Linguaggio

Guerra al coronavirus, prevenire è meglio che combattere

31 Marzo Mar 2020 2036 31 marzo 2020

A chi critica la viralità del linguaggio bellico rispondo che è ovvio che la metafora della pandemia come una guerra, è molto insidiosa. Sfortunatamente, però, essa è anche molto efficace. Non solo perché rende con chiarezza l'idea di un'emergenza che attenta all'incolumità, salute, vita, delle persone ma anche perché è in grado di indicare alle possibili vittime un rimedio, consistente nel fare massa critica per fronteggiare l'emergenza stessa

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A chi critica la viralità del linguaggio bellico rispondo che è ovvio che la metafora della pandemia come una guerra, è molto insidiosa. Sfortunatamente, però, essa è anche molto efficace. Non solo perché rende con chiarezza l'idea di un'emergenza che attenta all'incolumità, salute, vita, delle persone ma anche perché è in grado di indicare alle possibili vittime un rimedio, consistente nel fare massa critica per fronteggiare l'emergenza stessa

Su Vita.it del 26 marzo Sanzia Milesi esamina uso e abuso della metafora della guerra applicata alla pandemia da Coronavirus e mette a confronto l'opinione di alcuni osservatori. Ne esce un quadro pieno di spunti, la maggior parte dei quali incentrati sui rischi insiti in una mobilitazione delle opinioni che, legittimata dall'urgenza di difendersi dal virus, oggi militarizza il discorso pubblico e domani potrebbe comprimere i diritti e le libertà dei cittadini. Parlare del contagio come di una guerra, fatta di caduti, di battaglie, di nemici – osserva Wu Ming 2 – induce ad "applicare la stessa cornice" (censura, esercito per le strade, restrizioni alle libertà) anche ad altri casi, "quasi senza accorgersene". Nella "miseria del nostro immaginario", che dovendo cercare un'immagine per descrivere la pandemia ricade nell'ovvietà della guerra, il direttore di RadioTre Marino Sinibaldi critica tra le altre cose la deresponsabilizzazione popolare insita nella delega a chi combatte in prima linea come i medici. In alternativa il linguista Massimo Vedovelli fa un appello alla ragione e a un'etica della comunicazione che miri a "lottare contro l'inesprimibile" e a "creare la relazione sociale".

Del tutto condivisibili sul piano dei princìpi, queste critiche mostrano a mio parere due limiti. Entrambi derivano da una sopravalutazione del "dover essere" che certamente non può non guidare le nostre azioni, ma non riesce altrettanto efficace nello spiegare il successo di certe manipolazioni. Il discorso pubblico dei governi, imperniato sull'"unione sacra" di tutti (non soltanto maggioranza e opposizione, ma anche governanti e governati) nei confronti della "minaccia" del Coronavirus può essere efficacemente decostruita da una prospettiva analitica del sociale. Ci renderemmo conto che la manipolazione non è tanto di comunicazione (l'immagine simbolica della guerra), quanto di sostanza, l'apologia della scelta degli Stati di concentrare la stragrande maggioranza delle risorse nella prevenzione di minacce fittizie (quindi nella guerra "vera") anziché in quella dei pericoli reali come le epidemie e gli altri cataclismi "naturali".

Il fatto che la riduzione della politica alla contrapposizione amico/nemico sia un cavallo di battaglia del pensiero di destra, così come che lo "stato di eccezione" sia il sogno neppure troppo segreto di ogni fascismo, non dovrebbe impedire al pensiero progressista di riconoscere che la metafora della guerra possiede un'indubbia efficacia. Intanto la metafora è un artefatto da non prendere sottogamba. Sarà anche strettamente legata alla retorica – come sottolinea Wu Ming2 – ma in generale la metafora svolge una funzione non banale in quanto ci permette di farci un'idea di un oggetto che non conosciamo associandolo a un oggetto che conosciamo. Di per sé la metafora non è né buona né cattiva. Come nel caso della madre di tutte le metafore – la parola – la sua valenza positiva o negativa dipende dall'uso che ne fa chi parla, quindi è in grado di ingannare così come di spiegare. E ciò può accadere in maniera efficace o inefficace, nei termini cioè di "rendere" o "non rendere l'idea". Se dico che ci troviamo a lottare contro un fantasma, tutti (al di là della fondatezza o meno dell'associazione) capiscono che cosa voglio dire.

È ovvio che la metafora della pandemia come una guerra, è molto insidiosa. Sfortunatamente, però, essa è anche molto efficace, il che rende il ragionamento complicato quando (come per lo più accade) ci troviamo di fronte al suo impiego opportunistico. Essa tuttavia può essere usata anche per uno scopo non opportunistico. In astratto, indipendentemente dall'intenzione positiva oppure negativa che può animarla e dalle conseguenze che ciò può determinare, bisogna ammettere che quella della pandemia come una guerra possiede una notevole efficacia. Non solo perché rende con chiarezza l'idea di un'emergenza che attenta all'incolumità, salute, vita, delle persone ma anche perché è in grado di indicare alle possibili vittime un rimedio, consistente nel fare massa critica per fronteggiare l'emergenza stessa. Tenere gli occhi aperti sull'involuzione politica che queste rappresentazioni rischiano di imboccare in determinate circostanze (Orban è lì a ricordarcelo) non significa disconoscere che proteggersi da un pericolo, e farlo in forma collettiva, è un'opzione legittima e, se espressa in certe modalità (ad esempio nonviolente), eticamente auspicabile. Nella società contemporanea chiamare a raccolta le persone è qualcosa che urta l'iperindividualismo di molti, ma può essere una risorsa se è all'insegna della solidarietà e in favore di quella che un teologo del I secolo chiamava (a proposito di metafore militanti) "la buona battaglia". Certamente si tratta di esperienze al limite e di voci isolate, ma non per questo prive di significato, come quelle espresse sul piano della trascendenza in una piazza San Pietro deserta alcuni giorni fa oppure, sul piano della laicità e dell'immanenza, da alcune decine di migliaia di operatori infaticabili ogni giorno nei nostri ospedali.

Insomma, l'aspirazione a proteggere la propria incolumità è un atteggiamento sia accettabile sul piano valoriale, sia largamente diffuso nei comportamenti umani (e quindi ne va etichettata come reazionaria non la sua fisiologia, bensì la patologia fatta propria da militarismo e fascismo). Chiarito che, di fronte a un danno incombente sulla collettività, anche il più democratico e libertario dei regimi politici non può non impegnare i mezzi di cui dispone e appellarsi ai cittadini al fine di contrastarlo, resta da vedere dove prende corpo la principale manipolazione da parte delle élite di governo. Pur ben presente nella fase del contrasto (come dimostrano talora atti, parole e silenzi delle autorità in tutto il mondo), la manipolazione di gran lunga più gravida di conseguenze risiede nella sistematica sottovalutazione della decisiva fase rappresentata dalla prevenzione.

La plateale e universale impreparazione mostrata da pressoché tutti i paesi (compreso il nostro e con la parziale eccezione della Corea del sud), indipendentemente dalla natura del loro ordinamento politico ed economico (mercato "puro", mercato sociale, collettivismo di Stato) porta alla luce l'uniforme inadeguatezza dei comportamenti dei governi sul cruciale tema della prevenzione. La semplice verità è che il "realismo" che domina i rapporti internazionali, riserva attenzione politica e risorse finanziarie quasi unicamente alla prevenzione delle (vere o presunte) minacce strategiche, e scarsa o infima attenzione alla prevenzione dei pericoli "naturali". Che questi ultimi abbiano origine e sede iniziale nella natura non significa in alcun modo che ad essi sia estraneo l'uomo, al contrario. Uragani, eruzioni di vulcani, terremoti e maremoti avvengono, in modalità spesso catastrofiche e in molti casi imprevedibili, ma il ruolo degli esseri umani resta importantissimo sia ex post, nel contrasto degli effetti (soccorso, assistenza alle vittime, riparazione dei danni e ricostruzione), sia soprattutto ex ante in occasione della prevenzione. Quest'ultimo è il caso del terremoto; se allo stato attuale delle conoscenze scientifiche è sostanzialmente impossibile prevedere quando il cataclisma si sprigioni, è possibile prevedere se e dove lo farà. Da qui la prevenzione che nei paesi civili consiste nell'edificare sulla base di criteri antisismici (e non mettere la sabbia al posto del cemento come all'Aquila, Casa dello studente, 6 aprile 2009).

La storia degli ultimi venti anni è, invece, una storia di omissioni, scelte errate, priorità ispirate da interessi di lobby e di singoli personaggi politici. L'insistenza paranoidea nel (dichiarare di) prevenire le minacce alla sicurezza strategica, individuando nemici reali o fittizi, ha portato a colossali dilapidazioni di risorse finanziarie e di vite umane (basti per tutti l'attacco americano all'Iraq di Saddam Hussein, falsamente accusato di complicità con il terrorismo islamista e di detenzione di armi di distruzioni di massa). A fronte di una spesa militare mondiale stimata oggi 20 trilioni di dollari, non si sono trovati 800 milioni per dotare i paesi dell'Oceano Indiano di un sistema di early warning che avrebbe salvato la grande maggioranza delle 230.000 vittime dello tsunami del 2004.

È difficile immaginare quali altri allarmi debba lanciarci la biosfera per imporci un drastico rallentamento nello sfruttamento del pianeta e lo spostamento dell'epicentro delle politiche pubbliche dalla difesa nei confronti di aleatorie minacce strategiche ai ben più probabili pericoli, i quali hanno per sede la natura ma per causa scatenante l'irresponsabile devastazione dell'ambiente, il depauperamento delle risorse e la sempre più insostenibile pressione sulle altre specie viventi. Fare prevenzione in questi ambiti è ritenuto poco conveniente dalla ristretta élite dei governanti. Ma potrebbe essere ritenuto conveniente dalla grande maggioranza dei governati.

Dipartimento di Scienze sociali ed economiche - Università di Roma la Sapienza

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