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Mirafiori al tempo del Coronavirus

21 Marzo Mar 2020 1348 21 marzo 2020

Il quartiere sembra improvvisamente un’altra cosa: non più popolata di Storia, ma di storie. Come Davide Teta, cuoco dei ristoranti Fca che appena è rimasto a casa si è subito dato da fare per cucinare agli ospiti del centro di accoglienza della Parrocchia di San Luca

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Il quartiere sembra improvvisamente un’altra cosa: non più popolata di Storia, ma di storie. Come Davide Teta, cuoco dei ristoranti Fca che appena è rimasto a casa si è subito dato da fare per cucinare agli ospiti del centro di accoglienza della Parrocchia di San Luca

La dove la città finisce c’è un muro che circonda 3 milioni di metriquadri di terreno. Era il confine della città la chiamavano Mirafiori, guarda i fiori, una pianura dove a partire dal 1936 il cemento iniziò a prevalere sul verde.

Intorno a quelle mura sorse la più grande Fabbrica d’Europa attraversata quotidianamente da 60 mila persone. Per loro la città fu costretta a spostarsi oltre la frontiera della Fabbrica. I palazzi (17000 alloggi) vennero tirati su a partire dal 1963 dando casa ad oltre 40 mila persone. Sono stati anni intesi di una popolazione giovane e piena di vita, ma anche di lotte e sconfitte. Con la Fabbrica che segnava non solo la città, ma era l’epicentro di tutte le battaglie politiche del Paese.

La caratteristica delle vie che confinano con il muro della Fabbrica è l’aver dato un’abitazione a gruppi di persone che sono arrivate insieme e che collettivamente hanno costruito il loro luogo di vita: il loro quartiere non quello degli architetti. Adesso c’è meno vita, ci sono più vecchiaia e solitudine e le porte sono confini che separano i sommersi dai salvati. La chiusura della biblioteca, della piscina e di molti servizi pubblici insieme all’apertura dell’inceneritore ha indebolito la coesione e la capacità di agire collettivo. Eppure negli ultimi giorni l’aria è pulita, a tratti profumata, le persone per le strade sono poche e quando escono si mettono in fila con disciplina davanti ai negozi, in silenzio, la sera cantano insieme “c’è la faremo”, “azzurro”, “il cielo è sempre più blu”, mentre i tram passano vuoti e i giardinetti sono inconsuetamente senza le voci dei bambini.

Il quartiere sembra improvvisamente un’altra cosa: non più popolata di Storia, ma di storie. Come Davide Teta, cuoco dei ristoranti Fca che appena è rimasto a casa si è subito dato da fare per cucinare agli ospiti del centro di accoglienza della Parrocchia di San Luca perché chi vive nella fatica trovi qualche attenzione in più: “oggi spaghetti ai frutti di mare”. Da qui si prova compassione per quei cronisti che devono esercitare il loro mestiere in sonnolenti quartieri dai nomi altisonanti perché a Mirafiori ogni giorno c’è una storia da raccontare e la realtà non finisce mai di sorprenderti.

E uscire non è violare delle regole, ma un dovere: come partecipare alla vita e fingere di essere middle class. Non c’è più Mira (i) fiori, ma Guarda (i) volti che sono intrecci di ferite passate e gioie future.

Nella foto un'immagine del Centro di accoglienza San Luca

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