Inps dice che il Reddito di Cittadinanza e la Pensione di Cittadinanza hanno superato la quota di un milione di domande accolte. Più precisamente al 31 ottobre 2019 sono state accolte 900.283 domande di Reddito di Cittadinanza e 120.327 domande di Pensione di Cittadinanza, per un totale di 1.020.610 di nuclei familiari raggiunti dalla misura di contrasto alla povertà. Alcuni giorni fa, il primo monitoraggio delle Regioni sui beneficiari del Reddito di cittadinanza chiamati dai Centri per l'Impiego parlava di 50mila Patti per il Lavoro sottoscritti, corrispondenti a poco più del 6% degli 825mila titolari di Reddito di Cittadinanza (escludendo cioè i titolari di Pensione e i benefici revocati). Se solo il 6% dei percettori quindi si è dichiarato disponibile a farsi coinvolgere nella ricerca attiva di un lavoro, molti meno potranno essere quelli che un lavoro l’hanno effettivamente trovato: il sindaco di Pomigliano d’Arco, ai microfoni di Radio24, diceva pochi giorni fa che su 12mila titolari del Reddito di Cittadinanza, nessun contratto di lavoro è stato attivato. Leggendo i giornali e sentendo radio e tv, questo si sta immediatamente rivelando un punto da cavalcare, per decretare il fallimento del Reddito di Cittadinanza. Ma è davvero così?

Lotta alla povertà o inclusione lavorativa?

Cristiano Gori, professore di politica sociale all’Università di Trento, è ideatore e coordinatore scientifico dell'Alleanza contro la Povertà, che fin dal 2013 lavora per l’introduzione in Italia di una misura nazionale, unica e universale, di contrasto alla povertà assoluta. L’Alleanza ha spinto il Governo di centro-sinistra ad introdurre il Rei (che riprendeva in ampia parte la sua proposta, il Reis) ed ha interagito con il Primo Governo Conte sul Reddito di Cittadinanza. Per Gori, il dibattito di questi giorni va inquadrato nel fatto che «sono state create aspettative irreali in termini di inclusione lavorativa, ma non solo. Il bombardamento mediatico sull’inclusione lavorativa è stato tale da creare, al di fuori degli addetti lavori, la percezione che il Reddito di Cittadinanza sia una misura ben diversa da ciò che in effetti è. Infatti,

la maggior parte degli utenti del Reddito fruisce di altri percorsi, diversi da quelli lavorativi». Dati sui percorsi di inclusione sociale non ci sono, è troppo presto, ma «su questo la stima più autorevole è quella fatta ad aprile 2019 dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, quindi fatta a legge chiusa». Secondo quella stima (vedi tabella sotto), il 26% dei nuclei beneficiari di RdC sarebbero stati indirizzati verso il percorso di inserimento lavorativo (Centri per l’impiego), in quanto con componenti più immediatamente reinseribili nel mercato del lavoro, mentre il 45% dei nuclei sarebbero stati avviati ai Comuni e ai percorsi di inclusione sociale, in quanto quelle famiglie hanno più ridotte possibilità di occupabilità e con problemi di povertà multidimensionale (altra parola chiave). Il 29% dei nuclei beneficiari non avrebbero obblighi di alcun tipo.

Tabella contenuta nel documento dell'Ufficio parlamentare di bilancio

Questi numeri descrivono la realtà di una misura ben diversa da quella che la narrazione aveva costruito: «È stato trasmesso un profilo della misura discordante dalla realtà e questo da un lato ha generato una percezione erronea delle sue efffettive caratteristiche e dall’altro ha diffuso aspettative irreali sull’inclusione lavorativa», continua Gori. Cosa ne consegue? «Che non avendo costruito una comunicazione sulla misura coerente rispetto al suo obiettivo principale, che è di politiche sociali, non di politiche del lavoro, oggi il Reddito di Cittadinanza è sotto attacco. E temo che le critiche non diminuiranno». Sarebbe stato meglio credere fino in fondo nella bontà del Reddito di Cittadinanza per ciò che è: una misura di contrasto alla povertà, che vuole garantire a tutti un’esistenza dignitosa e, compatibilmente con i vincoli di contesto, mettere le premesse per avviare percorsi di inclusione sociale e/o lavorativa: «Fosse stata presentata così, oggi questi attacchi alla misura sarebbero minori o almeno sarebbe molto più semplice difenderla, invece pare che se l’inclusione lavorativa non funziona, la lotta alla povertà non funziona. Non è così. E non lo è esattamente perché l’obiettivo della misura è la lotta alla povertà: c’è un elemento di politiche del lavoro, ma come parte di un contesto più ampio. Il rischio - conclude Gori - è che la critica al Reddito di Cittadinanza porti con sé la delegittimazione della lotta alla povertà».

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