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#Covid19

Quale chiarezza, se l'unico dato ufficiale si basa su 60 tamponi fatti nelle RSA?

17 Aprile Apr 2020 0802 17 aprile 2020
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Ieri in Parlamento è stata discussa una interpellanza urgente presentata da alcuni deputati lombardi del Pd. Zero - purtroppo - le risposte.

«Abbiamo dovuto sentire che le RSA, come è vero, sono strutture che hanno una forma giuridica da ente privato e sono fondazioni e che, quindi, la responsabilità dell'acquisizione dei presidi, degli strumenti e delle attrezzature era in capo a loro e che alla regione aspettava esclusivamente il compito della vigilanza e della sorveglianza. Però, vedete, le RSA, come gli ospedali privati convenzionati e contrattualizzati, agiscono come offerta di servizio delle regioni e, come tali, sono soggette a delle regole di standard gestionali, di standard strutturali, per le modalità di natura organizzativa, per gli accessi, per le liste d'attesa, operano per conto di regione e per questo credo che un'operazione di totale scaricabarile non sia stata un'operazione, come dire, egregia».

«A dispetto del crescente numero delle infezioni dei ricoverati nelle RSA, dei numerosi casi, anche tra gli operatori, non è stato e non è avvenuto nessun accertamento tramite tampone sanitario. Li abbiamo finalmente avuti, pochissimi giorni fa, solo dopo cinquanta giorni dall'epidemia, con il rischio che queste persone sono diventate vettori non solo per gli ospiti, ma anche per le infezioni intrafamiliari e per le comunità. A fronte di questa scelta politica, quella del 4 di marzo di chiudere le RSA alle visite dei parenti, a fronte del numero dei contagi, una scelta che è stata una scelta politica, non di certo una scelta tecnica, altrettanta scelta politica è stata quella della deliberazione della regione dell'8 marzo, con cui si è chiesto le RSA di ampliare la ricettività dei pazienti per ospitare i casi meno gravi di persone infettate e liberare così alcuni posti letto negli ospedali. Questa richiesta a nostro giudizio è tuttora, noi pensiamo, inadeguata ed è stata una scelta imprudente, anche per il tempismo con cui è stata chiesta - parliamo dell'8 di marzo - soprattutto per la necessità e per le condizioni in cui le RSA in quel momento operavano e per la difficoltà anche di garantire gli standard di sicurezza che devono essere garantiti. Parallelamente all'emergenza ospedaliera bisognava, infatti, sostenere e controllare le strutture, senza rimandare a circolari burocratiche che si limitavano a dire che bisognava seguire i protocolli. Se si ritiene che le RSA devono accogliere i pazienti COVID, che devono curare i propri pazienti COVID già presenti senza poterli ospedalizzare, allora devono essere dotate del personale medico, assistenziale, di dispositivi di protezione, attrezzature terapeutiche, farmaci adeguati ai pazienti fragili e con comorbilità, oltre alla certezza di poter operare nella rigorosa separatezza fisica, strutturale e tra gli operatori, tra quelli dedicati esclusivamente ai pazienti con COVID e ai pazienti, invece, senza COVID».

Sono alcuni passaggi dell’intervento svolto ieri alla Camera da Elena Carnevali, deputata Pd. Presentava l’interpellanza urgente “Elementi e iniziative in ordine alla situazione delle residenze sanitarie assistite in Lombardia in relazione all'emergenza COVID-19” (la n. 2-00734, qui il testo). Ha risposto Sandra Zampa, Sottosegretaria di Stato per la Salute, che ha fatto riferimento alla survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e socio-sanitarie curata dall'Istituto superiore di sanità (ne abbiamo parlato qui), che conta nelle RSA lombarde, dal 1° febbraio 2020 alla data di stesura del questionario (26 marzo-6 aprile), 1.822 decessi su un totale di 13.287 residenti. Il totale dei decessi accertati con tampone e risultati positivi al tampone è pari a 60! Il totale dei decessi con sintomi simil-influenzali o simili a COVID-19 è pari a 874. I deceduti accertati positivi al COVID-19, conferma da tampone, più i deceduti con sintomi appunto simil-influenzali sono pari a 934, cioè il 51,3 per cento del totale dei decessi nelle RSA lombarde, ovviamente di quelle che hanno risposto al questionario (164 strutture, pari al 24,2 per cento del totale).

Lia Quartapelle, un’altra firmataria dell’interpellanza, ha replicato a questa risposta. «Questa è una sede politica, non è una sede giudiziaria. Ci sono già le inchieste e la Guardia di finanza ieri è già stata al palazzo della regione per acquisire tutti i documenti; c'è l'ispezione del Ministero. Su tutto questo parlerà la magistratura e chi dovrà pagare pagherà, ma noi siamo qui per parlare delle responsabilità politiche e noi, come Partito Democratico, come opposizione in regione, andremo fino in fondo. Non accettiamo le spiegazioni della regione, non accettiamo i tentativi di nascondere i dati, che ci vengono finalmente forniti oggi, per la prima volta, in un'altra sede, e non accettiamo di ascoltare parlare di montatura giornalistica. Troviamo scandalosa l'affermazione dell'assessore Foroni che ha detto: “in Lombardia, modestamente, noi le abbiamo azzeccate tutte”. È un insulto alle famiglie di tutti coloro che hanno perso delle persone, in particolare alle famiglie di coloro che hanno perso delle persone nelle residenze per anziani. Noi abbiamo chiesto una commissione d'inchiesta regionale sulle RSA e lì, in sede politica, andremo fino in fondo; lo dobbiamo ai familiari, ai lavoratori, a tutti coloro che sono morti».

E ancora: «Che cosa ha fatto, anzi, che cosa non ha fatto la regione? Prima di tutto, ci ha messo molto tempo a chiudere alle visite dall'esterno le residenze sanitarie per anziani. Nonostante che lo avesse iniziato già a fare il Veneto, il 24 febbraio, nonostante che l'Emilia-Romagna lo avesse fatto il 1° marzo, la Lombardia, la regione con il focolaio più esteso, ha aspettato il 4 marzo per iniziare a limitare le visite dall'esterno nelle residenze per anziani. Poi ha concluso la questione l'8 di marzo, insieme al decreto del Governo. Lo stesso giorno, però, l'assessore Gallera proponeva ai colleghi della giunta una cosa inspiegabile, che ha avuto, purtroppo, gli esiti criminali di cui sopra. L'8 marzo la giunta Fontana, su proposta dell'assessore Gallera, decideva di chiedere alle residenze sanitarie per anziani di ampliare la ricettività dei pazienti per ospitare i casi meno gravi di persone infettate con il COVID e liberare, così, alcuni posti letto negli ospedali. Lo diceva prima la collega Carnevali: le RSA fanno parte del sistema sanitario nazionale; non possono rifiutare, se la regione chiede. Per rendere più persuasiva la proposta della regione, il 30 di marzo si è aggiunta una retta giornaliera di 150 euro a ogni RSA che accettava i pazienti COVID, pagata dalla regione. Di fatto, quello che è successo è che la regione pagava le RSA per favorire il contagio, compiendo quello che è stato un atto gravissimo e irresponsabile.

Non basta dire, come prova a raccontare l'assessore Gallera, che la regione ha dato indicazioni di come trattare i malati COVID. La responsabilità della regione non è solo quella di dare indicazioni; la regione ha una responsabilità di sorveglianza, controllo e sanzione, che troppe volte nella storia della sanità lombarda è venuta meno. Soprattutto, in questo caso, la regione Lombardia è venuta meno a quella responsabilità e non ha esercitato la propria funzione di sorveglianza, controllo e sanzione. E non basta - no, non basta - che ora, con le morti sospette, la regione disponga una commissione d'inchiesta, provando a scaricare i problemi sulla gestione delle RSA. Il problema è a monte: è in quelle due delibere, dell'8 di marzo e del 30 di marzo, in cui Fontana, Gallera e tutti gli altri assessori della giunta predisponevano il trasferimento dei malati COVID nelle residenze per anziani. L'emergenza - è stato detto da tutti gli infettivologi in modo molto chiaro - doveva essere trattata come una crisi sanitaria, cioè, doveva essere fatto tutto il possibile per evitare i contagi. Mentre tutta Italia si fermava per attuare il distanziamento sociale, che cosa decidevano l'assessore Gallera e il presidente Fontana? Loro decidevano di portare i malati contagiosi nei luoghi dove più si sarebbe dovuto evitare il contagio, proprio dove ci sono i pazienti più fragili e più esposti. Il problema è tutto qui: chi doveva gestire l'emergenza in realtà non ha fatto altro che rinfocolare il contagio e questa è una precisa responsabilità della politica».

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